Gli anni giubilari nella Bibbia

Giovanni Franzoni



70. Nelle Scritture ebraiche si parla di "anno santo", cioè di un anno "separato", diverso dagli altri, secondo due modalità: l'anno sabbatico e l'anno giubilare. Il primo ricorreva ogni sette anni e l'altro ogni quarantanove, cioè trascorse sette settimane di anni sabbatici. Sia l'uno che l'altro esprimevano a livello annuale ciò che il sabato era a livello settimanale: erano una sorta di "grandi sabati" che, al termine di settimane di anni, dovevano scandire il tempo della comunità di Israele con determinati comportamenti del popolo espressivi e confermativi dell'alleanza con Dio.

71. Quali fossero questi comportamenti ce lo dicono il libro dell'Esodo (23,10-12), il Deuteronomio (15,1-18) e tutto il capitolo 25mo del Levitico. Si tratta di testi redatti in epoche, condizioni ed ambienti diversi, nei quali si mescolano antichissime tradizioni ed esigenze nuove, rilevabili ad uno studio approfondito che non è qui il caso di condurre. Ai nostri fini basterà cogliere i contenuti essenziali di questa legislazione considerandola come un "corpus" unitario. Rileviamo così che l'anno sabbatico ha innanzi tutto un significato di "riposo" - che molto lo accomuna col riposo settimanale - ma che qui ha come oggetto la terra coltivata. Essa, che pure era stata data agli uomini "perché la soggiogassero" (Gen 1, 28) - espressione dura, mitigata in Genesi 2,15, dove il concetto di soggiogare è sostituito da quello di custodire - per l'intero anno andava lasciata incolta e tutti, proprietari e indigenti del popolo, potevano godere dei frutti spontaneamente prodotti.

La liberazione degli schiavi

72. Durante l'anno sabbatico vigeva poi il dovere di "rimettere i debiti" a chiunque, ebreo, lo chiedesse e di liberare gli schiavi ebrei, resi tali per debito, che non optassero espressamente per rimanere al servizio di quel padrone. In realtà quest'anno di liberazione degli schiavi poteva non coincidere con l'anno di riposo della terra e di remissione dei debiti, ma scattava ogni volta che uno schiavo aveva compiuto il settennato di servizio; era, per così dire, un anno santo mobile, più legato alla concreta condizione del servo che alla scansione oggettiva del tempo.

73. Nell'anno giubilare, invece, era prevista - oltre agli adempimenti dell'anno sabbatico che con quello coincideva - la restituzione della terra agli antichi pro-prietari che per necessità fossero stati costretti a ceder-la, nell'evidente intento di ricostituire l'originaria egua-glianza e dignità delle famiglie (intese nel senso largo della famiglia patriarcale) nell'ambito di ciascuna tribù, quali queste erano nell'ultima fase del seminomadismo pastorale e nella prima fase di insediamento stabile nella terra di Canaan.

74. Gli storici e i commentatori della Bibbia sono molto scettici sulla possibilità che queste prescrizioni relative agli anni sabbatici e giubilari abbiano avuto concrete e durevoli applicazioni, ma questo nulla toglie alla loro eccezionale importanza come espressioni sim-boliche di altissimi valori e idealità. Se non sono storia economica, sono profezia e come tali vive, provocatorie e giudicanti anche per noi.

75. Le motivazioni profonde che sottostanno all'idea di anno sabbatico e anno giubilare - istituzioni proprie ed esclusive di Israele, nulla essendovi di simile nelle altre culture mediorientali antiche - sono le stesse che fondano simultaneamente l'esistenza e la libertà del popolo d'Israele, in quanto tale, e di ciascuno dei suoi componenti. Sottrarre a qualcuno la sua libertà o la fonte della sua sussistenza è come rubare a Dio e ten-tare di sostituirsi a Lui. Non toccare la terra ogni sette anni era riconoscere una signoria, una esigenza supe-riore rispetto al totale e continuo sfruttamento.

76. Sono evidenti le conseguenze che da queste basi derivano in termini di eguaglianza, libertà, giustizia e solidarietà, e le straordinarie premonizioni sugli "svi-luppi sostenibili". Del resto i profeti si sono più volte e fortemente battuti perché questi ideali non andassero perduti. Forte si leva la loro voce contro coloro che usa-no il sabato per tramare inganni e predisporre occasio-ni di iniquo arricchimento per i giorni a venire, falsifi-cando le bilance e tendendo trappole ai poveri per ridurli in schiavitù, comprandoli per il prezzo di un paio di sandali. Parole di dura condanna sono anche pronunciate per coloro che il sabato scalpitano e sono insofferenti per la sua durata: evidentemente costoro non concepivano il sabato come una corte di giustizia sull'operato dei sei giorni precedenti, ma come una pausa imposta ai loro affari sulle spalle dei poveri.

L'Evangelo

77. Nelle Scritture cristiane non cambiano le esigen-ze di fondo ma le prospettive di soluzione. Proprio la mancata realizzazione degli anni sabbatici e giubilari e l'oscuramento dello spirito che ne aveva ispirato l'isti-tuzione, aveva orientato sempre più il popolo ebraico verso l'attesa di un anno di grazia definitivo, Fanno del Signore, l'avvento di quel "Regno di Dio" che nessun re terreno era riuscito a realizzare. In questa direzione andavano i movimenti rivoluzionari armati o quelli spi-rituali e apocalittici che fiorirono in Israele verso la fine dell'evo antico.

78. L'annuncio di Gesù di Nazareth, secondo il quale il Regno di Dio non solo era vicino ma già cominciava a manifestarsi e avrebbe potuto diffondersi rapidamente se i "segni" che egli dava fossero stati accolti, è la rispo-sta più alta, per il suo carattere radicale e universale, a queste istanze. Essa non si basa soltanto su ciò che deve venire, ma anche su ciò che dobbiamo fare intan-to ogni giorno: è evidente in ciò il superamento di ogni concetto ciclico di anno santo o di ogni anno giubilare.

79. Nell'evangelo di Luca si narra del lieto annuncio di un tempo di salvezza ormai compiuto. "Poi Gesù andò a Nazareth, il villaggio nel quale era cresciuto. Era sabato, il giorno del riposo. Come al solito Gesù entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli dettero il libro del profeta Isaia ed egli, apertolo, trovò questa profezia: 'Il Signore ha mandato il suo Spirito su di me - Egli mi ha scelto - per portare ai poveri la notizia della loro salvezza - mi ha mandato per annunziare la liberazione ai prigionieri - e il dono della vista ai ciechi - per liberare gli oppressi - per dire a tutti che è giunto l'anno di gra-zia del Signore'. Quando ebbe finito di leggere, Gesù chiuse il libro, lo restituì all'inserviente e si sedette. La gente che era nella sinagoga teneva gli occhi fissi su Gesù. Allora egli cominciò a dire: 'Oggi si avvera per voi che ascoltate questa profezia"'. (1£ 4,16-21).

80.Il Maestro, dal cuore di quel sabato, con sguardo profetico, vide aprirsi un tempo di salvezza per i poveri, gli oppressi e per tutto il popolo, qualora questo, con i suoi connotati storici e il suo spessore sociale, nei pove-ri avesse riconosciuto la nuda essenzialità dell'essere figli di Dio. Il tempo di salvezza dei poveri si compie nell'oggi, in un continuo e perenne oggi. Non c'è più alcun tempo di salvezza da attendere. E questo il messaggio dell'ebreo Gesù, rivolto al suo popolo e a tutte le genti, senza con ciò nulla abrogare della tradizione religiosa del popolo ebraico rispetto al sabato.

il tempo dei poveri

81. Altro è quindi il tempo che si svolge secondo ricorsi convenuti e scanditi in settimane, anni, decenni e secoli, altro è il tempo del povero e dell'oppresso che oggi attende la sua liberazione. Il primo va rispettato nel suo valore pedagogico, come tempo di richiamo solenne rivolto alla collettività ed ai popoli ed è in que-sto senso che possiamo ancora celebrare giubilei o anni sabbatici. Il secondo è il tempo della vita che chiede quotidianamente attenzione e umile servizio. Il giorno del grande Sabato, quando saremo convocati davanti al Figlio dell'uomo, di questo ci sarà chiesto conto: se avremo ravvisato nell'affamato, nell'assetato, nell'ignu-do, nell'infermo, nel malato mentale, nel tossicodipen-dente, nel carcerato o nello straniero un volto divino nascosto dalle croste dell'umiliazione.

82. Ma prima di quel giorno ci sono dati altri sabati, altri anni sabbatici ma anche altre ferialità per misura-re la nostra povertà con la povertà degli ultimi. Perdu-ta sarebbe la nostra vita se nell'affanno e nella corsa verso il benessere e la sicurezza, volgessimo altrove il nostro sguardo.

83. Nel sermone delle beatitudini secondo il vangelo di Luca è evidente il passaggio dalle benedizioni e dalle invettive coniugate al futuro in una visione escatologi-ca (1£ 6, 20-26) alla profezia sull'oggi coniugata all'im-perativo. Essa indica ciò che bisogna fare subito per i poveri, gli affamati, gli oppressi senza attendere alcun nuovo Anno santo. Con il protrarsi dell'attesa della "parusia" (il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tem-pi) e l'allungarsi del "tempo della pazienza", l'imperati-vo etico proveniente dalla predicazione profetica è dive-nuto ancor più cogente.

84. Da un lato è bene essere consapevoli che per recuperare la pienezza della idealità dell'anno sabbati-co è necessario viverne lo spirito al di fuori della cicli-cità. E però anche utile riflettere sul senso residuo del-la ciclicità degli "anni di salvezza" nella spasmodica tensione verso il "non ancora". La ciclicità degli anni sabbatici e degli anni giubilari rappresenta una sorta di garanzia rispetto ad una concezione del sabato o dell'anno sabbatico quale concessione padronale. Il riposo creaturale, del quale abbiamo a lungo parlato, non vie-ne regalato dall'uomo con benefico atto di liberalità, ma è voluto dal Creatore.

85. Il sabato non è un dono dell'uomo ma una condi-zione dovuta all'uomo per volere del Creatore. Coloro che non hanno una fede religiosa troveranno certa-mente altre parole per esprimere questo concetto: si tratta del giusto riposo dovuto come diritto del lavora-tore ma anche dell'esigenza etica che ciascuno dia a se stesso lo spazio sabbatico evitando il dannoso affac-cendarsi per accumulare sicurezza.

86. Per coloro cui è proprio il linguaggio religioso, che in partenza si presenta come approssimante e metafo-rico e onestamente dovrebbe rinunciare alla pretesa di una verità posseduta, la volontà divina si esprime meglio con la ciclicità di un avvenimento che viene che non con un atto di un potere vicario. Ci sembrerebbe perciò importante suggerire alle autorità della Chiesa cattolica di elaborare un linguaggio che non presenti l'Anno santo come un atto di esercizio del potere di "sciogliere e di legare" ma come una scadenza che viene come per divino comandamento.

87. Se Dio ha imposto il sabato a se stesso, anche il papa opportunamente dovrebbe imporsi il sabato o Fanno sabbatico, quasi per un divino comandamento, e non presentarlo ai cristiani come frutto di una sua solitaria e personale decisione presa in quanto Vicario di Cristo. Non dovrebbe infatti essere il papa a convo-care fedeli, uomini di Chiesa o uomini di religione, a Roma, o in Terra santa, o nelle Chiese locali (diocesi) o in qualsiasi altra parte del pianeta, ma dovremmo tutti umilmente dire che è l'Altissimo che, per imperscruta-bili sentieri, convoca tutti, dai potenti ai miseri, all'an-no sabbatico.

88. "Lascerete passare sette periodi di sette anni, ossia quarantanove anni. Poinel giorno del perdono dei peccati, farete risuonare in tutta la vostra terra il suono del corno [jobhei] accompagnato da grida di gioia. In questo modo dichiarerete santo il cinquantesi-mo anno, e proclamerete la liberazione per tutti gli abi-tanti della vostra terra. Quest'anno porterà il nome di Giubileo [dal nome jobhel" (Lv 25,8-ba).

(DA: FARETE RIPOSARE LA TERRA - GIOVANNI FRANZONI - ED. EdUP - Roma 1996)


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