Il nemico invisibile

                                                                    



di Emma Nuri Pavoni

Si pensa comunemente che le guerre abbiano un inizio ed una fine, accordi di pace tra le fazioni, deposizioni delle armi e una guerra dovrebbe finire. In realtà le guerre sono infinite, in molti paesi del mondo (tra i più poveri) si continua a combattere contro un nemico invisibile che però ha un nome preciso "Mina antiuomo". Chi sono le vittime di queste guerre? Contadini che lottano per coltivare un pezzo di terra, bambini che giocano o vanno a scuola, popolazioni che si spostano per trovare un luogo sicuro dove rifugiarsi. Le mine antiuomo possono essere definite armi ad uso terroristico, vengono nascoste sotto terra o tra la vegetazione, sono usate per rendere inutilizzabili e inaccessibili interi territori, una volta piazzate restano attive per un periodo di 50 anni, se prima non sono state toccate dalla mano di un bambino o urtate casualmente dal piede di un contadino. Le attività più pericolose da praticare su un territorio minato sono: raccogliere la legna, portare il bestiame al pascolo, coltivare la terra, camminare sui sentieri, pescare o approvvigionarsi d'acqua, giocare all'aria aperta. Oltre che uccidere le mine feriscono mutilando, nei paesi più poveri dove si trovano in maggioranza, la cura e la riabilitazione delle persone colpite è spesso impossibile avendo un costo troppo elevato per le famiglie e per l'intera comunità. Basti pensare che il prezzo degli arti artificiali necessari ad una persona mutilata da una mina viene stimato intorno ai 3000 dollari, tenendo conto del gran numero di invalidi (ad esempio in Cambogia, sul cui territorio si pensa che vi siano fra i 4 e i 7 milioni di mine inesplose, una persona su 236 è stata mutilata), si può avere un'idea delle enormi dimensioni del problema. In questi paesi l'integrità fisica e la salute sono condizioni indispensabili per la sopravvivenza, un mutilato non trova quasi mai un lavoro. Tutto questo impedisce ogni forma di ripresa della vita sociale ed economica del paese, lo sviluppo dei popoli e rende impossibile la pace. In Africa la regione sub-sahariana è la più colpita da questo fenomeno con il più alto numero di mine ancora in uso, in particolare in Angola, Burundi, Sudan, Etiopia, Congo ex Zaire, Ruanda, Uganda e Zimbawe. Mentre in Afghanistan, Cambogia e Birmania si conta il più alto numero di vittime. Negli ultimi anni il ricorso più massiccio a questi strumenti di morte si è registrato in Cecenia e in Kosovo. Quantificare le mine disseminate sul pianeta è molto difficile, una stima fatta dalle Nazioni Unite, purtroppo grossolana, da l'idea della gravità del problema. Secondo l'ONU sono circa 100 milioni in 62 paesi (ora saliti a 88) il numero di mine antiuomo disseminate finora, mentre tra le 500.000 e un milione sembra che siano quelle introdotte ogni anno nei paesi in conflitto. Gli ultimi 10-20 anni sono stati i più drammatici per il grande numero di guerre civili e conflitti etnici durante i quali queste armi sono state usate in modo indiscriminato al di fuori di ogni regola morale e militare. Nel mondo la produzione di mine antiuomo è di circa dieci milioni all'anno suddivisa tra un centinaio di produttori in 55 paesi, tenendo conto che ogni anno nelle operazioni di sminamento ne vengono distrutte meno di 200.000, serviranno centinaia di anni per eliminare completamente questi ordigni dai paesi dove sono presenti. E' inoltre importante sottolineare che, mentre le tecniche di sminamento a scopi militari sono facilmente praticabili e possono ritenersi efficaci, quelle a scopo umanitario lo sono molto meno. Infatti lo sminamento militare che prevede l'apertura di strade praticabili in mezzo ai campi minati non può definirsi accettabile per operazioni umanitarie, dato che queste prevedono una bonifica del territorio al 100% per una ripresa dell'attività economica, commerciale e umana in generale. I progressi tecnologici, che in molti campi aiutano a migliorare la situazione, in questo caso l'hanno ulteriormente peggiorata; l'ultima generazione di mine è costruita con materiali plastici che rendono la loro rilevazione estremamente difficile dagli strumenti più diffusi. Ci sono inoltre mine che contenendo sofisticati congegni rendono la loro ricerca e rimozione pericolosissime, questo costituisce un grave problema anche per le squadre di sminatori professionisti. Gli attuali sistemi di rilevazione hanno un'efficacia intorno al 60% ma solo per mine che contengono un minimo di metallo, ben lontana dai livelli richiesti da una bonifica a scopo umanitario. Tutto ciò rende lo sminamento difficile, pericoloso e molto costoso. I metodi utilizzati fino ad ora per la rilevazione delle mine collocate sotto il livello terrestre sono essenzialmente due. Il primo si basa sull'olfatto di cani o maiali addestrati a riconoscere mine inesplose, il secondo, utilizzabile solo su mine metalliche, sfrutta le variazione di campo magnetico generate dalla presenza di masse metalliche nel raggio d'azione del rilevatore. Altri sensori sono però in fase di studio. Nell'ultimo decennio però il mondo non è rimasto insensibile di fronte a questo grave problema umanitario. Nel 1992 infatti dall'iniziativa di 6 organismi umanitari è nata la Campagna Internazionale per la Messa al Bando delle Mine che comprende oggi 60 paesi, più di 1000 organizzazioni impegnate nel campo dei diritti umani, dello sviluppo, della pace, del disarmo, della salute e dell'ambiente. Sostenuta, tra gli altri, dal Papa, dalla Croce Rossa, dal Segretario Generale dell'ONU e dall'UNICEF. Anche nel nostro paese, nel dicembre 1993, nasce La Campagna Italiana che raccoglie 45 Associazioni del volontariato laico e religioso e più di 200 Enti locali, oltre ad innumerevoli parrocchie, scuole e gruppi; allo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica sul dramma provocato dalle mine antiuomo e fare pressione su Parlamento e Governo per ottenere una legge che ne metta definitivamente al bando la produzione, il commercio e l'uso. A tal fine la Campagna ha promosso in questi anni numerose iniziative ed attività sia a livello politico che sociale, raccogliendo ben 300.000 firme. Nel dicembre 1997 alla Campagna Internazionale ed alla sua portavoce Jodie Williams viene conferito il Premio Nobel per La Pace. Un importante riconoscimento allo sforzo collettivo ed ai risultati ottenuti facendo pressione su un gran numero di paesi per indurli alla firma di un trattato internazionale sulla messa al bando delle mine. Infatti il 3 e 4 dicembre 1997 alla conferenza di Ottawa, 122 paesi hanno sottoscritto il "Trattato di Ottawa" che prevede una "Convenzione sulla proibizione dell'uso, stoccaggio, produzione e trasferimento e sulla distruzione di mine antipersona". Bisogna però ricordare che non tutti i paesi hanno sottoscritto il "Trattato", mancano all'appello 49 stati, tra questi troviamo: Cuba, Stati Uniti, Russia, Turchia, Finlandia, Egitto, Israele, Marocco, Eritrea, Somalia, Nigeria, Pakistan, Cina e India. Secondo l'ultimo rapporto di monitoraggio "Verso un mondo senza mine" promosso dalla Campagna Internazionale, ad oggi i paesi firmatari sono saliti a 146, mentre le ratifiche sono 130. Gli stati produttori sono passati da 55 a 14, di questi sono considerati ancora come attivi produttori almeno in tre (Egitto, Corea del Sud e Stati Uniti). Sono state effettuate operazioni di sminamento in 74 dei 90 paesi minati. Nel 2001, sono stati aperti in dieci paesi dei programmi di educazione sui rischi relativi alle mine. Più di 34 milioni di mine antipersona sono state distrutte in 61 paesi. Tali significativi e sicuramente incoraggianti risultati non devono però distogliere l'attenzione dalle grandi dimensioni di questo problema che la comunità internazionale deve ancora affrontare. Anche se queste armi fossero definitivamente messe al bando in tutto il pianeta (e siamo lontani da questo obiettivo), rimarrebbe ancora il grave compito dell'eliminazione delle mine già disseminate in un gran numero di paesi.



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