Niente meno della Pace


Duemila anni di cristianesimo e, sebbene a malincuore, molti accetterebbero con più naturalezza l'ipotesi di una guerra che un discorso rigoroso sulla pace da perseguire con metodi non violenti! Cos'è, dunque, che non ha funzionato? Guardiamo indietro, con occhio umile e severo. Secoli di teoria (e teologia) della "guerra giusta"... Una retorica della Patria - che credevamo ormai superata - sfumata appena in quella dell'Occidente. Quanto suonano attuali - oggi più di allora - le parole che don Milani scrisse ai cappellani militari toscani, nel 1965: "Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri"… L'enfasi posta sull'eroismo dei nostri soldati, anche quando - come sottolinea ancora don Milani, in una dettagliata analisi che sviluppa nel proseguo della lettera - la Patria li ha mandati a combattere una guerra più ingiusta dell'altra. Le mistificazioni dell'ultimo decennio, per le quali si è coniato il concetto di "guerra umanitaria": fra un po' faticheremo a distinguere la definizione di "militare" da quella di "dama della S. Vincenzo"! Infine, una nuova versione di manicheismo politico e bellico, per cui il bene viene identificato tout-court con l'occidente, mentre il male, incarnato nel terrorismo internazionale, si presta ad essere raffigurato, di volta in volta, col volto del nemico di turno. C'è quindi poco da stupirsi se perfino alcuni cristiani, spesso sprovveduti degli strumenti necessari per una approfondita analisi della situazione internazionale, nonché di una vera formazione evangelica, restino sconcertati e finiscano per accettare logiche sostanzialmente antitetiche a quella evangelica; con la triste conseguenza di ritenere il papa un povero illuso, oppure uno che prende certe posizioni semplicemente "perché è il suo mestiere"! A tali condizionamenti ormai "storici" vanno aggiunte altre obiezioni più attuali. Anzitutto l'accusa rivolta indistintamente al papa e a tutti i movimenti per la pace di prendere posizione "a senso unico", solamente contro gli USA (poveretti!) ed il blocco occidentale, tacendo invece i crimini che vengono perpetrati in altri angoli del mondo. Niente di più falso! Onestamente non so spiegarmi se tali critiche muovano dalla più banale superficialità o semplicemente dalla malafede, né quale delle due ipotesi sia la peggiore. In realtà, chi è attento e non tralascia di consultare anche i media "minori" (riviste, internet…) sa che le cose stanno diversamente... Il caso più evidente è certamente quello del papa, che mai perde occasione per ricordare anche i conflitti cosiddetti dimenticati, come ha fatto, ad esempio, lo scorso 13 gennaio, in occasione del discorso rivolto al Corpo Diplomatico accreditato presso la S. Sede. Ma qualcosa di simile può essere detto anche per i movimenti: mentre l'opinionista di un grosso quotidiano nazionale ci ha recentemente accusati di non aver mai preso posizione contro la violazione dei diritti umani in Sudan, Pax Christi ed altre associazioni hanno dato vita, fin dal 1995, ad una campagna apposita; e nel settembre 1999 abbiamo rilanciato la questione, organizzando un grande convegno, presso la biblioteca Sormani di Milano, con la partecipazione di alti rappresentanti della società civile e delle istituzioni sudanesi. Dov'erano i nostri detrattori? La risposta è semplice e sta nel disinteresse di certi media - e dei loro padroni - per quanto avviene lontano dai palazzi che contano e per tutte quelle iniziative che non toccano immediatamente (nel caso del Sudan "danneggiavano") i loro interessi; pena poi recriminare a sproposito, con la pretesa di smascherare, con obiezioni infondate, la presunta partigianeria degli altri. Che poi in occidente la voce del dissenso si levi principalmente nei confronti dei propri rappresentanti politici e degli alleati del proprio paese, mi sembra la cosa più logica e lecita in un sistema democratico! Ancora più frequente è l'obiezione che verte sul "che fare?". Che fare quando un dittatore mostruoso viola i diritti umani ed il diritto internazionale? Che fare quando sostiene il terrorismo e non c'è tempo da perdere? Anzitutto rispondiamo che non bisognerebbe creare "mostri amici" oggi, pronti a diventare "nemici" domani, da rovesciare a prezzo di sangue innocente. Sulla conquista del potere da parte dei più recenti dittatori - con relativi appoggi internazionali - si potrebbero scrivere montagne di pagine, in cui avrebbero un posto di rilievo le ultime due situazioni di Afghanistan e Iraq. Andrebbero poi perseguite fino in fondo tutte le possibili vie diplomatiche, cosa che regolarmente non viene fatta ogni qualvolta l'urgenza bellica è motivata da ben altre e celate motivazioni economiche e strategico-militari: è ormai chiaro a tutti quello che sta succedendo in Iraq, dopo mesi di ricerche senza esito da parte degli ispettori dell'ONU e la smania di USA e Regno Unito di iniziare la guerra. Ancora, non bisognerebbe cadere mai nella logica dell'urgenza, nemmeno quando si dice "è ormai troppo tardi", perché le decisioni affrettate di oggi creano le urgenze di domani… e così si va' all'infinito. Bisognerebbe invece rendersi conto che pianificare la politica internazionale sui tempi lunghi non è un lusso, ma una necessità. Riteniamo inoltre che almeno l'equivalente dei fondi destinati agli investimenti bellici e alle ricerche strategico-militari andrebbe riservato allo studio di strategie non violente per la soluzione dei conflitti. Inoltre, gli stati occidentali dovrebbero finalmente arrendersi all'idea che fino a quando il 20% dell'umanità (noi) avrà a disposizione l'80% dei beni del pianeta potremo scordarci la pace; mentre la guerra continuerà ad essere una necessità per garantire un simile, esagerato, privilegio. Quest'anno, al contrario, USA e Unione Europea spenderanno rispettivamente 500.000 miliardi e 250.000 miliardi di dollari per finanziare le operazioni militari, mentre la Banca Mondiale stima che ne basterebbero 13.000 per risolvere, per un intero anno, il problema della fame nel mondo e garantire i farmaci a tutti. Infine non dovremmo accettare mai e per nessun motivo il bombardamento delle popolazioni civili, che invece è sempre regolarmente avvento nelle guerre "umanitarie" degli ultimi anni. Almeno 5000 vittime in Afghanistan, secondo le stime più caute; altre 5000 in Iraq al tempo della Guerra del Golfo, a cui vanno aggiunti un milione e mezzo di morti per fame e malattie, in conseguenza dell'embargo. Tra loro 500.000 erano bambini. Ammesso - ma solo per pura dissertazione - che fossero popolazioni "da liberare": valeva davvero la pena farlo a questo prezzo? E quale sarebbe il prezzo giusto? Ed è mai possibile stabilire un numero equo di morti? Qui tocchiamo un punto molto delicato, che ci mette in discussione. Pacifismo infatti non può significare ignavia e nemmeno la teorizzazione di un "non intervento" assoluto e costante, che farebbe del mondo una specie di Far West planetario: regnando la legge del più forte infatti, la pace sarebbe impedita da una costante e impunita violazione della giustizia. Essere pacifisti significa piuttosto credere che la giustizia e la pace duratura possano essere perseguite solo con metodi pacifici. Ciò non esclude una funzione di polizia internazionale, dal momento che nessun vero pacifista contesta la legittimità di un servizio a tutela dell'ordine pubblico entro lo stato di diritto. Contesta semmai l'inganno che spesso si è voluto celare, giocando con le parole: nelle normali operazioni di polizia infatti - anche in quelle più delicate e pericolose - il 93% delle vittime non appartiene alla popolazione che vive sul territorio, come avviene nella media delle guerre contemporanee, per il semplice fatto che la polizia non bombarda indiscriminatamente i civili. Cosa che invece avviene regolarmente in tutti i conflitti, a partire dalla II guerra mondiale. Il fatto poi che si combatta al di fuori dei nostri confini e che tali operazioni fruttino ingenti guadagni alle nostre casse (col business della ricostruzione, dell'umanitario, del petrolio… ) non attenua ai nostri occhi (siamo onesti: la rende accettabile a quelli di molti altri!) la gravità della cosa, perché siamo ostinati nel ritenere che la vita di chiunque altro valga quanto la nostra. In questo sì siamo "estremisti" perché se a livello di principio tutti concordano con tale affermazione (almeno gli stati che hanno firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), concretamente, poi, il non essere disposti a fare sconti sulla pelle degli altri - per nessun motivo e a qualsiasi costo - è criterio per alcuni di distinguere tra "estremisti" e "gente di buon senso". E questo si traduce appunto nell'accusa di estremismo. Accusa interessante però, perché non riguardando aspetti particolari, ma l'insieme delle nostre scelte, ci obbliga a ragionare su noi stessi. Prendiamola per buona e chiediamoci: perché siamo estremisti? Prendendo a modello Gesù - il nostro Maestro - possiamo rispondere: in tutta sincerità: siamo estremisti perché anche Gesù lo era! Certo bisogna intendersi sul significato delle parole e capire cosa può significare il termine "estremismo" in una società che ha fatto del compromesso e delle ambiguità la quasi-norma delle proprie relazioni. In un paese in cui, per moralizzare la politica e l'economia, si cambiano le leggi e si criticano i giudici, si può anche confondere facilmente l'integrità con l'estremismo e la rettitudine con il fanatismo. Esistono però valori sui quali non si può scendere a compromessi, né giocare con le parole o nascondersi dietro le sfumature del discorso e questa radicalità - esigita dal Vangelo - viene etichettata quale estremismo. Ma appunto: come sarebbe definito oggi un maestro che insegnasse ai suoi discepoli: "Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno" (Mt 5,37)? E che riprendendo l'antico comando di Dio lo completasse aggiungendo: "Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio" (Mt 5,21), per poi concludere: "ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra (Mt 5,39)? Certo, i teorici ad oltranza della guerra "giusta" si ostinano ad obiettare che non bisogna fare una lettura fondamentalista della Bibbia (soprattutto - guarda caso! - dei passi che riguardano la nonviolenza evangelica… ma nemmeno si può manipolare l'interpretazione, fino a sconvolgerne il significato! Gesù ha indiscutibilmente identificato nel dono divino della pace (shalom) il frutto più maturo del Regno e lo scopo ultimo della sua missione: quello di rappacificare col sangue della sua croce, le cose della terra e quelli del cielo (cfr. Col 1,20). "Pace a voi!" (Gv 20,19), sono le prime parole del Risorto e sono il compimento di quel dono che aveva promesso, precisando però che la "sua" pace non ha nulla a che fare con quella scialba caricatura che della pace ci propina il mondo: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi" (Gv 14,27). Persino Tacito in seguito avrebbe ironizzato sulla pace dell'impero: "Fanno il deserto e lo chiamano pace" (Vita di Agricola,30,6). Secoli dopo, Giovanni XXIII indirizzò "a tutti gli uomini di buona volontà" - non solo ai credenti quindi - l'enciclica Pacem in terris, che sigillò con la solenne e definitiva affermazione: "E' alieno alla ragione pensare che nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia" (67). Frase che qualcuno ritenne tanto "estremista" da tradurre, nella versione ufficiale italiana, "alienum est a ratione" con "riesce quasi impossibile pensare"! Piaccia o non piaccia è però con questa grande verità che dobbiamo fare i conti. Dal momento che negli attuali conflitti il 93% delle vittime - come già ricordato - sono civili: è logico o pura follia continuare a considerare la guerra quale "ultima soluzione per risolvere i conflitti" e utilizzarla quale "strumento di giustizia"? Per troppo tempo abbiamo delegato ad altri, a tecnocrati, non solo la gestione del mondo, ma anche l'elaborazione del nuovo pensiero comune. Il risultato è che quest'ultimo è stato distorto dai valori umani fondamentali in funzione degli interessi economici delle nuove classi dominanti. Il neoliberismo è uscito dalla sfera meramente economica - dove l'etica dev'essere pur sempre di casa - per inquinare anche gli altri ambiti della convivenza sociale. Da anni gli indigeni del Chiapas e più in generale dell'America Latina ci invitano a riflettere su questo. Faremo bene a deciderci prima che sia troppo tardi; faremo bene a riappropriarci della nostra quota di sovranità popolare, smettendo di votare per abitudine - o affetto - gli stessi partiti e facendo sapere ai nostri candidati che le scelte in materia di pace, politica estera ed economia saranno discriminanti per il nostro consenso futuro; faremo bene a non concedere più deleghe in bianco a "nessuno" e a pretendere niente meno che la pace!

Alberto Vitali


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