Is
60, 1-6: La gloria del Signore brilla
su di te
Sal 71
EF3,2-6: I gentili sono coeredi
Mt 2,1-12: Veniamo da oriente per adorare
il re
Il
testo evangelico affonda le sue radici
in un ambiente determinate da due circostanze
storiche: l'aggressività di Erode
di fronte ad ogni possibile pretendente
alla regalità e il marcato etnocentrismo
(presunzione di superiorità razziale)
esistente nella regione.
La prima di queste circostanze è
abbondantemente attestata dalle fonti
storiche dell'epoca. Perfino i membri
della sua stessa famiglia dovettero
soffrire la suscettibilità di
Erode su questo punto. E in particolare
i movimenti messianici furono oggetto
della persecuzione da parte del re,
considerato da alcuni il Messia sperato
(erodiani, alcuni sadduccei...).
Da
questa prospettiva è necessario
comprendere il passo presente, che ha
chiare connotazioni politiche per la
ripetuta presenza nel testo del termine
"re". Questo titolo viene
attribuito prima ad Erode nei versetti
1.3.9, ma in bocca ai magi si riferisce
ad un bambino neonato (v.2) che viene
designato con gli attributi della signoria:
e chiamato "Messia" e anche
(capo) e "pastore" secondo
la citazione della profezia di Michea
e riceve la prostrazione e le offerte
come legittimo governante.
Si
riattualizza così la storia della
fondazione d'Israele, giacché
come Mosé il liberatore del popolo
è perseguitato da un re nemico.
D'altra parte, la comunità cristiana
primitiva sperimenta nella propria carne
le difficoltà che comporta la
sequela di Gesù. Particolarmente
in Siria, patria del Vangelo di Matteo,
troviamo testimonianze che riflettono
il tempestivo conflitto con l'autorità
imperiale. Già sotto Caligola
nell'anno trentotto alcuni membri del
cristianesimo primitivo vennero espulsi
dalla regione e la situazione, lungi
dal migliorare, si era acutizzata ai
tempi in cui si scrisse il Vangelo.
Insieme
a questo motivo centrale del racconto
c'è un rifiuto esplicito alla
coscienza di superiorità razziale
presente nell'elemento giudaico della
comunità di Matteo.
La tradizione popolare ha fatto dei
magi dei re, come conseguenza del testo
d'Isaia, e rappresentandoli sui propri
cammelli vede in essi il compimento
del v.6 dello stesso capitolo: "t'inonderà
una moltitudine di cammelli, di dromedari
da Madian e da Efa". Nelle loro
offerte ha visto la realizzazione dello
stesso passo: "vengono tutti da
Saba, portando incenso e oro".
Frequentemente
la fede ci colloca di fronte alla necessità
di compiere una scelta tra due sottomissione.
L'accettazione delle decisioni dei potenti,
molte volte contrarie al volere di Dio,
o l'obbedienza al disegno di Dio.
Nel
caso in cui con realismo si pretende
di giustificare l'opposizione del governante
al disegno divino, il testo ci chiama
a riconoscere il "re dei giudei"
nel bambino nudo che è nato.
D'altra parte, la comunità cristiana
è chiamata a comprendere che,
paradossalmente, a volte sono i "lontani"
più che i membri del popolo di
Dio, quelli che scoprono meglio la presenza
sempre nuova di Dio nella storia.
Cresce
costantemente intorno a noi la sfiducia
nei confronti dello straniero e di tutto
ciò che è "diverso".
Ciascun gruppo, paese o razza pretendono
di legare la presenza di Dio ai propri
interessi o comportamenti comunitari.
Il racconto dei magi ci mostra come
con questi atteggiamenti possiamo correre
il rischio di rifiutare una nuova forma
della presenza di Dio, affogandola e
riproducendo così l'atteggiamento
di Erode e della dirigenza israelitica
dell'epoca di fronte al neonato. Il
Dio con noi si presenta molto spesso
in una visione lontana dalla nostra,
in atteggiamenti che frequentemente
sono diversi dai nostri nel modo di
accedere alla realtà. A volte
sotto la forma di una stella e di sogni,
che in apparenza sono solamente umani...
Ma
grazie ad essi, Dio ci chiama a percorrere
un cammino che culmina nell'adorazione
di Gesù. La presenza di una stella
o di sogni umani può essere la
manifestazione concreta di Dio nella
vita degli uomini, la realizzazione
della storia della benedizione divina
nella storia dell'umanità.
I
magi dell'oriente ci chiamano a percorrere
il loro stesso cammino che conduce all'accettazione
dell'azione di Dio di fronte alla vita.
Il criterio per riconoscere il Dio vivente,
la sua presenza ed il suo agire, non
passa per l'appartenenza ad una struttura
- sebbene sia depositaria delle scritture
che ci indicano il luogo della nascita
- ma nell'accettazione gioiosa del Dio
della vita.
Un'altra
prospettiva possibile.
Se
c'è un giorno nell'anno liturgico
il cui significato riguarda direttamente
il tema della "teologia delle religioni"
è questo dell'Epifania. Il suo
messaggio sembrerebbe chiaro nell'espressione
di Matteo: Gesù è la rivelazione
definitiva e tutti i popoli (e le religioni)
dovranno venire ad adorarlo. Matteo
non lo esprime con un linguaggio concettuale
o sistematico, ma semplicemente con
un materiale narrativo, con un "mito"
che, essendo un simbolo, è suscettibile
di una lettura variabile, "secondo
il colore delle lenti con cui lo si
guarda". Sappiamo bene che ad uno
stesso testo simbolico, mediante l'interpretazione,
si possono far dire cose molto diverse
e persino contrarie.
Il
simbolo centrale del messaggio dell'Epifania,
questi magi d'oriente venuti ad adorare
Gesù, può essere effettivamente
letto dalla classica prospettiva esclusivista
("fuori della chiesa non c'è
salvezza") o inclusivista ("fuori
di Gesù non c'è salvezza")
o perfino da una lettura "pluralista".
Questa molteplice possibilità
va prospettata prima di fare un commento
o un omelia, se si vuole farlo in modo
coscientemente critico. Perché
con una glossa semplicemente fervorosa
o diretta degli elementi simbolici implicati
nel "mito" dell'Epifania,
possiamo correre il rischio di riprodurre
e alimentare la posizione inclusivista
e persino quella esclusivista che ha
prevalso nel cristianesimo per secoli
e che oggi, attraverso un processo di
cambiamento iniziato dal Vaticano II,
sono in ritirata.
Più
che una dimensione verso l'esterno dell'insieme
della teologia, come si potrebbe pensare
da principio, la "teologia delle
religioni" è una "terza
dimensione" che attraversa tutto
il corpus teologico. Praticamente non
si può fare alcuna affermazione
teologica che non implichi in un modo
o nell'altro una posizione in materia
teologica delle religioni. Ma ci sono
giorni, come questo dell'Epifania in
cui il tema centrale va dritto al cuore
della teologia delle religioni (o "teologia
del pluralismo religioso" come
è chiamata oggi).
Non
possiamo sviluppare qui il tema. Segnaliamo
solo questa necessità d'essere
coscienti della "teologia delle
religioni" che è in gioco
nel simbolo dell'Epifania. La teologia
delle religioni è un ramo nuovo
che ha iniziato a svilupparsi nella
teologia degli anni 60 del secolo scorso;
la maggior parte dei sacerdoti e dei
teologi non la studiano nella loro formazione
teologica iniziale; è un tema
nuovo, o meglio, è un tema del
quale solo ora prendiamo coscienza,
ma che sempre se ne stava lì,
presente.
Iniziano
comunque ad essere disponibili alcuni
testi di approfondimento sia a livello
teologico sistematico che a livello
divulgativo, tanto in libreria quanto
sul web.
Per
la revisione di vita
Questa
pagina del Vangelo ci mostra che Dio
si fa conoscere a tutte le genti, non
solo al popolo giudaico, ma a tutti
i popoli, persino i più lontani,
rappresentati dai Magi "d'oriente".
Ho io questo stesso sentimento di universalità,
di Dio, o credo che Dio "è
nostro" o persino "cattolico"?
Pensiamo che solo noi abbiamo ricevuto
questo dono fatto da Dio all'umanità
in Gesù? O pensiamo forse che
solo la nostra religione sia vera, e
le altre false?
Per
l'incontro di gruppo
-
L'Epifania di Gesù, la sua manifestazione
a tutta l'umanità, significa
che "c'è più popolo
di Dio di quello che il popolo di Dio
s'immagina". Il popolo giudaico
dell'Antico Testamento pensava che Dio
fosse il "suo" Dio, non immaginava
che questo Dio stesse vivendo con altri
popoli la loro storia della salvezza
Sto attento a non cadere in queste ristrettezze
di vedute, in fanatismi di parte, mi
rallegro che Dio si prensa cura anche
di quelli che si relazionano con lui
attraverso altre strade?
- Il Concilio Vaticano II ci ha fatto
sapere che la manifestazione di Dio
in Gesù non è l'unica.
Dio si è manifestato in molti
modi anche agli altri popoli
Quale
cambiamento di atteggiamento e persino
di linguaggio implica questa "scoperta"?
Quali cambiamenti implica anche negli
aspetti fondamentali della missione,
dell'evangelizzazione ai popoli non
cristiani?
Per
la preghiera dei fedeli
-
Perché la Chiesa sia sempre fedele
al suo compito di far conoscere la Buona
Notizia a tutte le genti e attenta ad
ascoltare tutte le altre Buone Notizie
che le altre religioni ci possono raccontare
- Perché siamo disposti a ricevere
i doni - come quelli dei Magi d'oriente
- che le religioni orientali ci offrono
con il loro benefico influsso sull'occidente
- Perché quanti vivono nel dubbio,
nel timore o nell'insicurezza s'incontrino
con il Dio vivo e raggiungano la luce
e la pace di cui hanno bisogno
- Per quanti seguono un mondo più
giusto nella pace, perché trovino
la ricompensa al loro lavoro e alle
loro lotte
- Perché viviamo la fraternità
con quanti ci circondano in modo tale
da essere dei testimoni di fede e amore
Orazione
comunitaria
Dio,
Padre nostro, che in giorno come questo
facesti conoscere il tuo Figlio alle
genti di tutti i popoli, fa che quanti
ti cercano, trovino e seguano le stelle
che tu poni sul loro cammino. Per Cristo
nostro Signore. Amen.