Notizia - 3 maggio 2010



EL SALVADOR - LEGGE AMNISTIA
Derogano la legge d'amnesia

Se l'amnesia è una patologia psichica per la quale ad un individuo è impedito ricordare, l'amnistia genera una patologia sociale per la quale ad una collettività si vuole imporre l'oblio. Lungi dal sanare ferite o evitare di aprirle, come si è argomentato, l'amnistia ammala la società, la rende amnesica. Impedisce la possibilità del perdono, poiché elude la conoscenza della verità e demotiva il riconoscimento della colpa e il pentimento. E' garanzia generale d'impunità. E' sinonimo d'ingiustizia. E' una legge ingiusta.

"Una legge immorale nessuno deve compierla". Le parole sono di Monsignor Romero. Il giorno prima di essere assassinato rivolse un appello a soldati e guardia nazionale perché disobbedissero agli ordini contrari alla legge di Dio. Trent'anni dopo e in un altro contesto, ritengo che la frase del vescovo-martire mantenga la sua qualità. Di più, potrebbe bene applicarsi alla legge che impedisce ingiustamente d'indagare e portare di fronte alla giustizia quanti lo uccisero. La legge di amnistia è una legge immorale.

Nessuna legge di amnistia può essere applicata a casi di crimini di lesa umanità. Così recita il moderno diritto internazionale. Inoltre questi non sono delitti che cadono il prescrizione. Sono, per definizione, imprescrivibili e non amnistiabili. La legge di amnistia del 1993 risulta inutile, poiché è inapplicabile a questi delitti contro l'umanità. L'argomento della "sconvenienza" a derogare la legge confonde l'idea della riconciliazione con il semplicismo del "cancellare e aprire un nuovo conto". E' un affronto alle vittime e ai loro famigliari. Il processo di negoziazione ha stabilito come proposito "di riunificare la società salvadoregna", ma non ha mai contemplato l'impunità per i gravi fatti violatori dei diritti umani commessi durante il conflitto. Al contrario, ha promosso la formazione di una Commissione della Verità perché li investigasse e consegnasse il proprio rapporto alle parti e all'ONU. La Legge di Amnistia Generale per il Consolidamento della Pace, decretata il 20 marzo 1993 e pubblicata 2 giorni dopo, fu unilateralmente sostenuta da una delle parti per non compiere quelle raccomandazioni. Non ha nulla a che fare con la Legge di Riconciliazione Nazionale, del gennaio 1992, che rese possibile la soluzione politica negoziata. C'è chi le confonde maliziosamente per dire che la pace necessitò dell'amnistia.

La Corte Suprema di Giustizia di El Salvador decretò nel 1999 che "un governo non può amnistiare se stesso". Con tale ragionamento il caso dei gesuiti restava escluso dalla legge d'amnistia, promossa come iniziativa di legge dal presidente Cristiani, dato che il crimine fu commesso durante la sua amministrazione. Con tale logica giuridica ci si potrebbe chiedere: può un regime politico amnistiare se stesso? Potevano i deputati dell'Assemblea Legislativa del 1993 stendere questo manto d'impunità sui crimini orrendi commessi a partire dal 1980?

La Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), ha studiato il caso di Monsignor Romero e ha emesso alcune raccomandazioni. Lo stato salvadoregno, il cui massimo rappresentante in quanto capo dello stato è Mauricio Funes, ha riconosciuto per la prima volta che la CIDH ha giurisdizione e che le sue raccomandazioni sono "vincolanti", cioè obbligatorie. Una di queste esige che il Salvador "adegui la legislazione interna" alla legge di amnistia del 1993. Bisognerà farlo. Questo dettato aspetta da anni d'essere attuato. Non farlo equivarrebbe a dichiarare lo stato salvadoregno "ai margini della legge". In qualche momento andrà fatto.

Perché continuare a sperare? A senso aspettare ancora? Non è per caso questo un momento propizio? Si oppongono soltanto meschini calcoli politici o una flagrante mancanza di onestà. Tutta la società aspetta. Specialmente aspettano le vittime ancora con speranza. Ma anche con impazienza. I dimenticati della storia non possono rassegnarsi di fronte al silenzio ufficiale e all'oblio decretato. Soprattutto perché alla pari dei monumenti, piazze e strade dedicati alla memoria dei martiri, si mantengono vie, piazze e monumenti in onore a presunti o provati carnefici. Meglio che restino lì, muto ricordo dell'orrore che soffrì il paese, testimonianza dell'ingiustizia del potere, dell'impossibilità per questo popolo di dimenticare, dell'accecamento e del fanatismo dei suoi oppressori, che si rifiutano a chiedere il perdono e a lasciarsi perdonare. (EL FARO/ Ribera)