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EL
SALVADOR - LEGGE AMNISTIA
Derogano la legge d'amnesia
Se
l'amnesia è una patologia psichica per la quale
ad un individuo è impedito ricordare, l'amnistia
genera una patologia sociale per la quale ad una collettività
si vuole imporre l'oblio. Lungi dal sanare ferite o evitare
di aprirle, come si è argomentato, l'amnistia ammala
la società, la rende amnesica. Impedisce la possibilità
del perdono, poiché elude la conoscenza della verità
e demotiva il riconoscimento della colpa e il pentimento.
E' garanzia generale d'impunità. E' sinonimo d'ingiustizia.
E' una legge ingiusta.
"Una
legge immorale nessuno deve compierla". Le parole
sono di Monsignor Romero. Il giorno prima di essere assassinato
rivolse un appello a soldati e guardia nazionale perché
disobbedissero agli ordini contrari alla legge di Dio.
Trent'anni dopo e in un altro contesto, ritengo che la
frase del vescovo-martire mantenga la sua qualità.
Di più, potrebbe bene applicarsi alla legge che
impedisce ingiustamente d'indagare e portare di fronte
alla giustizia quanti lo uccisero. La legge di amnistia
è una legge immorale.
Nessuna
legge di amnistia può essere applicata a casi di
crimini di lesa umanità. Così recita il
moderno diritto internazionale. Inoltre questi non sono
delitti che cadono il prescrizione. Sono, per definizione,
imprescrivibili e non amnistiabili. La legge di amnistia
del 1993 risulta inutile, poiché è inapplicabile
a questi delitti contro l'umanità. L'argomento
della "sconvenienza" a derogare la legge confonde
l'idea della riconciliazione con il semplicismo del "cancellare
e aprire un nuovo conto". E' un affronto alle vittime
e ai loro famigliari. Il processo di negoziazione ha stabilito
come proposito "di riunificare la società
salvadoregna", ma non ha mai contemplato l'impunità
per i gravi fatti violatori dei diritti umani commessi
durante il conflitto. Al contrario, ha promosso la formazione
di una Commissione della Verità perché li
investigasse e consegnasse il proprio rapporto alle parti
e all'ONU. La Legge di Amnistia Generale per il Consolidamento
della Pace, decretata il 20 marzo 1993 e pubblicata 2
giorni dopo, fu unilateralmente sostenuta da una delle
parti per non compiere quelle raccomandazioni. Non ha
nulla a che fare con la Legge di Riconciliazione Nazionale,
del gennaio 1992, che rese possibile la soluzione politica
negoziata. C'è chi le confonde maliziosamente per
dire che la pace necessitò dell'amnistia.
La
Corte Suprema di Giustizia di El Salvador decretò
nel 1999 che "un governo non può amnistiare
se stesso". Con tale ragionamento il caso dei gesuiti
restava escluso dalla legge d'amnistia, promossa come
iniziativa di legge dal presidente Cristiani, dato che
il crimine fu commesso durante la sua amministrazione.
Con tale logica giuridica ci si potrebbe chiedere: può
un regime politico amnistiare se stesso? Potevano i deputati
dell'Assemblea Legislativa del 1993 stendere questo manto
d'impunità sui crimini orrendi commessi a partire
dal 1980?
La
Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), ha
studiato il caso di Monsignor Romero e ha emesso alcune
raccomandazioni. Lo stato salvadoregno, il cui massimo
rappresentante in quanto capo dello stato è Mauricio
Funes, ha riconosciuto per la prima volta che la CIDH
ha giurisdizione e che le sue raccomandazioni sono "vincolanti",
cioè obbligatorie. Una di queste esige che il Salvador
"adegui la legislazione interna" alla legge
di amnistia del 1993. Bisognerà farlo. Questo dettato
aspetta da anni d'essere attuato. Non farlo equivarrebbe
a dichiarare lo stato salvadoregno "ai margini della
legge". In qualche momento andrà fatto.
Perché
continuare a sperare? A senso aspettare ancora? Non è
per caso questo un momento propizio? Si oppongono soltanto
meschini calcoli politici o una flagrante mancanza di
onestà. Tutta la società aspetta. Specialmente
aspettano le vittime ancora con speranza. Ma anche con
impazienza. I dimenticati della storia non possono rassegnarsi
di fronte al silenzio ufficiale e all'oblio decretato.
Soprattutto perché alla pari dei monumenti, piazze
e strade dedicati alla memoria dei martiri, si mantengono
vie, piazze e monumenti in onore a presunti o provati
carnefici. Meglio che restino lì, muto ricordo
dell'orrore che soffrì il paese, testimonianza
dell'ingiustizia del potere, dell'impossibilità
per questo popolo di dimenticare, dell'accecamento e del
fanatismo dei suoi oppressori, che si rifiutano a chiedere
il perdono e a lasciarsi perdonare. (EL FARO/ Ribera)
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