Notizie - 17 gennaio 2006


 

 

EL SALVADOR - LA PACE: PROCESSO INCOMPIUTO

Sono trascorsi 14 anni dalla firma degli Accordi di Pace e continua a restare sospesa un'analisi approfondita di ciò che ha significato quell'avvenimento senza precedenti nella sua storia, per comprendere sufficientemente gli effetti dello stesso fino ad ora e in futuro. La prima cosa da sottolineare è che il nostro paese non ha mai avuto una tradizione di intesa nazionale. Ciò fece si che, nel tempo, il nostro processo storico fosse accidentato, fluttuante e insicuro; da ciò si generò una specie di sensazione fatalista riguardo alla supposta impossibilità di previsione del presente e pianificazione del futuro, lasciando libera la via ad un autoritarismo strutturale presumibilmente necessario per controllare le contingenze della realtà. Da sempre quindi ci sottraiamo all'ordinamento razionale della vita nazionale, con il quale restarono libere di fare il loro agosto - come si direbbe in gergo popolare - le forze del potere e poi quelle del contro potere. Arrivammo alla guerra interna dopo una prolungata vicenda storica negativa. Il paese si andò sempre più dividendo, per l'inesistenza di un progetto democratico nazionale ed il conseguente fondamento di una cultura antidemocratica. La guerra fu l'ultimo atto di un dramma che sembrava non aver fine. L'ultimo atto che inesorabilmente doveva concludersi con una catastrofe. Durante gli anni del conflitto armato, si visse la permanente attesa su quale sarebbe stata la soluzione militare dello stesso: quella delle forze armate o quella del movimento insorto. E, sebbene si parlasse in modo intermittente di pace, la soluzione politica era quella che secondo la maggioranza della gente risultava meno fattibile, per l'esperienza storica vissuta. Nel paese, la violenza aveva sempre finito per imporsi. Cosa poteva garantire che questa volta non sarebbe stato così? Ma, in realtà, la guerra portava in se il germe della propria autoeliminazione, essendo l'ultimo impulso della divisione nazionale. In quanto alla rottura interna, non c'è nulla al di là della guerra, qui e ovunque. Quando la guerra avanzò senza potersi risolvere con le armi, la soluzione politica si profilò alla bocca del tunnel. E questo fu ciò che successe alla fine dei conti. La guerra diventò necessaria, perché tutti la rendemmo necessaria. E la pace anche, divenne necessaria, perché le soluzioni militari possibili non poterono contare, in nessun momento, sull'appoggio sociale sufficiente per riuscire come tale. Nessuno delle due parti in armi riuscì a far pendere la bilancia popolare a proprio favore. Ma bisogna anche dire che la volontà generale - inorganica, ma determinante - impedì che ciascuna delle due parti s'indebolisse fino al punto di diventare irrilevante. La soluzione politica avrebbe richiesto che entrambe le "parti" avessero la forza indispensabile perché si producessero degli accordi di pace sostanziali, realistici, calendarizzati e verificabili, che poi avemmo. Arrivammo agli Accordi di Pace del 16 gennaio 1992. La guerra terminò con un atto di razionalità veramente insperato. E iniziò il cammino del compimento e della sostenibilità. La guerra era riuscita a sostenersi con molta energia fino ad arrivare all'accordo politico della soluzione. Avrebbe potuto questo accordo politico guadagnare la propria sostenibilità nel tempo?Questa era la domanda da un milione in quei giorni carichi di aspettative, tanto interne come internazionali. Quattordici anni dopo, possiamo vedere quanto successe in prospettiva, prima e dopo. L'accordo si compì per quattro ragioni fondamentali: perché non pretese d'essere più che un rimodellamento basilare del sistema politico; perché era sufficientemente soddisfacente perché ciascuna delle due parti potesse convincere le rispettive clientele della bontà potenziale dello stesso; perché c'era un calendario preciso d'impegni da compiere che evitava le imprecisioni che potessero far deviare da quanto accordato; e perché c'era un ente di verifica del più alto livello - le Nazioni Unite - che avrebbe garantito l'equilibrio nel compimento, così come aveva garantito l'equilibrio nell'accordo in quanto tale. In quei giorni e in seguito si è frequentemente detto che gli Accordi di Pace erano insufficienti, perché si riferivano solo in modo molto marginale alle palpitanti questioni sociali ed economiche del paese. In realtà, un accordo come il nostro, doveva adattarsi alle proprie possibilità: essere il fattore efficacie dello scioglimento dell'autoritarismo militare, rendendo al tempo stesso fattibile il pieno riconoscimento legale della sinistra, nel senso verificabile che questa avrebbe rinunciato ad ogni sovversione armata. Così avvenne. E da lì deriva l'esito storico e pratico di quell'accordo. Per loro propria natura gli accordi di pace sono uno sforzo incompiuto e aperto. Il frutto principale degli accordi è l'espansione di consolidamento della democrazia. E lì sta il legame delle conseguenze positive tra gli accordi e la dinamica posteriore in divenire. Le problematiche sociali ed economiche, tanto significative per il destino della società e dei suoi membri, non potevano risolversi negli accordi ma neppure erano effettivamente trattabili senza di essi, giacché a partire da quelli la democrazia sarebbe stata capace di permettere e promuovere intese nazionali successive. Se ciò non è avvenuto nella misura sperata, non è per l'inadeguatezza degli accordi ma per l'irresponsabilità e l'insufficienza nella gestione delle energie di democratizzazione. Il paese è in debito con se stesso, perché se riuscì ad intendersi sul piano politico basilare, in condizioni tanto avverse, non c'è alcuna ragione perché non possa intendersi sul piano sociale ed economico, in condizioni incomparabilmente più favorevoli. E' il compito che più soffre per il confronto artificiale che continuano ad avere, sempre più con minori scuse valide, le due principali forze politiche: l'FMLN e ARENA. (El Faro/Galindo)

 


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