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L'importanza strategica
della palma africana
Il consumo generale mondiale aumenterà presumibilmente
un 60% entro il 2030, ciò significa un enorme necessità
di nuova energia. Le fonti principali attuali, il carbone, il petrolio,
il gas, non solo diminuiscono, ma sono la principale fonte di degrado
del clima.
Tutto ciò fa prevedere che stiamo uscendo
dall'era del petrolio, è che il carbone, ancora abbondante,
non sarà una soluzione adeguata e immediata per il costo
che rappresenta la sua utilizzazione con meno produzione di CO2.
E' così che si apre la strada all'utilizzazione
della biomassa, vale a dire, l'energia prodotta a partire dal legno,
dalla canna da zucchero,dal mais, dal grano, dalla colza, dalla
barbabietola. Questa fonte di energia rappresenta per il momento
il 14% della produzione mondiale (un 30% nei paesi in via di sviluppo).
La produzione di metanolo di origine vegetale ha
varie applicazioni. La più conosciuta è la sua trasformazione
in biocarburante (petrolio verde). Si prevede che, nel 2010, questa
fonte rappresenterà il 5,75% del consumo europeo. Per questo
si stima che 17 milioni di ettari, sui 97 milioni esistenti, tenderanno
ad essere utilizzati per questo scopo. Già nel 2005, l'alcool
incorporato alla benzina è utilizzato da più di 300.000
veicoli in Brasile.
L'altra applicazione è l'utilizzazione dell'idrogeno,
con la pila a idrogeno, non contaminante, e produce solo acqua e
calore. La prima generazione utilizza idrogeno estratto dal metanolo,
derivato dal carbone e dal gas naturale. La seconda generazione
utilizza lo stesso gas estratto dalla biomassa (elettricità
che permette elettrolizzare acqua e produrre idrogeno). Si tratta
dell'idrogeno verde.
Di fronte a questa situazione si programmano strategie
di controllo economico di scala mondiale e anche problemi geopolitici,
tanto immediati come a medio e lungo termine. E' in questo contesto
che appare l'estensione delle coltivazioni di palma africana.
La palma africana (Elaeis guineensis) proviene
dall'Africa e fu utilizzata da migliaia di anni per ottenere l'olio.
Rappresenta quasi il 25% della produzione degli oli vegetali nel
mondo.
L'Africa Centrale è stato il principale
produttore, il Congo , in particolare, prima della sua indipendenza,
e poi la Nigeria (con il 64% negli anni 60). Dagli anni 80 li superò
la Malesia, che dominò il mercato. Ciò nonostante,
con la crisi asiatica del 1997, la tendenza fu di investire in altre
aree del tropico. In America Latina, dopo un esame poco soddisfacente
agli inizi del XX secolo, si ritornò alla coltivazione in
forma estesa dalla fine degli anni 80.
Per il momento, l'uso alimentare degli oli vegetali
è predominante, anche della palma africana, però si
prevede che il suo ruolo nella produzione di energie rinnovabili
aumenterà rapidamente.
L'impatto sociale e ambientale della coltivazione
estensiva della palma africana.
La coltivazione estensiva della palma africana
richiede poca mano d'opera, molti fertilizzanti chimici e molto
terreno. Trattandosi di una palma arborea, è entrata nei
piani di riforestazione di molti paesi dove è stata presentata
come un eccellente investimento, incluso con una matrice ambientalista.
Il modello di coltivazione che si presenta in questi casi continua
ad essere il modello asiatico di grandi estensioni di monocultura.
In altri casi, i contadini mettono il lavoro e in molti casi la
terra, e poi ottengono un prodotto che possono trasformare, eventualmente
in forma artigianale, ma con un bassissimo rendimento.
La trasformazione meccanica, al contrario, offre alti rendimenti,
però essendo i mulini o torchi in mano a pochi latifondisti
(generalmente tansnazionali), che in molti casi rappresentano monopoli
assoluti. Questi possono offrire prezzi molto bassi, dove non si
comprendono né i costi ecologici, né le conseguenze
sociali. La caduta dei prezzi colpisce così i piccoli produttori.
Per l'introduzione delle nuove piantagioni si utilizzano
in molti casi zone di bosco umido tropicale, che sono spianati,
fertilizzati, piantati e in seguito spruzzati continuamente con
potenti erbicidi che, insieme ai fertilizzanti chimici, penetrano
il suolo contaminando le fonti d'acqua. Nei terreni coltivati in
questa forma risulta molto difficile introdurre contemporaneamente
altre coltivazioni, a causa dell'azione degli erbicidi.
Lo sfollamento delle popolazioni autoctone è,
in molti casi, forzoso e irrisoriamente compensato. In Colombia
è stata eseguito con sangue e fuoco nella totale impunita.
Inoltre, c'è la costruzione delle dighe per l'irrigazione
e di altre opere, con effetti simili.
Le conseguenze della coltivazione estesa della
palma africana sono conosciute fondamentalmente nell'ambito delle
comunità e popolazioni colpite, da alcune ONG e gruppi ambientalisti,
ma per la maggior parte della popolazione mondiale è solo
un ingrediente in più nel rossetto per labbra o in cucina.
Gli effetti sociali in molti casi sono disastrosi,
per la distruzione del contesto tradizionale,dei tessuti sociali
e dall'espulsione dei piccoli contadini dai loro mezzi abituali
di produzione. Il caso della Colombia è abbastanza esemplare
in questo senso. Ciò nonostante, conseguenze sociali negative
sono state segnalate, in Malesia, in Papuasia e in altri paesi dei
continenti latinoamericano e africano. Questa coltivazione forma
parte dell'eliminazione della agricoltura contadina per trasformare
il settore in una produzione concentrata con parametri capitalisti.
François Houtart
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