Notizia - 24 marzo 2008


 

 

EL SALVADOR - MONSIGNOR ROMERO
Monsignor Romero crocifisso

Per i cattolici salvadoregni, e al di là delle nostre frontiere territoriali, questo nuovo anniversario del martirio dell'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero, si riveste di molto simbolismo.

Da un lato perché si è recentemente conclusa la Settimana Santa, il principale avvenimento del cattolicesimo, in cui si commemora la vita, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo.

Secondo i racconti biblici, Gesù Nazzareno morì sulla croce, sotto il potere dell'impero romano e per l'ipocrisia del circolo del potere religioso giudaico di quel tempo, tra altre ragioni non meno spirituali, per la scelta preferenziale dei poveri, fatta da lui.

Anche Monsignor Oscar Arnulfo Romero, essendo arcivescovo della diocesi di San Salvador, come pastore della chiesa cattolica assunse il cammino indicato da Gesù Cristo: la difesa dei più fragili, sottomessi e perseguitati dal sistema imperante, vale a dire delle grandi maggioranze, i poveri di El Salvador.

Certamente molti intellettuali e salvadoregni hanno sottolineato le coincidenze tra i motivi del martirio di Gesù e quello di Monsignor Romero, da cui emerge una delle ragioni per cui è stato iniziato il processo di canonizzazione di Monsignor Romero, sebbene per il suo popolo sia già santo.

E dall'altro perché la difficile situazione che vive la maggioranza dei salvadoregni in questi momenti tranne che per l'aspetto politico, furono i temi denunciati da Monsignor Romero, durante le omelie del tempo in cui fu a capo della sua chiesa.

I bassi salari, l'opulenza di pochi, la fame di molti; la mancanza di attenzione medico ospedaliera; anche la carestia del paniere furono temi denunciati dall'arcivescovo martire, per cui la destra di questo paese, successivamente raggruppata nel partito di ARENA, lo accusò di essere comunista e perciò lo condannò a morte, cosa che fu realizzata il 24 marzo 1980, mentre il pastore celebrava una messa nella cappella dell'Ospedale Oncologico della Divina Provvidenza.

Sicuramente se Monsignor Romero fosse vivo starebbe denunciando con coraggio e senza timori l'attuale governo per le politiche che stanno favorendo pochi, mentre hanno colpito la stragrande maggioranza. Denuncerebbe e accuserebbe l'attuale governo di essere l'unico responsabile del fatto che i salvadoregni non hanno garantito il pane quotidiano, che ogni volta non sia sicura la presenza dei fagioli e della tortilla sulla mensa, i principali ingredienti della dieta alimentare di centinaia di migliaia di salvadoregni.

Senza dubbio, Monsignor Romero accompagnerebbe questo popolo nella sua rivendicazione che sia garantito il sostentamento quotidiano; si metterebbe, senza ambiguità contro la miniera metallica, contro la privatizzazione dell'acqua, contro lo smisurato consumismo promosso dai mezzi di comunicazione, contro l'espulsione dei salvadoregni verso gli Stati Uniti, con cui si disintegrano le famiglie e violano la costituzione e i canoni religiosi.

Ovviamente se Monsignor Romero fosse vivo verrebbe nuovamente condannato dalle stesse persone, che continuano ad essere i responsabili della sofferenza del popolo salvadoregno, ancora oggi. (COLATINO/Editoriale)

 


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