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La
provocazione del teologo Giulio Girardi Si
può usare il mitra per amore?
di Tonino Bucci
(da Liberazione del 25 gennaio 2006) |
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Non
fraintendete. A nessuno verrà mai in mente di sostenere che Ernesto Che
Guevara fosse un cristiano. Però c'è chi prova
a dire che l'impegno etico e politico del più famoso tra i rivoluzionari
del '900 possa essere condiviso anche dall'interno
del cristianesimo. Che anche un cristiano possa trovare
più d'un motivo per identificarsi con l'eroe per antonomasia della lotta
armata e dei movimenti di liberazione dei popoli oppressi in America latina.
E che non abbia, invece, motivi per dissociarsi da colui
che fu anche, prima, compagno d'armi di Fidel
Castro sulla Sierra Maestra, e poi dirigente politico di primo piano nella
Cuba socialista. Che
Ernesto Guevara continui a far discutere, che la sua vita da guerrigliero
continui ad alimentarne il mito ancora oggi nell'immaginario giovanile,
che sul suo lascito politico e sentimentale si continui a pubblicare libri
e imbastire dibattiti - che tutto questo avvenga è ordinaria amministrazione.
Più sorprendente, invece, è che un ex sacerdote scriva un libro dal titolo
Che Guevara visto da un cristiano. Il significato etico della sua scelta
rivoluzionaria (Sperling & Kupfer
Editori, pp. 314, euro 11,50) e presenti il guerrigliero marxismo come
anticipatore di un socialismo umanistico molto meno lontano dai principi
del cristianesimo di quanto si creda. Anzi, così
vicini da essere un tutt'uno. L'autore è nientemeno che Giulio Girardi,
teologo e filosofo autorevole. Un passato illustre, prima come docente
in diverse università salesiane e cattoliche, poi estromesso dalle gerarchie
ecclesiastiche a causa dell'eccessiva vicinanza con le posizioni della
teologia della liberazione, successivamente impegnato
nella solidarietà attiva in America Latina, in particolare con Nicaragua
e Cuba. Ma
quale tratto in comune dovrebbe scoprire un cristiano - per altro, fautore
della non violenza attiva - nella figura di un guerrigliero? E,
per giunta, di un ateo materialista che scientemente ha teorizzato - e
praticato - il ricorso alle armi per la liberazione dei poveri dall'oppressione?
E come può il ministro di un paese a tutti gli
effetti inserito nel campo socialista - carica ricoperta da Che Guevara
a Cuba per anni prima di morire in Bolivia nel '67, incarnare l'ideale
di un marxismo umanistico in sintonia con i principi cristiani? Ci si
aspetterebbe, insomma, un libro polemico, un'esaltazione della visione
gandhiana e non violenta della politica
in contrapposizione alla strategia armata del marxismo, una condanna del
modello negativo del guevarismo in nome dell'amore
cristiano.
Cos'è
in fondo a rendere affascinante la figura di Guevara ancora oggi, si chiede
Girardi, in un mondo dominato dal pensiero unico, da una politica di piccolo
cabotaggio, legata a interessi meschini, se non l'esempio concreto della sua vita
e del suo impegno? Non c'è dubbio che l'icona del Che rievochi la scelta
di una dedizione senza limiti alla causa della liberazione dei popoli,
così incondizionata da ammettere la probabilità della morte. «Tutte le
volte che il Che dichiara il proprio impegno rivoluzionario o invita altri
a impegnarsi, lo fa con la chiara consapevolezza che ciò significa
esporre tutti i giorni la propria vita, affermando la propria disponibilità
ad assumere coerentemente tale rischio». Beninteso, la coerenza di Ernesto Guevara, la sollecitudine a vivere sulla propria
pelle l'impegno rivoluzionario, ammette sì la morte come possibilità "logica",
ma non è per nulla riducibile al cercare la morte o al desiderarla. La
dedizione incondizionata ai bisogni dei popoli è bene riassunta nella
formula che ancora oggi si legge per le strade di Cuba, «vittoria o morte».
La morte non è il sacrificio inutile, è solo una probabilità nella prospettiva di farcela, di poter cambiare davvero il
mondo, di vincere nella lotta contro l'imperialismo. Al di fuori di questo ottimismo storico la morte sarebbe inutile. «Se la vittoria finale dell'antimperialismo
è impossibile, il Che è morto inutilmente: il suo martirio continuerà
ad avere ammiratori, ma non più imitatori. Nessuno vuole morire
inutilmente». Altro
effetto a sorpresa del libro di Girardi, appunto. Nessun cedimento a riscrivere
la storia del Che in chiave di una moderna martirologia,
nessun tentativo di appropriarsi di Ernesto Guevara alla stregua di un
Cristo contemporaneo, sovrapponendo alla sua vicenda storica la vicenda
di Gesù morto sulla croce per un sacrificio "inutile". E, allora,
di nuovo, perché un cristiano dovrebbe appassionarsi a
un guerrigliero materialista? Il titolo del libro potrebbe
generare, si è già detto, più d'un fraintendimento, ma «il riferimento
all'autore come cristiano - racconta Girardi - non vuol essere un'appropriazione
del guerrigliero eroico da parte del cristianesimo. Quella
del Che è in realtà una dedizione eroica, ma laica. La ricostruzione
della sua figura, di cui il libro vuol essere un timido tentativo, intende
appunto mostrare la possibilità e l'esistenza di un'etica laica. Questo
è forse difficile da ammettere per un cristiano abituato a ritenere che
un'etica autentica non sia possibile senza un fondamento religioso. Difficile
da ammettere particolarmente all'epoca di papa Ratzinger
che ritorna con insistenza, per esempio nel suo dialogo con i giovani,
sullo stretto rapporto tra etica e religione cristiana. Così nessuno
spazio rimane aperto alla generosità laica, né alle religioni non cristiane,
con le quali pure si vorrebbe aprire un dialogo. Il Che non è cristiano, ma vi sono
aspetti della sua ricerca, dei suoi ideali, della sua vita e della sua
morte, cui un cristiano non può non essere particolarmente sensibile».
Primo
aspetto. Al fondo del progetto rivoluzionario del Che
vi sarebbe l'amore. Non un amore ineffettuale,
condannato alla paralisi dinanzi al mondo così com'è. Ma
un «amore storicamente efficace», una «solidarietà dagli orizzonti mondiali»,
come quella che Ernesto Guevara descrive nella lettera d'addio ai figli
prima di partire per la Bolivia dove troverà la morte, un vero e proprio
testamento. «Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più
profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque,
in qualsiasi parte del mondo. E' la qualità più bella di un rivoluzionario».
Ma è, appunto, amore storicamente impegnato,
amore consapevole della propria vacuità se scisso dall'impegno politico
che, a sua volta, si esprime nella scelta degli oppressi come soggetti.
Secondo
aspetto. La versione "politica" dell'amore rende Che Guevara
agli occhi di Girardi il preconizzatore di un socialismo diverso, più
conforme alla realtà cubana e, in generale, a quella dell'America Latina.
Un socialismo immune dal vizio dell'economicismo e dell'oggettivismo -
contro i quali il Che si scaglia in più d'uno
scritto. Il socialismo non si può costruire su categorie capitalistiche
- ripete Guevara - non può prendere a fondamento la legge del valore,
ma deve prediligere la dimensione etica, la centralità del popolo. Al
burocraticismo, al rischio di un partito separato
dalle masse, a un sistema basato sull'individualismo
e gli incentivi, il Che non smetterà mai di contrapporre la figura morale
dell'«uomo nuovo». Quasi una versione in chiave socialista
della morale kantiana per la quale l'uomo è chiamato alla solidarietà,
al lavoro e alla lotta «senza altra soddisfazione che l'assolvimento del
dovere». Così prende forma un socialismo umanistico, il modello
di una società di uomini che praticano amore
e solidarietà per solo impulso morale e non per tornaconto economico.
Da raffinato esegeta dei testi del marxismo, Girardi non omette l'ennesima
affermazione che sfata un altro mito: quello della frattura insanabile
tra il Che e Fidel. «Il pensiero del Che - ha raccontato Castro in un'intervista
che Girardi riporta - ha sempre avuto una grande
rilevanza a Cuba, ed in me personalmente ha avuto una permanente e crescente
presenza. La mia simpatia e la mia ammirazione per lui crescono
nella misura in cui vedo tutto quanto è successo nel campo socialista,
perché lui era decisamente contrario alla costruzione del socialismo con
le categorie del capitalismo». |
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