|
Presentazione
all'edizione italiana
Sono
trascorsi ormai più di venticinque
anni da quella sera in cui Monsignor
Romero venne ucciso mentre celebrava
la messa. La sua fama, che già aveva
oltrepassato i confini del piccolo
paese centroamericano, si è ulteriormente
accresciuta e la dedizione tenace
con la quale aveva difeso e consolato
il suo popolo oltraggiato è diventata
motivo di ispirazione, incoraggiamento
e stimolo all'azione di molti, credenti
e no, che come lui credono che un
altro mondo sia ancora possibile.
Noi compresi. Oscar Romero è stato
definito in molti modi: voce dei
senza voce, giornalista dei poveri,
vescovo fatto popolo, vescovo del
mondo, san Romero d'America… Come
tutti i veri profeti, è stato amato
e odiato, perché non si è limitato
a consolare e a "raccogliere cadaveri"
- secondo un'agghiacciante, quanto
realistica, definizione data da
lui stesso del proprio ministero
- ma ha anche esortato e denunciato.
E poiché nel Salvador la situazione
è cambiata soltanto all'apparenza,
ma soprattutto per aver toccato
i punti nevralgici di un sistema
che, ieri come oggi, opprime le
maggioranze, il suo messaggio non
ha perso d'attualità, come anche
le controversie attorno alla sua
persona, che si riflettono nelle
diverse biografie e si ripercuotono
di conseguenza sul processo di beatificazione.
Molti infatti si sono cimentati
a scrivere della sua vicenda e non
mancano quelli che vorrebbero accaparrarselo,
magari dopo averne ridefinito i
contorni e smussato i toni. A María
López Vigil va' invece il merito
di aver restituito la parola a coloro
che, più di tutti, potrebbero vantare
diritti: contadini, operai, religiose,
sacerdoti, casalinghe, operatori
pastorali, guerriglieri, professionisti…
gente che ogni giorno ha sofferto,
pregato, lottato, camminato con
lui sulle strade del Salvador. Non
soltanto perché è stato il loro
pastore, ma perché - per sua stessa
ammissione : "il popolo è il mio
profeta" - hanno fatto di lui il
loro pastore. In verità, Romero
non sarebbe mai diventato profeta
se non fosse stato vescovo di un
popolo profetico; e tanto meno si
sarebbe spinto fino al martirio,
se non vi fosse stato accompagnato
da un popolo martire. Certo di fronte
a queste testimonianze, appassionate
e vivaci, non mancheranno, ancora
una volta, quelli che storceranno
il naso, giudicando questo libro
un testo di serie b, perché privo
di quella documentazione storiografica
e soprattutto di quel distacco asettico
tipico di una certa scientificità
accademica. Non vogliamo qui inoltrarci
in intricate, quanto spesso viziose,
questioni ermeneutiche. Vorremmo
almeno però segnalare come questi
racconti abbiano molto in comune
con le tradizioni orali che portarono
alla formazione dei vangeli e avvertire
che sminuirne il valore testimoniale
per la semplicità ed il trasporto
emotivo dei protagonisti, equivarrebbe
- per restare nello stesso esempio
- a considerare i vangeli secondi
alle summe della scolastica, soltanto
perché la comunità delle origini
non ha potuto (né voluto) disgiungere
la propria testimonianza dalla passione
amorosa nei confronti del Nazareno.
Nell'uno e nell'altro caso si tratta
di una narrazione esperienziale,
vera teologia narrativa; non di
un'analisi storica e sintetica.
Del resto la storia di questi primi
venticinque anni è stata anche la
storia di un continuo tentativo
di "furto della memoria e del corpo",
ai danni del popolo salvadoregno.
Dalla pretesa di "purificare" la
figura di Monsignor Romero, da supposte
mitizzazioni ideologiche, all'accusa
di volerlo strumentalizzare politicamente,
costantemente rivolta a quegli stessi
settori dei quali egli diceva: "Sinistra?
Io non le chiamo forze di sinistra,
ma forze del popolo"… E a ragione,
perché quelle organizzazioni, che
troppo sbrigativamente vengono etichettate
secondo una logica esclusivamente
politica, sono in realtà composte,
in gran parte, da cristiani delle
Comunità Ecclesiali di Base, per
i quali è naturale - anche nella
lotta per costruire una società
più giusta - ispirarsi alla parola
del loro pastore. Infine non vogliamo
ignorare i continui spostamenti
cui fu sottoposta la bara di Mons.
Romero: dalla prima sistemazione
in cattedrale, dopo alcuni anni
venne spostata nella cripta e ora
di nuovo traslata - di notte e a
porte chiuse - sul fondo della stessa,
sotto un pesante monumento di bronzo
scuro - nonché di discutibile gusto
- portato dall'Italia e alieno dalla
sensibilità salvadoregna. Per tutti
questi motivi ci è sembrato opportuno,
come Associazione Oscar Romero,
diffondere integralmente anche in
Italia l'opera di María López Vigil,
perché, restituendo la parola al
popolo ci offre un'immagine - certamente
poco purificata, ma perciò più viva
e attuale - di questo piccolo salvadoregno
che, per grazia di Dio, è stato
e continua ad essere un arcivescovo
scomodo.
Emma
Pavoni e Alberto Vitali
|