fondatore
del Sicsal
Antico
vescovo di Cuernavaca, profeta dell'America
Latina, padre dei poveri del continente,
precursore di tutti i cambiamenti nella
chiesa del XX secolo, presidente e poi
membro del Tribunale dei Popoli. Ricercatore
instancabile della pace e della giustizia
per le strade del mondo. Morì in Messico
a 84 anni, improvvisamente come aveva
sempre desiderato. Era mattino e la
notte precedente aveva ancora scritto.
Motivo di polemiche fuori e dentro la
chiesa, afferma: "ribelle? Non sono
mai stato ribelle. Sono stato libero".
Figlio della borghesia messicana, legge
i classici e colleziona mappe a 10 anni
e le sue ultime lettere, del 30 gennaio,
sono per il presidente Alfredo Cristiani,
l'arcivescovo Arturo Rivera Y Damas
e per il comandante guerrigliero Shafik
Handal, del Salvador. Trasudano la sua
gioia per la pace appena firmata per
"questa terra impanata di sangue". Da
giovane voleva fare il matematico, ma
poi opto per il sacerdozio. Ordinato
a Roma nel 1932, attratto dalla storia
della chiesa, conseguì il dottorato
all'Università Gregoriana. Dotato di
un intelligenza particolare e di una
vasta cultura, in Europa si apre al
pensiero umanista e i suoi compagni
latino americani gli rivelano la realtà
dei loro paesi. Questa diventa il centro
del suo interesse. Torna da Roma come
il classico sacerdote conservatore,
sebbene conoscendo le miserie e le virtù
di una chiesa che amerà appassionatamente
per tutta la sua vita. Professore e
direttore spirituale del seminario,
storico del Messico, venne nominato
vescovo di Cuernavaca, nello stato di
Morenos, nel 1952. Gli costo molto interrompere
la sua carriera intellettuale. Inoltre
gli raccontano che quello che lo attende
"è un popolo di poveri". Sebbene con
una storia ricca: conserva le impronte
dello splendore coloniale, e da li uscirono
i leader contadini dell'indipendenza,
sebbene la realtà sociale non fosse
cambiata molto in 5 secoli. Don Sergio,
uomo di Dio, sensibile a tutto ciò che
è umano, si lega a gente di cultura
- liberali e atei - stupiti che un vescovo
gli si avvicini. Vuole cambiare le relazioni
della chiesa con quanto gli sta intorno.
Nel 1955 assiste alla I Conferenza dell'Episcopato
Latinoamericano, a Rio de Janeiro, dove
conosce altre esperienze pastorali.
Nel 1957 vede la sua cattedrale, monumento
architettonico, come un ginepraio di
segni indecifrabili per il popolo e
la trasforma in uno spazio luminoso
e bello dove l'attenzione si concentra
su una gigantesca iscrizione: "Andate
ed evangelizzate tutte le nazioni",
sulla grande croce e sull'immagine della
Vergine di Guadalupe. Da li - imponente
nella sua figura, con il suo pastorale
in mano - sbriciola il Vangelo per la
sua gente tra la musica festosa delle
"mariachis". Nel 1962 fece distribuire
alla diocesi 10.000 copie della bibbia
e altre 30.000 del Nuovo Testamento.
Poiché l'edizione cattolica era troppo
costosa, chiese ed ottenne da Papa Giovanni
XXIII il permesso di poter usare una
versione protestante. La riforma liturgica
- prima del Concilio -, l'appoggio all'abate
benedettino Lemercer nel rinnovamento
della vita religiosa e al Centro Interculturale
di Documentazione, del sacerdote Ivan
Illich, che ebbe una influenza decisiva
nei cambiamenti della chiesa latinoamericana,
scandalizzarono l'episcopato messicano
e le accuse arrivarono fino a Roma.
Don Sergio comparve davanti al Sant'Uffizio,
ma rifiutò di rispondere alle domande
"indegne per un vescovo". Ottenne un
udienza con Paolo VI che lo ricevette
freddamente: "perché vuole distruggere
la chiesa?". Un'ora e mezza bastò per
intendersi. Paolo VI vide in lui l'uomo
critico, ricercatore della giustizia.
libero. E Don Sergio seguì il consiglio
che gli aveva dato un giorno Giovanni
XXIII: "si formi una sua coscienza e
vada avanti". E continua nel suo impegno
sociale e politico. Il Segretariato
Sociale Messicano, a carico del sacerdote
Pedro Velasquez, gli fornisce elementi
per una concreta analisi della realtà
ed egli prende posizioni ogni volta
più chiare, più forti a favore dei poveri.
E' parte dei conflitti operai, contadini
e studenteschi, non come giudice, ma
a fianco delle vittime della violenza
strutturale. Padre conciliare, dice
del Vaticano II: "nel Concilio, la chiesa
fu aperta alla modernità borghese, Medelin,
al contrario, raccoglie veramente il
clamore dei poveri, che prima non avevamo
intravisto chiaramente". Nel 1972 assiste
al I Incontro dei Cristiani per il Socialismo,
a Santiago del Cile: "la mia presenza
qui è una mia decisione, pienamente
cosciente… credo che se anche non siamo
giunti a chiamare cristiano, esplicitamente
e direttamente, il capitalismo… ne siamo
però stati complici, tanto nella conformazione
del sistema come nella sua difesa".
Visitò i vescovi cubani come servizio
pastorale e loro lo considerarono un
vero fratello, critico, ma sincero.
Fidel Castro fece lo stesso, e gli mandava
regolarmente una cassa di sigari. Il
12 febbraio 1978 lesse durante la messa
a Cuernavaca una dichiarazione scritta
a Cuba da lui, dal sacerdote nicaraguense
Ernesto Cardenal e dal Carlos Comin,
cristiano del Partito Comunista Spagnolo
: " la chiesa non può prescindere dall'avvenimento
cruciale in cui sta immersa e che commuove
tutto il popolo cubano: la costruzione
rivoluzionaria. La sua sorte non può
essere separata dalla sorte del popolo
che vive sotto la costante minaccia
dell'imperialismo". Don Sergio in Nicaragua
dichiara: "non vengo di passaggio… vengo
come rivoluzionario, come amico. E non
sono giudice, sono parte". Come presidente
del Tribunale dei Popoli, scrive ai
vescovi degli Stati Uniti d'America,
dopo l'invasione a Granada: "Il vostro
governo, torna a utilizzare il metodo
delle invasioni, che non sono soltanto
violazioni dei molteplici diritti, ma
principalmente troncano impietosamente
realizzazioni, allegrie e illusioni
di molti popoli." Quando compì le sue
nozze d'argento episcopali non ricevette
la lettera del Papa (Giovanni Paolo
II), abituale per queste occasioni.
Questo gli provocò un grande dolore,
che espresse più tardi, presentando
la sua rinuncia al compimento del 75°
anno di età. Don Sergio rispose sempre
alle critiche e alle incomprensioni
con pace e indulgenza. Mai si senti
perseguitato. Assistette ai funerali
dell'Arcivescovo di San Salvador, e
da allora lo chiamò "San Oscar Arnulfo
Romero". Soffrì la repressione insieme
al suo popolo. Al suo fianco caddero
molti martiri anonimi. In quel momento
decise di organizzare il Comitato di
Solidarietà con il Salvador, oggi SICSAL,
esteso in tutta l'America e l'Europa.
Lasciando la sede episcopale nel 1983,
Don Sergio ebbe come cattedrale il cielo
dell'America Latina. Vennero ad ungerlo
simbolicamente, nella chiesetta di un
sobborgo del Messico, gli esiliati.
In quel momento disse: "continuerò ad
essere l'amico di tutti i latinoamericani
perseguitati, oppressi, torturati…".
In seguito si ritirò nella cittadina
nahua di Ocotepec, dove celebrò la messa
nella sua parrocchia, come un qualsiasi
parroco. Continuò a lavorare 12 ore
al giorno e ha visitare i piccoli villaggi.