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Alcuni
latifondisti querelarono me e mio fratello
Higino con questa accusa. Riuscimmo a
nasconderci appena in tempo. In "assenza
dei rei" il giudice incaricato sollecitò
lo stesso presidente Molina che si presentasse
a testimoniare, giacché se si fosse
consumato il golpe, egli sarebbe stato
il colpito.
Molina
seguì il consiglio e il caso si
raffreddò. Allora decidemmo di
uscire dai nostri nascondigli e ritornare
alla parrocchia di Suchitoto per continuare
il nostro lavoro. L’arcivescovo Chávez
dispose che Monsignor Romero facesse con
me il viaggio di ritorno.
-
Romero
evita di partecipare a queste cose,
mi disse Chávez, ma è
meglio che si comprometta un poco,
che faccia qualcosa, che esca dal
suo ufficio.
Chávez
si lamentava spesso con me che Romero
in queste situazioni delicate non gli
serviva per niente, nonostante che fosse
il vescovo ausiliare.
Facemmo
dunque il viaggio a Suchitoto. Tutto bene,
finché lasciammo San Martin. Lì
ci fermò la polizia nazionale in
un posto di blocco per chiederci i documenti.
Io consegnai i miei e Monsignor Romero
i suoi.
Ma
quelli non gli fecero caso.
Quello
si non ce lo aspettavamo, né io
né lui. Scendemmo. Monsignor Romero
era afflitto, non era abituato a queste
cose.
Avevo
alcuni calzini, alcuni libri e in fondo
una pistola calibro 22, delle più
semplici.
-
E
questo?!
-
Questa
è una pistola che uso nella
scuola di agricoltura che abbiamo
a Suchitoto…
-
E
si può sapere per cosa la usa?
-
Per
cosa? Vede, lì abbiamo del
bestiame e a volte le mucche partoriscono
e gli uccelli rapaci e i cani vengono
a mangiarsi la placenta e se uno si
distrae, attaccano persino il vitellino
neonato.
Lo
sbirro mi guardava dall’alto in basso
mentre io gli rifilavo la mia storia.
Siccome nel Salvador i cani e i poliziotti
vengono entrambi chiamati "chuchos"
io per fregarlo gli facevo questo gran
discorso.
Il
poliziotto si arrabbiò. Monsignor
Romero non aveva ascoltato il mio inciso,
si era appartato e forse per la paura
non mi stava nemmeno ad ascoltare. Allora,
immediatamente, lo sbirro andò
da lui e gli pose la pistola davanti.
Monsignore
mi guardò impallidito. Io faticavo
a trattenere il riso, lui a trattenersi.
La
polizia ci condusse in auto fino la. Monsignor
Romero era pallido, ma fermo.
-
Sono
il vescovo ausiliare di San Salvador,
Oscar Romero. Disse All’ufficiale
non appena giunti in caserma.
-
E
io sono il capo della polizia di Cojutepeque
e ho ordine di arrestarvi.
Monsignor
Romero guardò fissamente il tavolo.
Monsignor
Romero, molto arrabbiato, estrasse una
rubrica che portava nella tasca della
veste. La mostrò alla polizia.
Il
poliziotto guardò e strabuzzò
gli occhi.
Fissò
Romero e poi tornò a guardare la
rubrica. Il telefono personale del presidente!
Quando
riprendemmo la strada per Suchitoto, Romero
non commentò.
Il
segno che gli lasciò quel suo primo
scontro con i poliziotti? A saperlo! Tornò
al suo ufficio e continuò ad interessarsi
delle sue carte.
(Inocencio
Alas)
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