"Sento che il popolo è il mio profeta"



  Aguilares, comunità martire

Aguilares restò militarizzata. Già eravamo abituati ai massacri e alle operazioni di repressione nelle zone contadine, ma che militarizzassero una città per un intero mese fu la prima volta. Nessuno poté muoversi da Aguilares per trenta giorni.

Un mese d’incertezza. Cosa starà succedendo. Si sentiva di tutto su quello che l’esercito stava facendo lì.

Il 19 di giugno smilitarizzarono e permisero di entrarvi. Le comunità di San Salvador invitarono tutti a recarsi ad Aguilares, per accompagnare Monsignor Romero che stava andando a celebrare una messa.

La chiesa si riempi completamente, però non c’erano molti abitanti di quella città. Segno del terrore di tutto quel mese. I dati esatti non li conoscemmo mai, ma si parlò persino di 200 assassinati, di torture, di violazioni, di gente che mai riappari…

  • "A me tocca di andare a raccogliere cadaveri e tutto ciò che va lasciandosi dietro la persecuzione alla chiesa. Oggi mi tocca venire a raccogliere questa chiesa e questo convento profanati, un tabernacolo distrutto e soprattutto un popolo umiliato, sacrificato indegnamente…".

Così Monsignor Romero iniziò la sua omelia. Se uno chiedesse ad un vescovo quale sia la sua missione direbbe qualsiasi altra cosa. Lui, quel giorno, definì la sua missione: raccogliere cadaveri. Giustamente. Nel Salvador di quel tempo questa era la cosa più realista, la più storica: i morti uccisi quotidianamente. Il vescovo doveva accoglierli, raccoglierli.

Al termine della messa, Romero ci invitò a fare una processione con il Santissimo per le strade, come riparazione alla profanazione che avevano compiuto le guardie.

Uscimmo dalla chiesa cantando. Era un giorno di gran caldo e Monsignor Romero era bagnato di sudore sotto il piviale rosso. Teneva alto l’ostensorio. Davanti a lui centinaia di persone. Girammo la piazza, cantando e pregando. Il municipio, di fronte alla chiesa era pieno di guardie che osservavano. Quando ci avvicinammo, diverse di loro si misero in mezzo alla strada puntandoci con i fucili. Ne arrivarono altre. Aprirono le gambe in segno di sfida, con i loro grandi stivali e formarono un muro per non farci passare. Quelli che erano in testa alla processione si fermarono, così gli altri. La processione si arrestò. Fronte a fronte noi e i loro fucili. Quando ormai nessuno si muoveva ci voltammo a guardare Monsignor Romero che veniva per ultimo. Egli alzò un poco l’ostensorio e a voce alta, perché tutti sentissero, disse:

  • Avanti!

Allora avanzammo verso i soldati, poco a poco, e loro iniziarono a retrocedere, poco a poco. Noi verso di loro e loro indietro. Così fino alla caserma. Finirono per abbassare i fucili e lasciarci passare.

Da quel giorno, e come quel giorno, in qualsiasi avvenimento importante che ci fu nel Salvador per seguirlo o per perseguirlo, sempre si dovette rivolgere lo sguardo verso Monsignor Romero.

(Jon Sobrino)