"Sento che il popolo è il mio profeta"



  Testimonianze su Oscar A. Romero


I testi riportati in questa sezione sono alcune delle centinaia di testimonianze raccolte nel libro "Monsignor Romero. Frammenti per un ritratto" di María López Vigil, pubblicato in Italia da Edizioni NdA, a cura dell'Associazione Oscar Romero, Milano - SICSAL Italia.


Ciudad Barrios si risvegliò dal suo sopore contadino non appena il sole spuntò.

  • Viene il signor Vescovo!

Giungeva in visita il primo vescovo che si ebbe in San Miguel, Juan Antonio Dueñas y Argumedo.

  • Mamma, dice Oscar, che è ancora un bambino, perché non mi compri camicia e pantaloni per andare a vederlo?

La signora Guadalupe de Jesus confezionò abiti nuovi perché suo figlio fosse bello e così andasse di qua e di là ad accompagnare il vescovo in tutti i suoi giri. Quello restò incantato dal bambino.

  • Ora il signor vescovo se ne va!

E tutta Ciudad Barrios si riunì per salutarlo.

  • Oscar, vieni! Lo chiamò di fronte ai suoi paesani.
  • Cosa comanda signor vescovo?
  • Dimmi, ragazzo, cosa vuoi essere quando sarai grande?
  • Io… desidererei essere prete!

Allora il vescovo alzò il suo dito massiccio e lo impresse sulla fronte di Oscar.

  • Sarai vescovo.

Dopo aver segnato il destino al bambino, tornò nel suo palazzo di San Miguel. E Ciudad Barrios tornò ad addormentarsi.

  • Questo dito lo tengo qui inciso, mi raccontava Monsignor Romero toccandosi quell’impronta sulla fronte 50 anni più tardi.

(Carmen Chacón)


  • I padri Alas stanno organizzando un colpo di stato contro il presidente Molina. Preparano una sollevazione di contadini!

Alcuni latifondisti querelarono me e mio fratello Higino con questa accusa. Riuscimmo a nasconderci appena in tempo. In "assenza dei rei" il giudice incaricato sollecitò lo stesso presidente Molina che si presentasse a testimoniare, giacché se si fosse consumato il golpe, egli sarebbe stato il colpito.

  • Se lei testimonia contro i padri Alas, gli consigliarono, avrà problemi con la chiesa. Ma se non lo fa ne avrà con i militari che hanno fame di questi due preti. E meglio che non si presenti.

Molina seguì il consiglio e il caso si raffreddò. Allora decidemmo di uscire dai nostri nascondigli e ritornare alla parrocchia di Suchitoto per continuare il nostro lavoro. L’arcivescovo Chávez dispose che Monsignor Romero facesse con me il viaggio di ritorno.

  • Romero evita di partecipare a queste cose, mi disse Chávez, ma è meglio che si comprometta un poco, che faccia qualcosa, che esca dal suo ufficio.

Chávez si lamentava spesso con me che Romero in queste situazioni delicate non gli serviva per niente, nonostante che fosse il vescovo ausiliare.

Facemmo dunque il viaggio a Suchitoto. Tutto bene, finché lasciammo San Martin. Lì ci fermò la polizia nazionale in un posto di blocco per chiederci i documenti. Io consegnai i miei e Monsignor Romero i suoi.

  • Sono il vescovo ausiliare di San Salvador, egli disse.

Ma quelli non gli fecero caso.

  • Scendete! Abbiamo ordine di registrare questa macchina e di portarvi a Cojutepeque, sappiamo che siete due famosi comunisti.

Quello si non ce lo aspettavamo, né io né lui. Scendemmo. Monsignor Romero era afflitto, non era abituato a queste cose.

  • Apra la valigia! Mi intimò la polizia.

Avevo alcuni calzini, alcuni libri e in fondo una pistola calibro 22, delle più semplici.

  • E questo?!
  • Questa è una pistola che uso nella scuola di agricoltura che abbiamo a Suchitoto…
  • E si può sapere per cosa la usa?
  • Per cosa? Vede, lì abbiamo del bestiame e a volte le mucche partoriscono e gli uccelli rapaci e i cani vengono a mangiarsi la placenta e se uno si distrae, attaccano persino il vitellino neonato.

Lo sbirro mi guardava dall’alto in basso mentre io gli rifilavo la mia storia. Siccome nel Salvador i cani e i poliziotti vengono entrambi chiamati "chuchos" io per fregarlo gli facevo questo gran discorso.

  • Veda, se un chucho mi si para davanti e vuole togliermi ciò che è mio non posso fare altro che sparargli e all’occasione ammazzarlo! Lei sa ben come sono molesti questi chuchos bavosi!

Il poliziotto si arrabbiò. Monsignor Romero non aveva ascoltato il mio inciso, si era appartato e forse per la paura non mi stava nemmeno ad ascoltare. Allora, immediatamente, lo sbirro andò da lui e gli pose la pistola davanti.

  • E questa pistola…?
  • Questa è mia! Disse lui in un attacco di coraggio o di non so che cosa. Questa è mia!
  • Già le ho detto che la usiamo per uccidere i cani…

Monsignore mi guardò impallidito. Io faticavo a trattenere il riso, lui a trattenersi.

  • Voi siete un paio di sovversivi insolenti! E finirete prigionieri a Cojutepeque!

La polizia ci condusse in auto fino la. Monsignor Romero era pallido, ma fermo.

  • Sono il vescovo ausiliare di San Salvador, Oscar Romero. Disse All’ufficiale non appena giunti in caserma.
  • E io sono il capo della polizia di Cojutepeque e ho ordine di arrestarvi.

Monsignor Romero guardò fissamente il tavolo.

  • Mi presti questo telefono!
  • E perché lo vuole!
  • Per fare una chiamata.
  • E chi vuole chiamare…?
  • Il presidente Molina.
  • Punta molto in alto, eh!

Monsignor Romero, molto arrabbiato, estrasse una rubrica che portava nella tasca della veste. La mostrò alla polizia.

  • Se vuole comporlo lei, è il numero diretto del presidente delle repubblica.

Il poliziotto guardò e strabuzzò gli occhi.

  • Dunque, componga lei il numero…

Fissò Romero e poi tornò a guardare la rubrica. Il telefono personale del presidente!

  • Andate. Andate entrambi! Con la pistola e tutto!

Quando riprendemmo la strada per Suchitoto, Romero non commentò.

Il segno che gli lasciò quel suo primo scontro con i poliziotti? A saperlo! Tornò al suo ufficio e continuò ad interessarsi delle sue carte.

(Inocencio Alas)


A San Miguel sapevano che egli tutti i giorni distribuiva elemosine, ma anche che era amico dell’ordine e non gli piaceva la confusione. Facevano la fila da molto presto.

  • C’è ne anche per me, padrecito…?
  • E perché no, donna! Per la legge che chiunque chiede riceve.
  • Anche per le prostitute? Chiese qualcuno per burla.

Anche per loro. Le prostitute e gli ubriachi e la folla dei mendicanti costeggiavano il muro della chiesa, sicuri che a ciascuno avrebbe dato la propria peseta, la quarta parte di un colon, perché il padre Romero non diceva mai di no e portava sempre delle monete nella tasca della sua veste nera. E cercavano di starsene quieti in fila, silenziosi. E ricevevano.

  • Siate buoni, gli raccomandava, quando iniziava a sciogliersi quella fila di miserabili.
  • Non si preoccupi, padre, buoni o cattivi, torneremo tutti domani!

E il giorno dopo tornavano e si riformava la stessa fila, accresciuta. E ad altri che arrivavano dopo toccava il pranzo, o la cena o l’ospitalità per dormire. E se arrivavano contadini gli dava il denaro per il ritorno. Accoglieva anche gli ubriachi in casa sua. E gli anziani e i lustrascarpe. Romero era un tipo "San Vincenzo di Paoli", il popolo dei poveri gli andava dietro. Certo aveva la sua mentalità: chiedeva l’elemosina ai ricchi per darla ai poveri. Così alleggeriva ai poveri i loro problemi e ai ricchi la loro coscienza.

(Rutilio Sánchez)


Iniziarono gli scontri con lui. Per prima cosa, il gruppo di noi preti "rossi", raggruppati in "la Nacional", che eravamo organizzati già prima di Medellín, scrivemmo una lettera pubblica per protestare contro la sua nomina a vescovo. Lo denunciammo apertamente di essere un conservatore che cercava di frenare il carro del rinnovamento nella chiesa. Lo attaccammo frontalmente.

Già avevamo avuto uno scontro con lui quando nominarono cardinale del Guatemala quel nefasto signore che si chiamò Mario Casaliego. Contro Casaliego avevamo stilato un documento di rifiuto con la lista delle sue corruzioni che conoscevamo bene e lo pubblicammo sui giornali. Monsignor Romero, come segretario della Conferenza Episcopale, impugnò la questione, ci sconfessò e ci condannò per mezzo di lettere che scrisse a tutti. Fu una guerra di lettere nella quale egli difese, con scudo e spada, Casaliego con l’equazione che difendere quel plebeo significava salvaguardare la chiesa.

Romero, quindi, mi teneva già ben inquadrato quando andai in Colombia per visitare Radio Sutatenza, un esperienza di educazione che allora appariva molto progressista e che poi scoprii come una pastiglia più conservatrice della naftalina… Stavo preparando il mio viaggio quando un giorno incontrai Monsignor Romero in arcivescovado.

  • Ah, che fortuna vederla, padre Sánchez, guardi, ho qui un regalo per il suo viaggio.

E mi diede una busta. La tastai. Era denaro. Ringraziai, la riposi e corsi a raccontarlo ai miei amici sacerdoti.

  • Cosa vorrà questo signore… vorrà comprarti?
  • Quando l’elemosina è grande persino il santo diffida, sentenziò uno.
  • Non esagerare, chombre, né io sono santo né il denaro è così tanto!

Non mi ricordo quanto mi diede, ma era sufficiente per un paio di scarpe e un vestito. Prete giovane, prete povero, in una parrocchia dove si mangiava fame, quel denaro non mi faceva male. Concordammo che l’accettassi. Solo più tardi compresi il segno: era un guerriero ideologico, ma aveva delle buone regole.

(Rutilio Sánchez)


- Vedo esageratamente orizzontale l’insegnamento che date voi

E’ questo ciò che ripeteva frequentemente Mons. Romero quando parlavamo del lavoro al centro Los Naranjos. Alla fine, ci aveva permesso di riaprirlo. A volte mi prendeva per un altro lato:

  • Sento dire che anche il governo è preoccupato per questo tipo d’insegnamento.
  • Il governo? Ma chi mi deve dire quale sia l’insegnamento corretto? Il governo o il vescovo? Perché se è il governo, lei è di troppo, ma se è lei non m’importa ciò che dice il governo.

Viveva con troppi sospetti. All’inizio, ogni volta che io o qualcun altro gli parlavamo di Medellín, diventava nervoso e gli prendeva un tic. Gli iniziava a tremare il labbro e non riusciva a controllarlo. Ascoltare Medellín e iniziargli quel tremolio era la stessa cosa.

In ogni modo apprendeva. Dalla realtà.

Santiago de Maria è a mille metri sul livello del mare. I mesi della raccolta del caffè sono molto freddi e nelle notti gela. Il primo anno non se n’era reso conto, ma il secondo capi che i contadini che venivano per la raccolta del caffè nelle aziende dormivano male sui marciapiedi, nelle piazze, tremanti per il freddo.

- Cosa possiamo fare? Chiese un giorno.

L’apri. Li trovarono riparo fino a trecento persone. Apri anche una saletta dove tenevamo le riunioni del clero, li ne entrarono altre trenta. Così diede un tetto a molta gente.

- E mi serve qualche cosa di caldo per la notte, un bicchiere di latte o di "atol", ordinò a quelli della Caritas.

Mentre bevevano e si scaldavano Romero andava a parlare con i contadini e passava molto tempo ad ascoltarli. Così si rese conto che non erano banalità i problemi di cui tanto gli avevamo parlato.

  • Padre, mi disse un giorno, cos’è questa cosa del sistema degli aiuti?
  • Questo è un grandissimo abuso, Monsignore! Guardi come funziona: i capo squadra, come quelli delle aziende di caffè o di cotone, scrivono un x numero di lavoratori sulla tabella, ma sempre meno di quelli che servono. Cosa succede dopo? Accettano tutti gli altri che arrivano, ma come aiutanti. E questi li pagano solo per il peso della latta di caffè o il sacco di cotone che raccolgono. Così ci guadagnano!
  • Ma com’è possibile che gente tanto cristiana consenta certe cose?
  • Consentono anche di peggio! Lei sa come questi cristiani tanto suoi amici riparano una così grande villania? Con un regalino di Natale. Così facendo, questi suoi intimi amici, sa cosa regalano a ciascun lavoratore che taglia il cotone spaccandosi la schiena sotto questo sole cocente? Un pantaloncino che vale tre pesos. E tre pesos è quanto gli hanno tolto quotidianamente lasciandoli senza mangiare tutto il giorno!
  • Non è possibile, padre…

Più gli raccontavo, più s’intristiva.

  • Monsignore, perché non va lei alla finca di questi suoi amici per vedere come sulla lavagna si annuncia senza nessuna vergogna che la paga giornaliera è di 1,75 colones, completamente al di sotto di ciò che sarebbe legale?
  • Ma il minimo stabilito dalla legge non è 2,50?
  • Lo è.
  • E che dicono di questo gli ispettori del lavoro?
  • Non dicono nulla, tacciono con una bustarella che gli danno i capo squadra.
  • Non è possibile…
  • Se non mi crede, verifichi lei stesso.

Andò alla finca a verificarlo.

  • Aveva ragione, padre – mi disse al ritorno -. Ma, come è possibile tanta ingiustizia?
  • Monsignore, fu di tutto questo cumulo d’ingiustizia che si parlò in Medellín…
  • Medellín, Medellín…

Ascoltò questa parola, la ripeté egli stesso. E non gli tremò il labbro. Mai più gli vidi quel tic.

(Juan Macho)


  • Tre giorni senza lezioni?! Capricci da comunista! A chi è venuta in mente questa bavosada!

L’oligarchia gridò in alto. Oltre a celebrare la messa unica, si prese collettivamente la decisione di sospendere le lezioni nei collegi cattolici i tre giorni precedenti alla messa perché gli alunni riflettessero insieme sulla situazione del paese. La tensione tra gli antichi amici di Monsignor Romero saliva.

Oppresso, ma convinto, Monsignore decise di andare di persona a comunicarlo al nunzio Emmanuele Gerada che quella della messa unica era una decisione definitiva. Chiese a quattro sacerdoti che lo accompagnassimo per aiutarlo a spiegarsi meglio.

Il nunzio non c’era. Ci ricevette il suo segretario, un prete italiano che si sedette di fronte a Monsignor Romero con faccia da inquisitore. Sebbene avesse di fronte l’arcivescovo, non fece nulla per dissimulare la sua irritazione.

Per iniziare, gli spiegammo uno per uno gli argomenti che avevamo trattato nelle riunioni, i pro e i contro.

- Va bene! – rispose stizzito – questo della messa unica ha vari livelli. C’è il livello pastorale, il livello teologico: voi avete impostato molto bene questi due livelli, ma manca il più importante!

Quale poteva essere? Non me ne rendevo conto.

- Il livello giuridico! Il livello canonico! Il livello normativo! Qui manca la legge!

E quel l’uomo iniziò ad argomentare che Monsignor Romero non aveva l’autorità, per le leggi della chiesa, per dispensare nessuno dall’andare alla messa della domenica, né poteva privare nessuno del diritto di assistere alla messa. E da lì, si mise a sgridarlo, urlando!

Io insistetti che le circostanze erano molto speciali, che era un’ora di repressione, che dovevamo dare speranza al popolo e che in una situazione tanto critica gli aspetti legali erano completamente secondari…

- Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato, gli ricordai.

Ma lui sordo, segui con i rimproveri, le leggi, i diritti, le dispense, i codici e gli incisi dei codici…

Monsignor Romero rimase in silenzio. Parlò solo alla fine:

- La prego che comunichi al Signor nunzio che ci sarà una messa unica. Che questa è la decisione di quasi tutto il clero e anche la mia, che sono colui che ha la responsabilità ultima nell’arcidiocesi.

Nessuno parlò più. Quando uscimmo dalla nunziatura, Romero ci disse:

  • Questi sono come quelli dell’Opus: non capiscono!

(Jon Sobrino)


È inconcepibile che qualcuno si dica cristiano e non assuma, come Cristo, un'opzione preferenziale per i poveri. E' uno scandalo che i cristiani di oggi critichino la Chiesa perché pensa "in favore" dei poveri. Questo non è cristianesimo!... Molti, carissimi fratelli, credono che quando la Chiesa dice "in favore dei poveri", stia diventando comunista, stia facendo politica, sia opportunista. Non è così, perché questa è stata la dottrina di sempre. La lettura di oggi non è stata scritta nel 1979. San Giacomo scrisse venti secoli fa. Quel che succede, invece, è che noi, cristiani di oggi, ci siamo dimenticati di quali siano le letture chiamate a sostenere e indirizzare la vita dei cristiani. Quando diciamo "in favore dei poveri", non intendiamo - badate bene - indirizzarci in modo parziale verso una sola classe sociale: "Quel che noi diciamo - afferma Puebla - vuole essere un invito rivolto a tutte le classi sociali, senza distinzione di ricchi e di poveri. A tutti diciamo: "Prendiamo sul serio la causa dei poveri, come se fosse la nostra stessa causa, o ancor più - come in effetti poi è - la causa stessa di Gesù Cristo"".


Uno dei pochi preti che si salvò dagli artigli di quell’uomo che fu mio fratello fu il Padre Tilo Sánchez. Io conobbi Monsignor Romero proprio un giorno che Tilo aveva dei problemi.

Le guardie che lo stavano tallonando da tempo gli avevano rubato la macchina. Convocarono allora una riunione e Monsignore chiamò alcuni preti e laici per vedere cosa fare e il mio sposo ed io capitammo lì.

  • Più che l’auto mi preoccupa l’agenda, spiegò Tilo al gruppo. Lì ho un sacco d’indirizzi e di telefoni di gente impegnata nel lavoro pastorale e quindi li possono incastrare.

L’agenda la teneva nel cassetto dell’auto. Tilo aveva una faccia molto afflitta.

  • Più che l’agenda però, mi preoccupa un’altra cosa…

Non parlava, non si decideva.

  • Allora che cosa?
  • Nell’auto… nel cassetto dell’auto… avevo anche… una pistola.

Per prima cosa cadde il silenzio, poi un mormorio e quindi la discussione.

  • Per favore, Padre Tilo, può spiegarci per quale motivo girava con un arma? Gli chiese Urioste.
  • Perché… sarò buono, ma non codardo! Avrò molta fede, ma ho anche molta paura e… qualsiasi cosa meno che mi prendano vivo!

Di nuovo, il mormorio. Cosa pensava di fare con la pistola: suicidarsi o ammazzare?

Urioste gli diede il suo bel rimprovero:

  • A me non sembra evangelico l’atteggiamento del padre Tilo. Girare armato non è secondo il Vangelo. Cristo lo presero vivo e lo uccisero. Egli né uccise né teneva una pistola.

Tilo era sul banco degli imputati. Le opinioni andavano e venivano. L’ultimo a parlare fu Monsignor Romero. Era il giudizio che tutti stavamo aspettando.

  • Fratelli, stiamo vivendo una situazione molto difficile e anche noi sacerdoti siamo umani e abbiamo diritto ad avere paura. Sánchez – guardò fisso Tilo – sai che non approvo le armi. Ma di questo non se ne parli più. Ora ciò che importa è solidarizziamo con il padre Tilo e che cerchiamo tra tutti quale spiegazione dare al governo di questa benedetta pistola.

(Marisa D’Aubuisson/Edin de Jesus Martinez)


Da Roma mandarono a chiamare anche me quando uccisero il padre Rutilio Grande. Accompagnai Romero e Urioste nelle loro visite ai dicasteri romani e prendemmo insieme i pasti. Avemmo una lunga conversazione con il cardinale Silvestrini, mentre Romero entrò da solo a parlare con il cardinale Casaroli e solo ebbe pure un incontro con il cardinale Baggio. Dopo cena, capii che Monsignor Romero era in vena di sfogarsi, meno timido del solito. Iniziò a raccontarmi l’incontro con Baggio.

  • E’ quasi un peccato imperdonabile lo scontro che lei ha avuto con il nunzio per questa messa unica! – Lo aveva ammonito Baggio.
  • Io volevo, signor cardinale, discutere ciò più lungamente – si difese lui.
  • E’ questo che succede con lei, che discute troppo!
  • Ma il mio non è un discutere per discutere, ma per esporre le ragioni…
  • Ragioni! I vescovi impertinenti non hanno posto nella chiesa!

Fu una disputa forte e non conclusero niente.

Camminavamo lentamente. Improvvisamente Romero si fermò pensieroso.

  • Padre Jerez, lei crede che mi toglieranno da arcivescovo di San Salvador?
  • Guardi Monsignore, per togliere un vescovo devono istruire un processo e dimostrare che è un simoniaco, un donnaiolo, un volgare, che segue strade sbagliate… con lei non troverebbero un pelo nella zuppa!
  • Allora…!
  • Allora, non credo che possa succedere, però stia pure sicuro che non diventerà nemmeno cardinale di Santa Madre Chiesa!

Rise, poi tornò di nuovo serio.

  • In questo caso, preferisco che mi tolgano da arcivescovo e possa andare a testa alta piuttosto che offrire la chiesa ai poteri di questo mondo.

A questo punto fui io a restare immobile. Era una frase molto impegnativa quella che aveva detto. Perché "i poteri di questo mondo" di cui mi stava parlando non erano quelli del governo salvadoregno, ma quelli del governo della Chiesa, quelli del cardinale Sebastiano Baggio. Sembrava deciso a non inchinarsi di fronte a loro.

(César Jerez)


I grandi proprietari delle piantagioni di caffè di San Miguel gli erano molto vicini. Gli davano elemosine, lo invitavano nelle loro proprietà e lui celebrava messe speciali nelle loro aziende e a Natale andava lì a distribuire doni ai poveri. Chi non lo sapeva?

Io ero una bambina quando un gruppo di ricche signore, dame di non so quale carità, del giro delle sue amicizie progettarono qualcosa e chiamarono noi, ragazze del collegio, perché l’aiutassero.

  • Andiamo a sistemare la stanza al padre Romero come egli merita.

Comprarono un letto nuovo, posero tende eleganti, e cambiarono tutto. Approfittarono del fatto che fosse in viaggio, e si motivarono perché la sua cameretta nella casa rurale del convento di Santo Domingo era un niente, molto povera.

Quando tornò il padre Romero si arrabbiò tantissimo. Prese le tende e le regalò al primo che passava, i copriletto nuovi li distribuì e lo stesso fece con le coperte. Fuori tutto! E rimise dentro la sua branda e la sua vecchia sedia e rimise tutta la stanza come era prima.

  • Loro amico si, ma non mi manipoleranno per quanto denaro possano avere!

Ne furono molto risentite.

(Nelly Rodríguez)


La Hacienda Colima fu un capitolo della mia fanciullezza. Lì imparai a montare a cavallo e conobbi quelle feste misteriose in cui si castrava il toro e nelle quali gli uomini, solo gli uomini, bevevano "sopa de toro" per essere più maschi. Alla Colima imparai i nomi degli alberi e giocai felice della vita nelle lunghe vacanze di molte estati.

La Colima fu proprietà del mio bisnonno e poi passò in mano agli Orellana, miei zii. Quando iniziò la costruzione della diga del Cerron Grande, le terre di molti coloni che lavoravano lì per i miei zii si allagarono. E iniziarono interminabili conflitti. Al tempo si Monsignor Romero, e dopo molta assenza, tornai un giorno alla Colima con il mio sposo, precisamente nella zona del bacino, dove erano peggiori gli scontri.

L’acqua continuava a crescere di livello, ma lì i coloni e le loro famiglie continuavano a resistere, difendendo quelle terre che non erano loro, ma che avevano seminato per anni e mietuto con tanto affanno per i miei zii. Non gli davano altre terre e loro non se ne andavano. Non prestavano attenzione ai loro reclami e loro non si stancavano di reclamare.

  • Ah, Chico Orellana, dove andremo a finire!

In ciascuna casa una tragedia e in mezzo a quella confusione ci ricordo una contadina che ci invitò persino a pranzo. Intorno era tutto acqua, i bambini erano coperti di zanzare e lei si asciugava le lacrime, ma dalla sua povertà riuscì ad estrarre una gallina india che ci offrì sopra una tovaglietta.

  • Queste acque saranno la nostra tomba, ma di qui non ce ne andremo!
  • Che ingrato sei stato Chico Orellana, hai un cuore di pietra!

Facemmo una ricognizione. Da tutte le parti, la stessa ostinazione e la stessa affezione. Mi straziarono l’anima. Tornati all’arcivescovado raccontammo tutto a Monsignor Romero:

  • Il conflitto per l’invaso e ora gli operativi militari stanno rendendo invivibili quei luoghi, gli disse il mio sposo. Colima scoppierà.
  • Monsignore, Colima non è più quello che era… gli dissi io con nostalgia.
  • Non sarà che Colima non fu mai quello che credevi…? Mi rispose Monsignore.

Chiusi un attimo gli occhi e tornai a quella bella achenda della mia infanzia, ai cavalli lucidi e alle feste… Il paradiso di una bambina felice. Ma adesso venivo da un inferno.

Monsignore mi riportò alla realtà con un’altra domanda, che era per me e, più in là di me per la mia famiglia, per tutti quelli che loro rappresentavano:

  • E che ti sembra? Questo è comunismo? Questa lotta dei contadini per vivere, per restare in quelle terre, per avere dove lavorare, tutto questo ti sembra che sia comunismo?

Non seppi cosa dirgli. Mi ripeté la domanda.

  • Questo è comunismo?

(Ana Cristina Zepeda)


Quello era un mercato, un andare e venire di gente. Quell’arcivescovado era un maremagnum di persone e persino di animali. Perché lì i contadini gli portavano galline, polli e un giorno persino uno mucca… era un vero caos.

Siccome io stavo tentando di mettere in ordine l’archivio ed anche la corrispondenza in entrata ed in uscita, un giorno vennero da me alcune persone dell’arcivescovado.

  • Poiché la ritiene una persona efficiente, approfitti per suggerirgli qualche modalità di programmazione per le riunioni e le visite. Altrimenti questo sarà sempre più un finimondo.

Ogni volta erano sempre più progetti, più domande, più gente a cui prestare attenzione. Venivano preti, maestri, operai, contadini, alunni, infermiere e malati… Preparai alcuni suggerimenti e andai da lui.

  • E dimmi, come sarebbe questa programmazione? Mi chiese Monsignore con sincera curiosità.
  • Bene, dicono che lei spesso non da seguito alle riunioni già fissate con i vescovi, con i sacerdoti o con gruppi organizzati. E questo succede perché lei non ha una programmazione giornaliera e oraria… con pena cercavo di spiegarglielo.
  • Continua, continua…
  • Dicono anche che c’è un altro tipo di visite che se le si presentano nel bel mezzo di altre, le rompono un certo ordine e che l’ordine è molto utile…è chiaro che se il suo giorno fosse programmato lei potrebbe fare meglio tutto…

Restò pensoso e iniziò a giocherellare con la croce che aveva legata alla catena… aveva questa abitudine quando ti guardava fisso.

  • Credo che questa programmazione non si possa fare.
  • No…?
  • No, perché ho le mie priorità. E con programmazione o no riceverò sempre per primo qualsiasi contadino che giunga qui, il giorno o l’ora che sia, ci sia o no una riunione…
  • Allora…!
  • Allora no, no…guarda, i miei fratelli vescovi hanno tutti la macchina, i parroci possono prendere il bus e non hanno grossi problemi ad aspettare. Ma i contadini? Vengono camminando per leghe con tanti pericoli e a volte senza aver mangiato. Ieri ne è arrivato uno che veniva da La Union. Poiché partecipava ad una riunione cristiana una guardia lo colpi tanto sulla testa che sta diventando cieco. E’ venuto solo per raccontarmelo…

Io cosa potevo dirgli? Tenevo tra le mani i fogli dove avevo scritte le proposte di agenda per la programmazione che avevo preparato.

  • Guarda, i contadini non mi chiedono mai niente, mi raccontano solo le loro cose e questo mi consola. Posso io programmare le loro affezioni? Meglio dimenticarsi di questo.

Uscii e buttai i miei progetti nella prima spazzatura che trovai.

(Coralia Godoy)


Quell’uomo che fu mio fratello tramava contro Monsignor Romero. Già dall’inizio del 1980 cominciò a dire, privatamente e pubblicamente, cose orribili contro di lui. Quando una volta, alla televisione, lo chiamò "mentitore" e altri insulti, mi indignai tanto che decisi di scrivere una lettera a Monsignore per incoraggiarlo a proseguire, per dirgli che la sua parola e tutto ciò che aveva fatto aveva risvegliato la mia fede, e che per la prima volta nella mia vita mi sentivo veramente membro di una chiesa. Gli raccontai anche che mi doleva molto ciò che andava dicendo di lui quell’uomo. Ma non volli dirgli che ero sua sorella, preferivo che pensasse che fossi solo una parente. Gli mandai questa lettera per mezzo di un’amica e seppi che la ricevette. In marzo, quando le chiese di Svezia gli conferirono il premio della pace, gli scrissi nuovamente per congratularmi e gli mandai la lettera tramite la solita amica.

  • E lei, che è di D’Aubuisson? Le chiese incuriosito Monsignore.
  • E’ sua sorella, ma non la pensa in niente come lui.

Mi raccontò che rimase sorpreso.

  • Dille da parte mia, che la ringrazio in maniera molto molto speciale della sua lettera.

Pochi giorni dopo mi rispose personalmente. "Testimonianze come la sua, mi stimolano ad andare avanti", mi scrisse.

(Marisa D’Aubuisson)


  • Venite, che inizia l’omelia!

Ero già clandestino, un capo delle milizie del Frente Paracentral. Tutte le domeniche, in tutti i collettivi delle FPL nei quali sono stato, ascoltavamo insieme le omelie di Monsignor Romero. Era parte del nostro compito di educazione politica. Non era obbligatorio ascoltarla, ma nessuno se le perdeva.

Ricordo che tutti pendevamo da quello che "il vecchietto" diceva. E a volte persino lo applaudivamo. Nascosti tra le quattro pareti di una casa di sicurezza, attenti a non fare troppo rumore. Quando terminava, commentavamo l’omelia tra di noi. Ah, i compagni contadini avevano una tremenda venerazione per Monsignore.

Nel 1979, come FTL, stabilimmo un contatto permanente con Monsignor Romero e c’erano compagni che lo visitavano per discutere con lui alcuni temi. Quelle erano riunioni molto ristrette e vi partecipavano non più di quindici massimi dirigenti. Quando mi elessero per il comitato centrale, divenni uno di loro. Periodicamente, il comandante Milton Mendez veniva ad informarci su ciò di cui si era parlato con Monsignor Romero. Oggi ricordo poco di quei resoconti. Tante cose se ne vanno dalla memoria… solo una non dimenticherò mai.

  • Stavamo parlando con Monsignore della possibilità di una guerra, ci raccontò Milton, gli dicemmo che così come stanno le cose non succederà…

Nel Salvador, lo scontro militare non era ancora molto forte, c’era invece la lotta delle masse, ma già allora noi avevamo la concezione strategica di stare in un processo di guerra, non ancora incipiente, ma già in marcia. In quel tempo, nessuno sapeva su quanta forza militare potessimo contare, né su quante unità avessimo… Queste informazioni erano super riservate.

  • Stavamo spiegando a Monsignore che stiamo organizzando l’esercito del popolo, perché più prima che poi, sfoceremo in uno scontro armato, non per nostra volontà, ma perché non ci lasciano altra via d’uscita…

Contavamo anche che, come parte della guerra che stava all’orizzonte, ci sarebbe stata un’insurrezione popolare. Milton discusse anche di questo con Monsignor Romero ed egli ascoltò tutte queste analisi con la massima attenzione e trasse le sue conclusioni.

  • Guardi, disse Monsignore a Milton, quando verrà questa insurrezione, io non vorrò né stare da parte, né lontano dal popolo e nemmeno vorrò stare da un’altra parte… Quando verrà quest’ora io vorrò stare a fianco del popolo. Chiaro, non impugnerò mai un fucile perché non servo per questo, ma se posso curare feriti, attendere moribondi… Posso raccogliere cadaveri. In tutto questo potrei aiutare, vero?

Restammo muti.

  • Che vi pare, non vi sembra che abbia fatto grandi passi "il vecchietto"? Ci chiese Milton.

E noi: accidenti che uomo!

(Antonio Cardenal)


Era guerra. A partire dalla messa unica era iniziata la guerra dell’oligarchia. Gli facevano dei "campi pagati" sui giornali, con calunnie, scherni e offese. Fu in una di queste occasioni che decidemmo di fargli una visita ufficiale.

  • Che cosa vi ha spinto a venire? Ci salutò.

Lo sorprese che degli evangelici andassero a visitarlo. Forse era la prima volta. Eravamo un buon gruppo: il pastore ed il corpo dei diaconi con le rispettive spose, in rappresentanza di una piccola chiesa Battista, la chiesa Emmanuel.

Gli spiegammo l’apprezzamento che provavamo nei confronti del suo lavoro e gli raccontammo di avere dei buoni amici tra i preti cattolici. Quando ci congedammo, il più vecchio di noi, il pastore fondatore della nostra chiesa, Heriberto Perez, con una formazione di quelle anticattoliche, volle che ci lasciassimo con una orazione in comune.

  • Ringrazio il Signore per aver conosciuto un uomo di Dio, pregò Heriberto.

Era molto impressionato di Monsignor Romero ed esprimeva il sentimento di tutti.

  • State tornando al potere delle tenebre! Ci dissero altri evangelici battisti quando seppero di questa visita.

C’era sta inculcato questo sentimento anticattolico, tanto radicato nel sangue protestante. Ma noi eravamo tranquilli.

Alcuni giorni dopo Monsignor Romero raccontò quell’incontro alla radio e parlò di noi chiamandoci "fratelli separati". Era il linguaggio rituale della chiesa cattolica in quel tempo.

Incontri così divennero abituali e una volta che tornammo a visitarlo, Heriberto protestò:

  • Lei parlò di noi, ma in un modo che non ci piace. Perché noi ci sentiamo fratelli, ma non separati.

Monsignore restò pensoso alcuni istanti.

  • Facciamo un patto, ci propose. Voi non mi chiamerete più Monsignore, ma fratello e io non dirò più "fratelli separati".
  • Patto fatto!

Da quel momento ci chiamò "i fratelli della Emmanuel" e noi lo chiamammo "il fratello Romero".

(Miguel Tomas)


Camminavamo per via della Conciliazione. In fondo, la cupola del Vaticano. Era notte. Io sentivo che quel freddo, l’oscurità il silenzio favorivano le confidenze. Osai farlo parlare.

  • Monsignore, lei è cambiato, si nota in tutto… cosa è successo?

Mi avventai come un tacchino sul grano.

  • Perché cambiò Monsignore?
  • Vede, padre Jerez, anch’io mi faccio la stessa domanda nella preghiera… - si fermò e rimase in silenzio.
  • E ottiene qualche risposta Monsignore?
  • Qualcuna si… è che ognuno ha le sue radici… io nacqui in una famiglia molto povera. Ho provato la fame, so cosa significa lavorare da bambini… Da quando entrai in seminario e iniziai gli studi - mi mandarono qui a Roma per terminarli - passai anni tra i libri e dimenticai le mie origini. Mi feci un altro mondo. Poi, tornato in Salvador mi diedero la responsabilità di segretario del vescovo di San Miguel. Passai là ventitré anni sommerso tra le carte. E quando mi chiamarono a San Salvador come vescovo ausiliare caddi nelle mani dell’Opus Dei, e lì rimasi…

Camminavamo lentamente, mi sembrava che Romero avesse voglia di continuare a parlare.

  • Mi mandarono poi a Santiago de Maria e lì si che tornai a scontrarmi con la miseria. Con quei bambini che morivano per l’acqua che bevevano, con quei contadini maltrattati durante i raccolti… E sa, padre, il carbone diventato brace si riprende al primo soffio. Non fu poco quello che successe appena diventato arcivescovo; il fatto del padre Grande. Lei sa che io lo apprezzavo molto. Quando vidi Rutilio morto, pensai: se l’hanno ucciso per quello che faceva mi tocca andare per la sua stessa strada… cambiai, ma fu anche un ritorno…

Continuammo in silenzio. La luna nuova poneva un accento di luce nel cielo romano.

(César Jerez)


  • Mi comprenda, ho bisogno di ottenere un udienza con il Santo Padre…
  • Comprenda lei che dovrà aspettare il suo turno, come tutti.

Un’altra porta vaticana gli si chiudeva in faccia.

Da San Salvador e con il tempo necessario per superare gli ostacoli della burocrazia ecclesiastica, Monsignor Romero aveva sollecitato un’udienza personale con il Papa Giovanni Paolo II. Parti per Roma con la tranquillità che per quando fosse arrivato tutto sarebbe stato pronto.

Ora tutte le sue precauzioni sembravano svanite come fumo. I curiali gli dicevano di non saper nulla di quella sollecitudine. E lui andava supplicando per quest’udienza di ufficio in ufficio.

  • Non può essere, disse ad un altro, io scrissi molto tempo fa e qui deve esserci la mia lettera...
  • La posta italiana è un disastro!
  • Ma la mia lettera la mandai a mano con …

Un’altra porta chiusa. E il giorno seguente un’altra ancora. I curiali non volevano che incontrasse il Papa. E il tempo a Roma, dove era stato invitato da alcune suore che celebravano la beatificazione del loro fondatore, stava finendo.

Non poteva tornare a San Salvador senza aver visto il Papa e senza avergli raccontato tutto quello che stava succedendo la.

  • Continuerò a mendicare quest’udienza, si incoraggiava Monsignor Romero.

La domenica, dopo la messa, il Papa scese nel grande salone di enorme capienza, dove lo aspetta una moltitudine per la tradizionale udienza generale. Monsignor Romero si era alzato molto presto per riuscire a mettersi in prima fila. E quando il Papa passò salutando, gli afferrò la mano e lo trattenne.

  • Santo Padre, gli disse con l’autorità dei mendicanti, sono l’arcivescovo di San Salvador e la supplico che mi conceda un’udienza.

Il Papa acconsenti. Alla fine c’era riuscito: sarebbe stato per il giorno dopo.

E’ la prima volta che l’arcivescovo di San Salvador incontra il Papa Karol Wojtyla, che da soltanto sei mesi è Sommo Pontefice. Gli porta, accuratamente selezionato un dossier su tutto ciò che sta succedendo nel Salvador perché il Papa s’informi. E poiché succedono tante cose il dossier è voluminoso.

Monsignor Romero lo porta conservato in una scatola e lo mostra ansioso al Papa appena iniziato l’incontro.

  • Santo Padre, qui potrà leggere lei stesso come tutta la campagna di calunnie contro la chiesa e contro di me viene organizzata nella stessa casa presidenziale:

Il Papa non tocca nemmeno un foglio. Né apre il fascicolo. Nemmeno chiede nulla. Solo si lamenta.

  • Già le ho detto che non veniate carichi di tanti fogli! Qui non abbiamo il tempo di leggere tante cose.

Monsignor Romero rabbrividisce, ma cerca d’incassare il colpo. E lo incassa: deve esserci un fraintendimento. In un'altra busta ha portato ha portato al Papa anche una foto di Octavio Ortiz, il sacerdote che la guardia uccise alcuni mesi prima insieme a quattro giovani. La foto è un’inquadratura in primo piano del volto di Octavio morto. Nel volto schiacciato dal blindato si delineavano i tratti indigeni e il sangue li delineava ancora di più. Si notava molto bene un taglio fatto col machete sul collo.

  • Io conoscevo molto bene Octavio, Santo Padre, ed era un bravo sacerdote. L’avevo ordinato io e sapevo tutti i lavori in cui era impegnato. Quel giorno stava dando un corso sul Vangelo ai ragazzi del quartiere…

Gli raccontò ogni dettaglio. La sua versione di arcivescovo e la versione diffusa dal governo.

  • Guardi, Santo Padre, come gli spappolarono la faccia…

Il Papa guardò fissamente la foto e non chiese altro. Guardò poi gli occhi umidi dell’arcivescovo Romero e mosse la mano indietro, come chiedendogli di togliere drammaticità al sangue raccontato.

  • Ce lo uccisero tanto crudelmente, dicendo anche che fosse un guerrigliero… Disse l’arcivescovo.
  • E per caso non lo era? Rispose freddamente il pontefice.

Monsignor Romero guardò la foto dalla quale sperava tanta compassione. Qualcosa gli fece tremare la mano: deve esserci un malinteso.

Continuò l’udienza. Seduti uno di fronte all’altro, il Papa insegue una sola idea.

  • Lei, signor arcivescovo deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo paese…

Monsignor Romero lo ascoltava e la sua mente volava per ricordare ciò che il governo del suo paese faceva al popolo del suo paese. La voce del Papa lo riportò alla realtà…

  • Un armonia tra lei e il governo salvadoregno e ciò che di più cristiano in questi momenti di crisi…

Monsignor Romero continuava ad ascoltarlo. Erano argomenti con i quali, in altre occasioni era già stato pressato da altre autorità.

  • Se lei superasse le proprie divergenze con il governo, potrebbe lavorare cristianamente per la pace…

Tanto insistette il Papa che l’arcivescovo decise di smettere di ascoltare e chiese di essere ascoltato. Parlò timidamente, ma deciso:

  • Ma, Santo Padre, Cristo nel Vangelo ci dice di non essere venuto a portare la pace ma la spada.

Il Papa fissò Romero negli occhi:

  • Non esageri, signor arcivescovo!

Terminarono gli argomenti e anche l’udienza.

Tutto ciò me lo raccontò Monsignor Romero, quasi piangendo, l’11 maggio 1979, in Madrid quando stava tornando affrettatamente nel suo paese, costernato dalle notizie di un massacro nella cattedrale di San Salvador.

(Maria López Vigil)


Ogni volta veniva più gente alla messa delle otto in cattedrale. E bisognava persino mettere fuori gli autoparlanti perché si riempiva anche il parco. E c’erano altri ascoltatori, perché il Salvador intero stava ascoltando l’omelia per radio!

  • La cosa più difficile è dopo la messa, finisco esaurito – mi diceva alcune volte Monsignore.

Aveva infatti preso l’abitudine di uscire dalla porta della cattedrale per salutare tutti. Ed erano tanti. Tutti volevano toccarlo, abbracciarlo, offrirgli i fiori o soldi o qualsiasi altro regalino, dargli la mano, offrirgli bambini perché li accarezzasse un attimo, baciargli l’anello. Arrivava mezzogiorno. Il gran caldo e continuava la folla di gente.

A volte anche noi sacerdoti che celebravamo la messa uscivamo dalla porta e stavamo lì a ricevere le cose che gli portavano. Quella domenica restai io. Dopo un po’ vidi venire facendosi spazio in quella confusione una anziana di più di ottant’anni. Si avvicinò a me.

  • Padre, figurati che con questa gente non riuscirò ad avvicinarmi a Monsignore.

Mi ricordai del Vangelo, di quelli che non riuscivano a vedere Gesù, persi in una moltitudine come quella.

  • E cosa desidera, signora?
  • Gli porto un regalo.
  • Se vuole, posso consegnarlo io a Monsignore.
  • Va bene allora.

E la vecchietta tolse da una borsetta di carta che portava dentro il grembiule… un uovo.

  • Glielo darò certamente.
  • Aspetti… tengo dell’altro.

Tolse dalla borsa… un altro uovo. Dio mi assista che non continui a togliere uova la signora, pensai.

  • Non si preoccupi, signora, ci penso io.
  • Aspetti, aspetti…

Mise un’altra volta la mano e questa volta dalla borsetta tolse un biglietto tutto accartocciato… un colon. Quaranta centesimi di dollaro.

  • Anche questo è per Monsignore.
  • Molte grazie, signora, non si preoccupi che questo arriverà nelle sue mani.
  • Se Dio vuole!

Iniziai ad osservarla e la vidi tanto povera, tanto anziana, che la scostai per poterle parlare. Era una forma di gratitudine, giacché era impossibile avvicinarla a Monsignore, vista la quantità di gente…

  • E mi dica, come si chiama?
  • Remedios.
  • E da dove viene?
  • Da Nuovo Eden de San Juan.

Da là! Vergine santa, da là, al confine con l’Honduras, da dove doveva scendere a Ciudad Barrios per prendere la strada di San Miguel e poi fino a San Salvador… calcolai più di cento chilometri.

  • Ma, signora Remedios, solo il passaggio in autobus le è costato più di ciò che ha portato a Monsignor Romero in regalo…
  • No, no, perché sono arrivata a San Salvador con i miei sandali.
  • A piedi…?
  • A piedi, si.

Parlammo un poco e fu contenta. Sicuramente tornò anche a piedi. Con ottant’anni in spalla.

Quella domenica, in mezzo a quella moltitudine, non diedi a Monsignor Romero né il colon né le due uova. Alla fine, non glieli diedi mai, né so cosa ne feci, tanto erano pochi. Però un giorno gli raccontai della vecchietta. E nella messa seguente che egli celebrò ringraziò per nome la signora. In Nuevo Eden de San Juan, aldilà del Rio Torola, sicuramente la signora Remedios lo ascoltò e sicuramente i suoi piedi e il suo cuore si rallegrarono. Forse come quelli dell’anziano Simeone del Vangelo, quando desiderò riposare perché aveva visto realizzati i suoi sogni.

(Antonio Fernandez Ibañez)


Sempre quando si predica la verità contro le ingiustizie, contro gli abusi, contro i soprusi, la verità fa male. Già le dissi un giorno l’esempio semplice del contadino. Mi disse: "Monsignore quando uno mette la mano in una pentola di acqua con sale, se la mano è sana non succede niente, ma se ha una ferita, ahi, duole. La chiesa è il sale del mondo e naturalmente dove ci sono ferite questo sale deve bruciare…"

(Maria Otilia Núñez)


Aguilares restò militarizzata. Già eravamo abituati ai massacri e alle operazioni di repressione nelle zone contadine, ma che militarizzassero una città per un intero mese fu la prima volta. Nessuno poté muoversi da Aguilares per trenta giorni.

Un mese d’incertezza. Cosa starà succedendo. Si sentiva di tutto su quello che l’esercito stava facendo lì.

Il 19 di giugno smilitarizzarono e permisero di entrarvi. Le comunità di San Salvador invitarono tutti a recarsi ad Aguilares, per accompagnare Monsignor Romero che stava andando a celebrare una messa.

La chiesa si riempi completamente, però non c’erano molti abitanti di quella città. Segno del terrore di tutto quel mese. I dati esatti non li conoscemmo mai, ma si parlò persino di 200 assassinati, di torture, di violazioni, di gente che mai riappari…

  • "A me tocca di andare a raccogliere cadaveri e tutto ciò che va lasciandosi dietro la persecuzione alla chiesa. Oggi mi tocca venire a raccogliere questa chiesa e questo convento profanati, un tabernacolo distrutto e soprattutto un popolo umiliato, sacrificato indegnamente…".

Così Monsignor Romero iniziò la sua omelia. Se uno chiedesse ad un vescovo quale sia la sua missione direbbe qualsiasi altra cosa. Lui, quel giorno, definì la sua missione: raccogliere cadaveri. Giustamente. Nel Salvador di quel tempo questa era la cosa più realista, la più storica: i morti uccisi quotidianamente. Il vescovo doveva accoglierli, raccoglierli.

Al termine della messa, Romero ci invitò a fare una processione con il Santissimo per le strade, come riparazione alla profanazione che avevano compiuto le guardie.

Uscimmo dalla chiesa cantando. Era un giorno di gran caldo e Monsignor Romero era bagnato di sudore sotto il piviale rosso. Teneva alto l’ostensorio. Davanti a lui centinaia di persone. Girammo la piazza, cantando e pregando. Il municipio, di fronte alla chiesa era pieno di guardie che osservavano. Quando ci avvicinammo, diverse di loro si misero in mezzo alla strada puntandoci con i fucili. Ne arrivarono altre. Aprirono le gambe in segno di sfida, con i loro grandi stivali e formarono un muro per non farci passare. Quelli che erano in testa alla processione si fermarono, così gli altri. La processione si arrestò. Fronte a fronte noi e i loro fucili. Quando ormai nessuno si muoveva ci voltammo a guardare Monsignor Romero che veniva per ultimo. Egli alzò un poco l’ostensorio e a voce alta, perché tutti sentissero, disse:

  • Avanti!

Allora avanzammo verso i soldati, poco a poco, e loro iniziarono a retrocedere, poco a poco. Noi verso di loro e loro indietro. Così fino alla caserma. Finirono per abbassare i fucili e lasciarci passare.

Da quel giorno, e come quel giorno, in qualsiasi avvenimento importante che ci fu nel Salvador per seguirlo o per perseguirlo, sempre si dovette rivolgere lo sguardo verso Monsignor Romero.

(Jon Sobrino)


Ero in visita ad un cantone di Aguilares con quattro contadini, uno dei quali era il famoso Polín.

  • Ci riuniamo un momento per studiare la Bibbia, disse uno.
  • Perché non viene signor prete con noi, disse Polín.
  • Va bene, ho il pomeriggio libero. Andiamo pure! Gli dissi io.

E iniziammo a camminare fino ad arrivare sotto l’ombra di una pianta. Erano già lontane le case. Aperta campagna.

  • La prendiamo…!
  • Prendila!

Tenevano nascosta la Bibbia, interrata in un involucro di plastica. In quei tempi la Bibbia era uno dei libri più sovversivi che uno potesse avere ed era frequente che l’esercito uccidesse chi portava una Bibbia.

La prelevarono. Si riunivano per leggere e riflettere il Vangelo di Giovanni.

  • Lei stia lì, mi dissero, e se sente che diciamo qualche barbarità… già sa: ci corregga!

Leggevano, facevano i loro commenti, restavano in silenzio come pregando, discutevano. Io ero tutto orecchi. Passò più di un’ora quando l’estremo all’orizzonte vedemmo un puntino che si muoveva e si avvicinava.

  • Non c’è da preoccuparsi, è un animale!

Continuarono a leggere, ma osservando con la coda dell’occhio.

  • E’ una persona!

Si allarmarono e nascosero la Bibbia.

  • E’ una donna! Porta la gonna!
  • Che gonna! E’ una sottana da prete!
  • E’ un prete!

E più da vicino…

  • Ma è Monsignor Romero!

Veniva camminando da solo per quei sentieri.

  • Monsignore, cosa fa da queste parti?
  • Lo chiedo a voi: cosa state facendo?
  • Noi stiamo leggendo la Bibbia, il Vangelo di Giovanni.
  • E permettete al pastore di sedersi con voi? - Chiese lui.
  • Qui è tutto un sedile, Monsignore! – Gli disse Polín.

Si sedette su un cumulo. E loro continuarono per un’altra ora con la loro riflessione. Leggendo piano e parlando con calma. Come fanno i contadini, pesando bene il tutto perché la parola non diventi una chiacchiera.

Monsignor Romero non apri bocca. Quando finirono mi voltai e mi accorsi che aveva gli occhi umidi, stava piangendo.

  • Che c’è, Monsignore?
  • Io credevo di conoscere il Vangelo, ma sto imparando a leggerlo in un altro modo.

Quel bandito di Polín rideva.

(Antonio Fernandez Ibáñez)


  • Devi mettermi ordine nella Caritas, Sánchez.

Andavo tutte le settimane ad informare Monsignor Romero su come andavano le cose. Per meglio dire andavo a scontrarmi con lui.

Scontro soprattutto quando si trattava dell’occupazione della terra in qualche zona. E ce n’erano sempre. Da sempre il problema della terra fu il centro del conflitto salvadoregno. Io accantonavo denaro e cibo della Caritas e li mandavo alle comunità che erano nell’occupazione. E Monsignor Romero lo disapprovava.

  • Sánchez, rendimi conto.
  • E di cosa dovrei darle conto?
  • Dell’invio di queste donazioni della Caritas a quelli dell’occupazione di Chalatenango.
  • Vedo che è ben informato.
  • Però sai che non lo approvo, perché significa essere parziali. Appoggi una sola organizzazione, la FECCAS-UTC, e sai bene che è un gruppo illegale e che può procurarci problemi…
  • E’ vero, ma siccome ne hanno bisogno continuo a mandargliene. Finché avrò del cibo, non gliene mancherà.
  • Però a noi non avanza. Dovresti inviarne di più, per esempio, all’asilo Sara.
  • Già ne mando.
  • Mandane di più!
  • No, perché l’asilo possono aiutarlo tutte queste persone che danno elemosine per carità. Ma a quelli dell’occupazione, chi ne manderà? Se non ci pensiamo noi, li fregano. Lei come vescovo ha il dovere di appoggiarli.
  • Sánchez!!
  • Monsignore. questa gente non ha terre dove seminare, ha fame e io non gli sto mandando armi.
  • Sánchez, sei tutta passione e non ragione.
  • Però mi manca per dirle la ragione maggiore: dare a loro è più educativo anche per noi. Perché a questi poveri a cui diamo un bicchiere di latte e un sacchetto di farina, in fondo li stiamo diseducando. Ma a questi contadini organizzati, al contrario… la loro lotta ci educa. Compreso lei stesso!
  • Questo pensiero radicale, è quello che mi preoccupa di te, Sánchez.
  • Va bene, non si fidi di me. Verifichi lei stesso com’è questa gente, la scorza che ha. Venga, andiamo a visitare l’occupazione!
  • Non è una cattiva idea, ma…
  • Perché! Non abbia paura dei contadini, si risparmi la paura per le guardie.
  • Te m’incastri sempre.

Perciò andammo all’occupazione. E lì i contadini lo educarono con le loro discussioni, con le loro ragioni e con le loro passioni.

(Rutilio Sánchez)


Con un simile nome, Apolinario, chiunque si aspetterebbe d’incontrare un titano, un omone. Anche Monsignor Romero se lo aspettava così. E invece gli apparve quel Polin, tutto storto, malaticcio, tanto poca cosa.

I due, Monsignore e Polin, s’incontrarono per la prima volta, ma in seguito lo avrebbero fatto spesso.

  • Guarda, Apolinario, dicono che tu vai sollevando i contadini e che persino gli parli contro la chiesa e contro di me. E dicono anche che tu sia un uomo di fede… come spieghi questo?
  • Monsignore, io spiego meglio i problemi facendo delle domande.
  • Domanda allora.
  • Mi risponda anzitutto su questo: il signor arcivescovo sa quanto pagano al proletariato contadino per il lavoro di tutto un giorno?
  • Veramente non so…
  • Tre pesos, Monsignore! "Sbaviamo" come dite voi, perché ci paghino due pesos in più. Mi dica Monsignore cosa farebbe lei con appena tre pesos nella borsa per tutto un santo giorno? Nemmeno con cinque, se forse persino la lavatura della sua sottana costa di più! E noi non guadagniamo nemmeno questo sfinendoci nella raccolta della canna sotto il sole!

Monsignore lo guardò dall’alto in basso, tanto magro com’era.

  • Ma continuiamo l’intervista, che altrimenti ci si raffredda l’atol! Mi permette un’altra domandina? Continuò Polin gesticolando con le mani.
  • Fammi altre domande, rispose Monsignore, già ridendo.
  • Vediamo, Monsignore. Lei crede in Dio?
  • Si, chiaro, io credo in Dio.
  • E crede nel Vangelo?
  • Anche, si. Credo nel Vangelo.
  • Siamo pari dunque! Perché anch’io credo in Dio e nel Vangelo. Entrambi diciamo la stessa cosa, ma è differente! Indovina indovinello perché mi fa male la pancia! Indovina sua eccellenza dove sta la differenza!

Polin si eccitava e canterellava quella cantilena.

  • Non lo so, Polin, dimmelo tu. Monsignore rideva.
  • Lei crede nel Vangelo perché è il suo lavoro lo ha studiato, lo legge e lo predica. Fortuna da vescovo! E io… io quasi non ho potuto leggere né studiare il Vangelo, tutta la sua "indiologia", ma credo nel Vangelo. Lei credo per ufficio io credo per necessità. Perché lì mi viene detto che Dio non vuole che ci siano ricchi e poveri, e io sono povero! Capisce la differenza? Sta lì! L’ha afferrata? Abbiamo la stessa fede, ma la teniamo in gabbie diverse.

Monsignore lo guardò dal basso in alto, tutta quella scintilla che era Polin. E da lì fino alla fine divennero grandi amici.

(Rutilio Sánchez)


La comunità di San Rocco era tanto lontana, che nessuno poteva arrivare lì in macchina. Era su un sentiero. Non proprio un sentiero era un su un dirupo. E diciamo la verità non era una comunità, ma un tugurio, dove tutt’oggi non si avvicinano nemmeno i bus.

Solo Monsignor Romero voleva andare lì. Quando ci confermarono la notizia non potevamo crederci. Ma era certa. Per celebrare alcune prime comunioni, lui ci andò.

Lasciò la sua macchina alla fine della strada e camminò, camminò, camminò e camminò. E la cosa più singolare fu che tutta la gente che salutava per la strada si univa a lui. Si formò così una fila di persone, come fosse una processione, ma non piangendo afflizioni, ma cantando di gioia.

In questo cammino verso la chiesetta lo incontrai e anch’io mi unii e fu così che, salendo e scendendo dai burroni, parlai con lui per la prima volta.

  • Monsignore, gli dissi, lei proprio non si arrende.
  • E’ che mi piace stare con la gente e lei sa che per ogni capriccio c’è una frustata!

Gli piaceva. Alcune persone lo chiamavano da dentro le loro case.

  • Monsignore, vuole entrare?

E lui sdegnava nessuno, non disprezzava nessun invito e restava un po’ di tempo nella casa, per salutare la famiglia.

  • Questa piccolina la porto io!

Prese una bambina e se la mise in braccio e tutti i bambini, volendo lo stesso gli corsero dietro attaccandosi alla sottana.

Quando alla fine giunse alla cappella di San Rocco per celebrare la messa, era circondato da un mare di gente. Sembrava uno sciame.

Di ritorno dalla messa e da tutta la festa che lì si fece, visitò un altro lato del tugurio imboccando un’altra strada.

  • Così conosco tutti e non lascio nessuno senza saluto.

Nessuno restò così senza il suo saluto.

- … solo lui! Nessuno è capace di sacrificarsi tanto per andare a celebrare una messa in un luogo tanto lontano.

Così sentenziò Don Tito, il calzolaio, quando fini quel grande giorno.

(Hilda Orantes)


A volte mi vestivo "nike" e andavo a giocare con i gringos della American Socety o, con quelli legati all’ambasciata americana. Giocavamo a bowling. Facevamo anche alcune "casino nights" e tutti i fondi che raccoglievamo, che erano migliaia di colones, li davamo per opere di carità.

Un giorno io gli indicai la grande opera che era l’Hospitalito, con malati di cancro che vivevano di elemosina, di divina provvidenza e gli feci la proposta:

  • Perché non date il denaro della prossima festa alle suore dell’Hospitalito? E’ un opera magnifica, dovreste conoscerla.

Accettarono a meta. Con le suore organizzammo che i gringos venissero un giorno a vedere l’Hospitalito e a visitare gli infermi.

  • Portali all’ora di pranzo, mi disse la madre Luz, e forse conosceranno Monsignor Romero che lì entusiasmerà ad essere generosi.

Arrivai un mezzogiorno con tre nord americani. Fummo fortunati perché Monsignor Romero era presente. Aveva già iniziato a mangiare e stava ascoltando, assorto, il notiziario della YSAX. Salutò con un gesto e continuò.

Visitammo velocemente le sale dell’ospedale e poi le suore ci offrirono il pranzo accanto a Monsignor Romero, su quei tavoli grandi che ci sono nel refettorio. I gringos, che erano ansiosi di conoscere personalmente Monsignor Romero, iniziarono la conversazione.

Al principio con tematiche generali: il tempo, i malati…

Monsignore non si scompose, quasi non entrava nella discussione, continuava a mangiare e ad ascoltare le notizie. Quando diedero la notizia di un furto, uno di loro affrontò il tema.

  • C’è molta delinquenza, molta. Ci sono molti ladri in questo paese!

E la gringa:

  • Molti ladri e poco rispetto della proprietà privata. Ieri hanno rubato in casa di una mia amica e lei rimasta traumatizzata perché…
  • La gente ha tutto il diritto di rubare se non ha di che mangiare, la interruppe inaspettatamente Monsignor Romero, guardando i tre in volto. Il primo diritto di un essere umano è mangiare. E se non possono mangiare, che rubino!

Fu tanto repentino, tanto brutale e tanto diretto che i tre americani lo guardarono stupiti. Nessuno ribatté, solo impallidirono e diventarono più bianchi di quello che erano. Dopo un silenzio totale e senza finire il pranzo si alzarono da tavola, si congedarono da Monsignore abbastanza freddamente e uscirono. Io lì accompagnai.

Non eravamo giunti in giardino che il gringo se ne usci così:

  • Questo signore è pieno di odio e violenza!
  • Già ci avevano avvertito che era solo un agitatore!

Arrivando alla loro "società" annullarono l’assegno che avevano già pronto. Diecimila dollari!

Monsignor Romero aveva capito bene che essi venivano a portare la loro elemosina e che doveva essere molto copiosa. Credo che i gringo non compresero nulla.

(Margarita Herrera)


Credo d’interpretare il pensiero di voi tutti se il nostro primo saluto di questa mattina è per la nostra sorella repubblica del Nicaragua. Che gioia ci da l’inizio della sua liberazione!

Costò più di 25 mila vite umane. Un popolo che non era mai stato ascoltato e per ascoltarlo fu necessario giungere persino a questo bagno di sangue. ciò succede quando si assolutizza il potere, quando si divinizza il potere!…

Ci ha riempito di soddisfazione la piena garanzia che è stata offerta al rispetto dei diritti umani… "Si promulgherà la legislazione e si adotteranno le azioni necessarie per garantire e promuovere la libera organizzazione sindacale, corporativa e popolare, tanto in città come in campagna". Benedetto sia Dio perché nella nostra America Centrale esisterà forse un luogo dove si rispetti il diritto dell’uomo ad organizzarsi sebbene questo uomo sia un umile contadino!

(Omelia, 22 luglio 1979)


Il giorno in cui uccisero il fratello del presidente Romero, il vice ministro della difesa giunse a cercarlo all’arcivescovado con tutta la scorta.

  • Siamo molto preoccupati, gli disse il colonnello, che possa succedere qualcosa a Monsignor Romero e vogliamo dargli protezione. Voglio parlare con lui, subito!
  • Ma Monsignore non sta qui…
  • E’ urgente che gli parliamo subito!
  • Allora dovrò andare a cercarlo all’Hospitalito.
  • Immediatamente!

Mi fecero salire su un grande camion militare dotato di grandi mitragliatori. Monsignor Romero gli andò incontro mal volentieri. Il militare gli fece un discorso.

  • La situazione è grave. Peggio, è gravissima! Temiamo per la sua vita e vogliamo iniziare a proteggerla. Immediatamente!
  • Io la ringrazio, ma credo che non sia necessario che voi predisponiate per me alcun sistema di protezione. Sinceramente non credo che sia necessario, avendo tanta altra gente da proteggere…
  • Va bene, allora potremmo mandarle delle istruzioni perché lei sappia come comportarsi e prenda le sue precauzioni.
  • Bene, se vi fa piacere mandatemele…
  • Si, gliele invieremo immediatamente!

Si congedò col saluto militare, sollevando il petto ma né allora né mai giunsero le istruzioni menzionate. Puro teatro, dunque, che volessero proteggerlo.

(Ricardo Urioste)


"Viva la rivoluzione", "con blindati e mitragliatrici il popolo non si azzittisce", "vinceremo". E quell’altra che apparve un giorno: "vieni Signore che il socialismo non basta".

Ogni giorno vedevamo scritte dipinte sui muri di San Salvador e le strade coperte di letame. A Monsignor Romero non piacevano quelle scritte e le censurava.

Fu Polin che gli fece cambiare idea:

  • Spiegami dunque Apolinario, gli chiese Monsignore, come intendete voi questo disordine per vedere se riesci a farlo capire anche a me…
  • Vede Monsignore noi non abbiamo un giornale… in quale edificio o da quale parte abbiamo una chance perché ci lascino pubblicare una scritta? Alla radio, quanto crede che facciano pagare per un annuncio? E anche se avessimo il denaro, trasmetterebbero il nostro annuncio? Allora come risolviamo la questione? Un paio di compagni prendono alcuni manganelli e un pugnale e si mettono di guardia nella via, mentre un altro va a scrivere il messaggio sul muro. Solo se qualcuno ci vede, dobbiamo scappare di corsa. Le scritte sono comunicazione, ci servono per comunicare con il nostro popolo! I muri sono il giornale dei poveri! Ha capito adesso?

Aveva capito. E così altre cose. Arrivò ad intendersi tanto con Polin che a volte gli diceva:

  • Guarda, Apolinario al posto dell’orazione oggi parlo con te.

E passava la sua ora di orazione parlando con Polin. L’ora intera.

(Rutilio Sánchez)


Decise di fare un viaggio in Messico, ma mezzo clandestino. Andava per fare una visita.

  • Cercatemi là, chiese ad alcuni amici, un buon psichiatra che mi faccia una visita. Ma che il dottore non mi conosca per nulla. Solo così lui si sentirà libero e io resterò tranquillo.

Monsignor Romero andava con il timore d’aver perso il giudizio, con l’apprensione perdere il timone del governo dell’arcidiocesi e con lo scrupolo di essere manipolato a volte dagli uni e a volte dagli altri.

Andò. Il dottore messicano ricevette quel giorno un Oscar Romero camuffato.

  • Il mio nome è Alvaro Herrera, vengo ora dal Salvador… disse Romero allo psichiatra.
  • Avanti, signor Herrera, si accomodi e mi racconti.

Gli raccontò di essere stanco, con figli già adulti e un mucchio di nipoti. Ma sebbene in famiglia avesse i problemi di tutti, ciò che lo angosciava maggiormente era la responsabilità che da circa un paio d’anni gli aveva affidato una grande impresa salvadoregna.

  • E’ un’impresa enorme e mai ha attraversato momenti tanto difficili. Ed essendo io il garante, tanto in alto, conosco tutte le difficoltà e mi sento pressato dagli interessi dell’impresa e dalle domande dei lavoratori e…

"Alvaro Herrera" parlò e parlò. Confidò a quello specialista le angosce e le tensioni.

  • Il mio timore è di non saper rispondere alle aspettative di tutti.
  • Mi preoccupa anche di essere condizionato. Sono preoccupato, dottore, dal non sapere se sto prendendo da me stesso liberamente le decisioni… ho bisogno di sapere se sto agendo con libertà.
  • Bene, questo è il mio lavoro. Aiutarla a vedere se stesso dal di dentro…

E fu così che il "garante" di quella "impresa" che altro non era che la chiesa di San Salvador, fu sottoposto ad un intera batteria di test. Tre giorni a rispondere a domande, a riempire questionari e in lunghe chiacchierate tra paziente e dottore.

Alla fine della fatica, arrivò il giorno della diagnosi finale.

  • Bene, Herrera, gli disse lo psichiatra, dopo tutta questa esplorazione ho tratto le mie conclusioni…
  • E ha concluso che sono pazzo? Ho perso il giudizio…?
  • No! Ha perso il tempo a venire, ma non è nemmeno così, perché siamo diventati amici in questi giorni. Lei è integro signor Herrera, non ha nulla, se non una grande stanchezza, che si cura con alcuni giorni in Acapulco! Sicuramente la sua impresa glielo concederà. Lei è integro, signore!
  • Vero?
  • Verissimo.

Discussero con battute, parlarono anche seriamente e al momento di congedarsi venne l’ora di pagare l’onorario.

Alvaro Herrera firmò l’assegno di quei tre giorni di analisi intensiva e dopo averglielo consegnato, lo presero gli scrupoli e decise di non andarsene senza essersi tolto la maschera.

  • Dottore, forse lei avrà sentito parlare dell’arcivescovo di San Salvador, di Oscar Romero…
  • E chi non ha sentito parlare di lui? E’ un uomo famoso. E lei Herrera conosce Romero la nel suo paese?
  • Chiaro che lo conosco. Pensavo… pensavo che lui, che questo vescovo Romero fosse pazzo, ma ora lei gli sta dicendo di stare tranquillo, perché è assennato…
  • Come dice…?
  • Che io non sono chi gli ho detto che ero. Sono Oscar Romero, l’arcivescovo di …
  • Lei è Monsignor Romero?!
  • Io stesso.
  • Il vero Romero?
  • Il vero vero!

Tornarono a sedersi e a parlare di nuovo, seriamente e per battuta. Monsignore gli spiegò il perché di quel travestimento. Alla fine, il dottore non voleva accettare nessun compenso e gli restituì l’assegno.

  • Con tutte le necessità che avete lì non accetto neanche un pesos!
  • Ma il lavoro deve essere pagato, e io le ho dato molto lavoro!

Discussero. Alla fine raggiunsero un compromesso. Monsignor Romero tornò a dargli l’assegno e il dottore gli ne diede un altro, con molto più denaro, come dono per la chiesa di San Salvador.

Romero mi raccontò questa "avventura", tra il divertito e il dubbioso, forse perché ero stato il suo confessore alcuni anni prima.

(Francisco Oscoz)


Quando Maria canta, nel suo magnificat, che Dio libera g li umili, i poveri, risuona la dimensione politica quando dice: Dio rimanda a mani vuote i ricchi e colma di beni i poveri. Anche Maria arriva a dire una parola che oggi diremmo "insurrezionale". Rovescia dal trono i potenti quando questi sono un ostacolo per la tranquillità del popolo! Questa è la dimensione politica della nostra fede: la visse Maria, la visse Gesù, che era un autentico patriota di un popolo che stava sotto una dominazione straniera ed egli, senza dubbio lo sognava libero.

(Omelia 17 febbraio 1980)


  • Vieni! Mi hanno chiesto una missione molto delicata.

Erano le otto di sera quando Monsignore mi chiamo al seminario. Poco dopo giungemmo alla chiesa de Il Rosario. Lì era pieno di guardie. Avevano già deciso di assaltare chiesa e se avessero dovuto uccidere tutti lo avrebbero fatto così come se avessero dovuto abbattere la chiesa l'avrebbero abbattuta.

Monsignor Romero si avvicinò a Morán, che dirigeva le operazioni.

  • Lei qui!! Gli grido il tipo. Lei è il colpevole di tutto quello che sta succedendo qui, per tutte le stupidaggini che dice! Quindi si tolga da qui che non gli importa una merda di questo!

Mai avevo visto qualcuno tanto aggressivo.

  • Non fate niente a Monsignore! Gridava Marianela García Villas da dove l’avevano spinta le guardie.
  • Questa merda me la porto via io! Diceva uno di quei diavoli indicandola.

La sua unica colpa era quella di volere recuperare la guardia che loro stessi avevano infiltrato dentro la chiesa. Io ero schiacciato a Monsignore, quando quattro uomini lo affrontarono direttamente.

  • Se questi sovversivi fanno qualcosa al nostro compagno, qui uccidiamo anche il vescovo!
  • Evitate le insolenze e cercate d’essere ragionevoli!

Monsignore li contestava e io lo tiravo per un braccio, come quando il figlio cerca di frenare il padre perché non vada a picchiarsi con altri. Questo sarebbe capace di dare uno schiaffo alla guardia, pensavo, e questa situazione ci sfugge di mano.

  • Ma se vuole spiegarvi, intervenni io, perché non lo lasciate parlare?
  • E tu chi sei, figlio di puttana? Continua così e sei già morto.
  • Lui non potete toccarlo, è un seminarista! Intervenne per me Monsignore.
  • Seminarista! Comunista e gran merda.

Monsignor Romero insisteva per poter entrare nella chiesa a cercare la guardia per condurla a Morán. Ma avevano mandato a prendere i blindati e già stavano arrivando quei bestioni. Gli animi delle guardie erano ben incendiati. C’era un famoso torturatore, Cara de Niño gli dicevano, che apparve al fianco di Monsignore, con un mezzo sorriso.

  • Lei non difende i suoi amici sovversivi? Quindi noi difendiamo i nostri compagni. Non è giusto, padre?

Mentre le guardie iniziavano a prendere posizione e lanciavano alcuni moniti, decidemmo di ripiegare per un momento a pensare con più calma. Monsignore camminava per un corridoio che c’è all’entrata del convento contiguo alla chiesa e io lo seguì. Pensai che avremmo discusso per decidere la tattica, ma no, egli estrasse il rosario e iniziò a camminare su e giù, pregando e non mi disse niente. Io restai a guardarlo… Primo mistero… Quando giunse al secondo, mi disse:

  • Ascoltami, cosa deve fare uno se questa gente inizia a sparare?
  • Credo che non ci resterebbe altro che buttarci al suolo, se ci resta il tempo!

Secondo mistero, terzo mistero… Quando già era alle ultime Ave Maria, torna e mi chiede:

  • Ma, perché dici che dobbiamo buttarci al suolo?
  • Perché non ci colpiscano. Questi non tirano ai piedi, questi sparano per uccidere!
  • Chiaro, chiaro… guarda, questa è un’ora dura e sono preoccupato soprattutto per te, perché non sapevi nemmeno per cosa venivi. E chissà se usciamo da qui… Io non so cosa direbbero se domani fossimo entrambi morti…

Era spaventato. Era la situazione peggiore in cui l’avevo mai visto. Continuò a pregare. Quarto mistero… Quando terminò il rosario, mi disse:

  • Guarda, credo che se ci buttassimo dietro a questo muretto, forse ci salveremmo dalle pallottole… non credi?
  • A saperlo…
  • Guarda quell’altro muretto… non sarà più sicuro?
  • Ma Monsignore, lei sta pregando o progettando la ritirata?
  • Entrambe le cose figliolo, entrambe le cose…

Aveva molta paura e si notava, pregava, tremava e sudava… Ma quando uscimmo di nuovo sulla strada, lo vidi più tranquillo. Allora iniziò la sua mediazione. Ottenne che le guardie si mettessero contro il cancello e che lo lasciassero entrare in chiesa a cercare l’ostaggio. Quando quelli dentro ci aprirono le porte, l’odore dei cadaveri era insopportabile.

  • Monsignore, implorò Pichinte lei è la nostra unica garanzia! Le consegniamo l’ostaggio, ma non abbandoni questa situazione, altrimenti domattina non ci sveglieremo vivi…

Uscimmo di nuovo in strada. L’accerchiamento militare proseguiva. Finalmente si formò una delegazione con tre guardie e Monsignore per entrare nuovamente nella chiesa.

Quelli volevano controllare uno per uno i cadaveri per vedere se ci fosse qualche altra guardia tra di loro. Dicevano che i compagni ne avevano torturati e uccisi due. Che razza di quadro era quello: spostando tutti i corpi si constatava che erano già in decomposizione… li controllarono tutti, uno per uno, non c’era nessuna guardia, erano delle Leghe. All’alba usci libero l’ostaggio e ritirarono l’accerchiamento. Non si poté fare altro che seppellire i 21 morti nella chiesa stessa. Era ancora pericoloso uscire con loro nelle strade.

(Juan Bosco Palacios)


Vengo dal più piccolo paese della lontana America Latina. Vengo portando nel mio cuore di cristiano salvadoregno e di pastore, il saluto, il ringraziamento e la gioia di condividere esperienze vitali…

Il nostro mondo salvadoregno non è un’astrazione, non è un caso in più di ciò che s’intende per "mondo" nei paesi sviluppati come il vostro. E’ un mondo che nella sua immensa maggioranza è formato da uomini e donne, poveri e oppressi…

Ora sappiamo meglio cos’è il peccato. Sappiamo che l’offesa a Dio è la morte dell’uomo. Sappiamo che il peccato è veramente mortale, non solo per la morte interna di chi lo commette, ma per la morte reale e oggettiva che produce. Ricordiamo che peccato è quello che diede la morte al Figlio di Dio e peccato è quello che continua a dare la morte ai figli di Dio…

Gli antichi cristiani dicevano: "la gloria di Dio è che l’uomo viva". Noi potremmo concretizzare dicendo: "la gloria di Dio è che il povero viva".

(Discorso all’Università di Lovagno, Belgio alla consegna del Dottorato Honoris Causa in Scienze Umane il 2 febbraio 1980)


Dopo aver lavorato per alcuni mesi in Nicaragua decisi di ritornare, mezzo clandestino in Salvador per vedere se potevo restare. In seguito presi contatto con Monsignor Romero.

  • Che fortuna che sei riuscito ad entrare, si rallegrò. Perché non vieni a concelebrare con me la messa domani e così annunciamo pubblicamente che sei tornato?
  • Va bene.

Accettai. Alcuni mesi prima mi avevano catturato al aeroporto di San Salvador, di ritorno dalla Colombia, e come tanti altri sacerdoti salvadoregni fui espulso dal paese. Monsignor Romero mi mandò in Nicaragua perché lavorassi a Estelí. Era già in corso la rivoluzione sandinista ed egli era molto interessato a capire come si sviluppava. Stavo ricordando tutto questo, quando suonò il telefono. Era di nuovo Monsignore.

  • Pensandoci meglio, credo che non sia conveniente che tu venga alla messa, ma ti aspetto lunedì sera così parliamo.
  • Va bene.

Il lunedì 17 marzo andai da lui.

  • Guarda padre Astor, mi disse con grande preoccupazione, e meglio che tu esca dal paese. Vattene, torna in Nicaragua, qui non puoi fare niente, non puoi lavorare, non ti puoi muovere. Questa oligarchia è fanatica e tu non dureresti nemmeno 24 ore. Ti ucciderebbero. Anche a me, presto mi spazzeranno via…

Si portò la mano alla croce, la prese, slegò, se la riannodò…

  • Però vedrai, verranno altri tempi e saranno migliori. Con tutti voi, i sacerdoti che stanno fuori dal paese, dobbiamo creare una riserva per quando il Salvador cambierà e potrete ritornare. La tua esperienza la in Nicaragua è molto importante per tutti. Anche per me. Guarda dobbiamo rivalorizzare questa parola tanta paura mi aveva dato prima, la parola "rivoluzione". Questa parola si porta dentro molto Vangelo.

(Astor Ruiz)


In questo momento che la terra di EI Salvador è oggetto di conflitti non dimentichiamo che la terra è strettamente legata alle benedizioni e alle promesse di Dio.

Infatti Israele possiede una terra propria (Gs 5,8-12). "Io vi darò una grande terra", aveva detto Dio ai patriarchi; e dopo la schiavitù egiziana, guidati da Mosè e da Giosuè, eccoli davanti a questa terra. Per questo Israele celebra una solenne liturgia di rendimento di grazie, quella della prima Pasqua; pasqua che chiama anche noi a celebrare, con eguale gratitudine, adorazione e riconoscenza, il Dio che ci salva e che ha liberato anche noi dalle schiavitù. Il Dio nel quale riponiamo la nostra speranza per le nostre liberazioni è il Dio di Israele, a cui Si riferisce in questo giorno la celebrazione della prima Pasqua.

Esiste un significato teologico, vi dicevo, tra la riconciliazione e la terra. Intendo sottolineare questo concetto, fratelli, perché mi sembra sia molto opportuno. Non possedere una terra è conseguenza del peccato. Se Adamo esce dal paradiso e diventa un uomo senza terra a causa del peccato, Israele, perdonato da Dio, torna a possedere una terra, mangia le spighe della sua terra e i frutti della sua terra, è benedetto da Dio nel segno della terra.

La terra è dunque legata strettamente a Dio, e per questo geme quando gli ingiusti la accaparrano e non lasciano terre per gli altri. Le riforme agrarie sono una necessità teologica: la terra di un paese non può restare nelle mani di poche persone ma dev'essere data a tutti, e tutti devono partecipare delle benedizioni di Dio su questa terra. Ogni paese possiede la sua terra promessa nel territorio che la geografia gli ha assegnato.

Dobbiamo avere sempre presente e mai dimenticare questa realtà teologica; la terra è segno della giustizia, della riconciliazione. Non ci sarà nessuna vera riconciliazione del nostro popolo con Dio finché non si avrà una giusta ripartizione, finché i beni della terra di El Salvador non arriveranno a beneficiare e a rendere felici tutti i salvadoregni.

16 marzo 1980


  • Monsignore la uccideranno, gli dicevamo. Va bene, non accetti la sicurezza che il governo le offre, ma almeno si curi un poco e prenda le misure di sicurezza che prendiamo noi tutti dirigenti popolari.
  • E quali sarebbero queste misure? Ci chiese incuriosito.
  • Per esempio, non faccia mai niente nelle stesse ore, vari i suoi orari, celebri le messe in ore diverse da quelle abituali, entri solo nelle grandi chiese, pubblicamente, e mai qui nella cappella dell’Hospitalito, che è un luogo molto aperto e molto isolato, non guidi mai la sua macchina…

Lo avvertivamo. Ma poi venivano altri preti a dirgli altre cose.

  • Monsignore, non prenda precauzioni, non la uccideranno mai, perché quelli non hanno il coraggio di fare una cosa del genere.

Gli parlavano in nome di "quelli". Realmente, Monsignor Romero non prese mai nessuna misura di sicurezza, nemmeno le più elementari.

(Rafael Moreno / Rutilio Sáncez)


Yo quisiera hacer un llamamiento de manera especial a los hombres del ejercito, y en concreto a las bases de la guardia nacional, de la policia, de los cuarteles.

Hermanos, son de nuestro mismo pueblo, matan a sus mismos hermanos campesinos y ante una orden de matar que dé un hombre, debe de prevalecer la Ley de Dios que dice: NO MATAR... Ningún soldado está obligado a obedecer una orden contra la Ley de Dios... Una ley inmoral, nadie tiene que cumplirla... Ya es tiempo de que recuperen su conciencia y que obedezcan antes a su conciencia que a la orden del pecado... La Iglesia, defensora de los derechos de Dios, de la Ley de Dios, de la dignidad humana, de la persona, no puede quedarse calIada ante tanta abominación. Queremos que el Gobierno tome en serio que de nada sirven las reformas si van teñidas con tanta sangre... En nombre de Dios, pues, y en nombre de este sufrido pueblo cuyos lamentos suben hasta el cielo cada dia mas tumultuosos, les suplico, les ruego, les ordeno en nombre de Dios: jCese la represión…!

Vorrei rivolgere un appello, in modo speciale, agli uomini dell’Esercito e più concretamente alle basi della Guardia nazionale, della Polizia, delle caserme.

Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo; uccidete i vostri fratelli contadini e di fronte ad un ordine di uccidere che da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: NON UCCIDERE… Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine contro la Legge di Dio… Una legge immorale, nessuno deve compierla… Già è tempo che recuperiate la vostra coscienza e obbediate alla vostra coscienza piuttosto che all’ordine del peccato… La Chiesa, difensora dei diritti di Dio, della Legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può restare in silenzio di fronte a tanta abominazione. Vogliamo che il Governo consideri seriamente che a niente servono le riforme se vengono realizzate con tanto sangue… In nome di Dio, quindi, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!


Tutto portava a Roberto in quel crimine. Io volevo scomparire, sfumare quel giorno. E’ stato per me un trauma permanente portare questo cognome ed essere dello stesso sangue di qualcuno che fece un danno tanto spaventoso al popolo salvadoregno. Dal primo momento e fino ad oggi sono convinta che quell’uomo che fu mio fratello sia il responsabile dell’assassinio di Monsignore.

(Marisa D’Aubuisson)


Chi uccise mio fratello? Non poteva che essere D’Aubuisson! Fu lui, da quando mi diedero la notizia seppi che fu lui. Non fu D’Aubuisson che lo minacciò in televisione, con una sua foto che teneva nelle mani, dicendo che era pericoloso, che doveva stare attento perché era il segretario generale delle Organizzazioni? Che altro si vuole?! Un giorno lo sapremo tutti, questa è solo l’ultima pagina che ci manca.

(Tiberio Arnaldo Romero)


Quel lunedì 24 marzo si discuteva in un comitato della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti il rinnovamento dell’aiuto militare del governo nord americano al governo del Salvador. Io ero a Washington quel giorno per comparire davanti al comitato quando mi giunse la notizia della sua morte. Ricordando la grande volontà di vivere che aveva Monsignor Romero, parlai a suo nome. Per nulla. Pochi giorni dopo, gli aiuti militari furono approvati a larga maggioranza.

(Jorge Lara Braud)


La Mila chiamò tutte le sue amicizie e i suoi conoscenti più vicini. Ne sono certa perché chiamò anche me.

  • Hai saputo che alla fine hanno ucciso questo figlio di puttana? Questa sera facciamo una festa per celebrarlo e sei invitata.

Si riunirono nella colonia San Benito per una festa, con champagne, con fuochi d’artificio, con balli e D’Aubuisson fu l’invitato d’onore.

Io non potevo smettere di piangere.

(Flor Fierro)


250.000 persone schiacciate nelle vie vicine, dalla Plaza Libertad, seguivano la messa del funerale di Monsignor Romero. Molte tenevano in mano foto sue, di tutte le dimensioni, adornate con fiori o con le palme della domenica delle palme. Sulla scalinata della cattedrale dove stavo, c’erano un altare improvvisato e la bara dell’Arcivescovo. Celebravano trenta vescovi e trecento sacerdoti.

Quindici minuti dopo che era iniziata la messa, una colonna ordinata di 500 persone, si uni alla moltitudine erano i rappresentanti delle organizzazioni popolari unite nella Coordinadora Revolucionaria de Masas. Davanti a tutti veniva Juan Chacón. Marciavano dietro alle loro bandiere e quando presentarono una corona di fiori davanti al feretro, la folla li applaudì.

Continuò la messa. Quando nell’omelia, il rappresentante del Papa, Cardinal Corripio Ahumada, arcivescovo di Città del Messico, stava parafrasando un famoso insegnamento di Monsignor Romero – "la violenza non può uccidere la verità, né la giustizia" – restò senza parole di fronte all’assordante esplosione di una bomba.

Questa bomba veniva dal lato più lontano del Palazzo Nazionale, che fa angolo con la facciata della cattedrale. Lo vidi. Restai a guardare fissamente verso il palazzo, con la bocca aperta. Seguirono altre esplosioni assordanti. Dal palazzo vidi uscire fuoco e un fumo denso, come se il pavimento si fosse incendiato. La moltitudine iniziò a scappare spaventata, allontanandosi dal palazzo. Immediatamente iniziarono a risuonare spari da tutti i lati. Migliaia di persone si dirigevano verso di noi, come un’onda massiva. Dietro a noi, c’era solo una cattedrale vuota.

(Jorge Lara Braud)


La cattedrale di San Salvador non può ospitare adeguatamente più di tremila persone in piedi. Dopo mezz’ora di battaglia nella piazza, più del doppio erano già schiacciate all’interno e molte altre premevano per entrare.

C’erano persone persino negli ultimi spazi disponibili, incluso sopra l’altare maggiore. Non c’era modo di muoverci e arrivò presto il momento in cui si riusciva appena a respirare. L’edificio tremava ai rimbombi delle esplosioni. Un terribile eco ingrandiva il rumore degli spari e il tutto si udiva sopra uno sfondo di orazioni e pianti che sorgevano da tutti gli angoli.

Io tentai di controllare il panico, preoccupandomi dei miei vicini, pregando con loro e raccomandando la calma con parole confortanti, alcune imparate da Monsignor Romero.

Ero situato in una seconda fila di persone a partire dalla parete, tra loro il Cardinal Corripio alla mia destra. Alla mia sinistra, nella fila davanti a me, una donna implorava Dio e iniziava a morire. Potei appena voltare la testa verso di lei, e nulla più. Come laico presbiteriano, improvvisai un rito della chiesa cattolica per i moribondi "i tuoi peccati ti sono perdonati, vai nella pace di Dio", recitai. Sebbene la donna mori restò in piedi, perché non c’era spazio per poter cadere al suolo. In alcuni casi la gente poteva appena alzare un corpo svenuto o un morto per porlo al di sopra delle loro teste, non sapendo dove metterlo.

Ad un certo punto, mentre lottavamo per sopravvivere, si iniziò a sentire un grido al di sopra del rumore delle bombe, degli spari e delle orazioni. Portavano qualche cosa sulle mani al di sopra delle teste. Faticai a vedere cos’era che avanzava. Presto tutti nella cattedrale si unirono in un canto che annunciava il suo arrivo: El pueblo unido jamás será vencido, el pueblo unido…

Finalmente, potei vedere ciò che annunciava quel canto: era la bara di Monsignor Romero che entrava nella sua cattedrale trasportato sulle punte delle dita di tutti, aprendosi il cammino verso il luogo del suo riposo finale.

(Jorge Lara Braud)


Dopo alcune ore, quando già la cattedrale era piena di morti, ma un po’ più sfollata dalla gente, il Cardinal Corripio con altri vescovi e sacerdoti si avvicinarono alla bara di Monsignore, per cercare di terminare quella liturgia. Erano impregnati di sudore. Molti, con la febbre.

  • Datemi delle ostie per continuare la messa, disse Corripio.
  • Non ci sono ostie, eccellenza.
  • Datemi il vino.
  • Non c’è vino.
  • Datemi un libro per recitare almeno i responsori…
  • Non c’è nemmeno un libro, eccellenza.

Allora, il vescovo del Chiapas, Samuel Ruiz, estrasse dalla borsa un libretto di preghiere e servi per recitare almeno qualcosa prima di seppellirlo. Fu fatto tutto in fretta. C’era già la tomba aperta. Di corsa misero lì la bara. E più veloci, i muratori iniziarono a mettere cemento e mattoni, mattoni e cemento… fino a coprirlo tutto.

(Maria Julia Hernández)