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I
testi riportati in questa sezione sono
alcune delle centinaia di testimonianze
raccolte nel libro "Monsignor
Romero. Frammenti per un ritratto"
di María López Vigil, pubblicato
in Italia da Edizioni NdA, a cura dell'Associazione
Oscar Romero, Milano - SICSAL Italia.
Ciudad
Barrios si risvegliò dal suo sopore
contadino non appena il sole spuntò.
Giungeva
in visita il primo vescovo che si ebbe
in San Miguel, Juan Antonio Dueñas
y Argumedo.
-
Mamma,
dice Oscar, che è ancora un
bambino, perché non mi compri
camicia e pantaloni per andare a vederlo?
La
signora Guadalupe de Jesus confezionò
abiti nuovi perché suo figlio fosse
bello e così andasse di qua e di
là ad accompagnare il vescovo in
tutti i suoi giri. Quello restò
incantato dal bambino.
E
tutta Ciudad Barrios si riunì per
salutarlo.
-
Oscar,
vieni! Lo chiamò di fronte
ai suoi paesani.
-
Cosa
comanda signor vescovo?
-
Dimmi,
ragazzo, cosa vuoi essere quando sarai
grande?
-
Io…
desidererei essere prete!
Allora
il vescovo alzò il suo dito massiccio
e lo impresse sulla fronte di Oscar.
Dopo
aver segnato il destino al bambino, tornò
nel suo palazzo di San Miguel. E Ciudad
Barrios tornò ad addormentarsi.
(Carmen
Chacón)
Alcuni
latifondisti querelarono me e mio fratello
Higino con questa accusa. Riuscimmo a
nasconderci appena in tempo. In "assenza
dei rei" il giudice incaricato sollecitò
lo stesso presidente Molina che si presentasse
a testimoniare, giacché se si fosse
consumato il golpe, egli sarebbe stato
il colpito.
Molina
seguì il consiglio e il caso si
raffreddò. Allora decidemmo di
uscire dai nostri nascondigli e ritornare
alla parrocchia di Suchitoto per continuare
il nostro lavoro. L’arcivescovo Chávez
dispose che Monsignor Romero facesse con
me il viaggio di ritorno.
-
Romero
evita di partecipare a queste cose,
mi disse Chávez, ma è
meglio che si comprometta un poco,
che faccia qualcosa, che esca dal
suo ufficio.
Chávez
si lamentava spesso con me che Romero
in queste situazioni delicate non gli
serviva per niente, nonostante che fosse
il vescovo ausiliare.
Facemmo
dunque il viaggio a Suchitoto. Tutto bene,
finché lasciammo San Martin. Lì
ci fermò la polizia nazionale in
un posto di blocco per chiederci i documenti.
Io consegnai i miei e Monsignor Romero
i suoi.
Ma
quelli non gli fecero caso.
Quello
si non ce lo aspettavamo, né io
né lui. Scendemmo. Monsignor Romero
era afflitto, non era abituato a queste
cose.
Avevo
alcuni calzini, alcuni libri e in fondo
una pistola calibro 22, delle più
semplici.
-
E
questo?!
-
Questa
è una pistola che uso nella
scuola di agricoltura che abbiamo
a Suchitoto…
-
E
si può sapere per cosa la usa?
-
Per
cosa? Vede, lì abbiamo del
bestiame e a volte le mucche partoriscono
e gli uccelli rapaci e i cani vengono
a mangiarsi la placenta e se uno si
distrae, attaccano persino il vitellino
neonato.
Lo
sbirro mi guardava dall’alto in basso
mentre io gli rifilavo la mia storia.
Siccome nel Salvador i cani e i poliziotti
vengono entrambi chiamati "chuchos"
io per fregarlo gli facevo questo gran
discorso.
Il
poliziotto si arrabbiò. Monsignor
Romero non aveva ascoltato il mio inciso,
si era appartato e forse per la paura
non mi stava nemmeno ad ascoltare. Allora,
immediatamente, lo sbirro andò
da lui e gli pose la pistola davanti.
Monsignore
mi guardò impallidito. Io faticavo
a trattenere il riso, lui a trattenersi.
La
polizia ci condusse in auto fino la. Monsignor
Romero era pallido, ma fermo.
-
Sono
il vescovo ausiliare di San Salvador,
Oscar Romero. Disse All’ufficiale
non appena giunti in caserma.
-
E
io sono il capo della polizia di Cojutepeque
e ho ordine di arrestarvi.
Monsignor
Romero guardò fissamente il tavolo.
Monsignor
Romero, molto arrabbiato, estrasse una
rubrica che portava nella tasca della
veste. La mostrò alla polizia.
Il
poliziotto guardò e strabuzzò
gli occhi.
Fissò
Romero e poi tornò a guardare la
rubrica. Il telefono personale del presidente!
Quando
riprendemmo la strada per Suchitoto, Romero
non commentò.
Il
segno che gli lasciò quel suo primo
scontro con i poliziotti? A saperlo! Tornò
al suo ufficio e continuò ad interessarsi
delle sue carte.
(Inocencio
Alas)
A
San Miguel sapevano che egli tutti i giorni
distribuiva elemosine, ma anche che era
amico dell’ordine e non gli piaceva la
confusione. Facevano la fila da molto
presto.
-
C’è
ne anche per me, padrecito…?
-
E
perché no, donna! Per la legge
che chiunque chiede riceve.
-
Anche
per le prostitute? Chiese qualcuno
per burla.
Anche
per loro. Le prostitute e gli ubriachi
e la folla dei mendicanti costeggiavano
il muro della chiesa, sicuri che a ciascuno
avrebbe dato la propria peseta, la quarta
parte di un colon, perché il padre
Romero non diceva mai di no e portava
sempre delle monete nella tasca della
sua veste nera. E cercavano di starsene
quieti in fila, silenziosi. E ricevevano.
-
Siate
buoni, gli raccomandava, quando iniziava
a sciogliersi quella fila di miserabili.
-
Non
si preoccupi, padre, buoni o cattivi,
torneremo tutti domani!
E
il giorno dopo tornavano e si riformava
la stessa fila, accresciuta. E ad altri
che arrivavano dopo toccava il pranzo,
o la cena o l’ospitalità per dormire.
E se arrivavano contadini gli dava il
denaro per il ritorno. Accoglieva anche
gli ubriachi in casa sua. E gli anziani
e i lustrascarpe. Romero era un tipo "San
Vincenzo di Paoli", il popolo dei
poveri gli andava dietro. Certo aveva
la sua mentalità: chiedeva l’elemosina
ai ricchi per darla ai poveri. Così
alleggeriva ai poveri i loro problemi
e ai ricchi la loro coscienza.
(Rutilio
Sánchez)
Iniziarono
gli scontri con lui. Per prima cosa, il
gruppo di noi preti "rossi",
raggruppati in "la Nacional",
che eravamo organizzati già prima
di Medellín, scrivemmo una lettera
pubblica per protestare contro la sua
nomina a vescovo. Lo denunciammo apertamente
di essere un conservatore che cercava
di frenare il carro del rinnovamento nella
chiesa. Lo attaccammo frontalmente.
Già
avevamo avuto uno scontro con lui quando
nominarono cardinale del Guatemala quel
nefasto signore che si chiamò Mario
Casaliego. Contro Casaliego avevamo stilato
un documento di rifiuto con la lista delle
sue corruzioni che conoscevamo bene e
lo pubblicammo sui giornali. Monsignor
Romero, come segretario della Conferenza
Episcopale, impugnò la questione,
ci sconfessò e ci condannò
per mezzo di lettere che scrisse a tutti.
Fu una guerra di lettere nella quale egli
difese, con scudo e spada, Casaliego con
l’equazione che difendere quel plebeo
significava salvaguardare la chiesa.
Romero,
quindi, mi teneva già ben inquadrato
quando andai in Colombia per visitare
Radio Sutatenza, un esperienza di educazione
che allora appariva molto progressista
e che poi scoprii come una pastiglia più
conservatrice della naftalina… Stavo preparando
il mio viaggio quando un giorno incontrai
Monsignor Romero in arcivescovado.
-
Ah,
che fortuna vederla, padre Sánchez,
guardi, ho qui un regalo per il suo
viaggio.
E
mi diede una busta. La tastai. Era denaro.
Ringraziai, la riposi e corsi a raccontarlo
ai miei amici sacerdoti.
-
Cosa
vorrà questo signore… vorrà
comprarti?
-
Quando
l’elemosina è grande persino
il santo diffida, sentenziò
uno.
-
Non
esagerare, chombre, né io sono
santo né il denaro è
così tanto!
Non
mi ricordo quanto mi diede, ma era sufficiente
per un paio di scarpe e un vestito. Prete
giovane, prete povero, in una parrocchia
dove si mangiava fame, quel denaro non
mi faceva male. Concordammo che l’accettassi.
Solo più tardi compresi il segno:
era un guerriero ideologico, ma aveva
delle buone regole.
(Rutilio
Sánchez)
-
Vedo esageratamente orizzontale l’insegnamento
che date voi
E’
questo ciò che ripeteva frequentemente
Mons. Romero quando parlavamo del lavoro
al centro Los Naranjos. Alla fine, ci
aveva permesso di riaprirlo. A volte mi
prendeva per un altro lato:
-
Sento
dire che anche il governo è
preoccupato per questo tipo d’insegnamento.
-
Il
governo? Ma chi mi deve dire quale
sia l’insegnamento corretto? Il governo
o il vescovo? Perché se è
il governo, lei è di troppo,
ma se è lei non m’importa ciò
che dice il governo.
Viveva
con troppi sospetti. All’inizio, ogni
volta che io o qualcun altro gli parlavamo
di Medellín, diventava nervoso
e gli prendeva un tic. Gli iniziava a
tremare il labbro e non riusciva a controllarlo.
Ascoltare Medellín e iniziargli
quel tremolio era la stessa cosa.
In
ogni modo apprendeva. Dalla realtà.
Santiago
de Maria è a mille metri sul livello
del mare. I mesi della raccolta del caffè
sono molto freddi e nelle notti gela.
Il primo anno non se n’era reso conto,
ma il secondo capi che i contadini che
venivano per la raccolta del caffè
nelle aziende dormivano male sui marciapiedi,
nelle piazze, tremanti per il freddo.
-
Cosa possiamo fare? Chiese un giorno.
L’apri.
Li trovarono riparo fino a trecento persone.
Apri anche una saletta dove tenevamo le
riunioni del clero, li ne entrarono altre
trenta. Così diede un tetto a molta
gente.
-
E mi serve qualche cosa di caldo per la
notte, un bicchiere di latte o di "atol",
ordinò a quelli della Caritas.
Mentre
bevevano e si scaldavano Romero andava
a parlare con i contadini e passava molto
tempo ad ascoltarli. Così si rese
conto che non erano banalità i
problemi di cui tanto gli avevamo parlato.
-
Padre,
mi disse un giorno, cos’è questa
cosa del sistema degli aiuti?
-
Questo
è un grandissimo abuso, Monsignore!
Guardi come funziona: i capo squadra,
come quelli delle aziende di caffè
o di cotone, scrivono un x numero
di lavoratori sulla tabella, ma sempre
meno di quelli che servono. Cosa succede
dopo? Accettano tutti gli altri che
arrivano, ma come aiutanti. E questi
li pagano solo per il peso della latta
di caffè o il sacco di cotone
che raccolgono. Così ci guadagnano!
-
Ma
com’è possibile che gente tanto
cristiana consenta certe cose?
-
Consentono
anche di peggio! Lei sa come questi
cristiani tanto suoi amici riparano
una così grande villania? Con
un regalino di Natale. Così
facendo, questi suoi intimi amici,
sa cosa regalano a ciascun lavoratore
che taglia il cotone spaccandosi la
schiena sotto questo sole cocente?
Un pantaloncino che vale tre pesos.
E tre pesos è quanto gli hanno
tolto quotidianamente lasciandoli
senza mangiare tutto il giorno!
-
Non
è possibile, padre…
Più
gli raccontavo, più s’intristiva.
-
Monsignore,
perché non va lei alla finca
di questi suoi amici per vedere come
sulla lavagna si annuncia senza nessuna
vergogna che la paga giornaliera è
di 1,75 colones, completamente al
di sotto di ciò che sarebbe
legale?
-
Ma
il minimo stabilito dalla legge non
è 2,50?
-
Lo
è.
-
E
che dicono di questo gli ispettori
del lavoro?
-
Non
dicono nulla, tacciono con una bustarella
che gli danno i capo squadra.
-
Non
è possibile…
-
Se
non mi crede, verifichi lei stesso.
Andò
alla finca a verificarlo.
-
Aveva
ragione, padre – mi disse al ritorno
-. Ma, come è possibile tanta
ingiustizia?
-
Monsignore,
fu di tutto questo cumulo d’ingiustizia
che si parlò in Medellín…
-
Medellín,
Medellín…
Ascoltò
questa parola, la ripeté egli stesso.
E non gli tremò il labbro. Mai
più gli vidi quel tic.
(Juan
Macho)
- Tre
giorni senza lezioni?! Capricci da
comunista! A chi è venuta in
mente questa bavosada!
L’oligarchia
gridò in alto. Oltre a celebrare
la messa unica, si prese collettivamente
la decisione di sospendere le lezioni
nei collegi cattolici i tre giorni precedenti
alla messa perché gli alunni riflettessero
insieme sulla situazione del paese. La
tensione tra gli antichi amici di Monsignor
Romero saliva.
Oppresso,
ma convinto, Monsignore decise di andare
di persona a comunicarlo al nunzio Emmanuele
Gerada che quella della messa unica era
una decisione definitiva. Chiese a quattro
sacerdoti che lo accompagnassimo per aiutarlo
a spiegarsi meglio.
Il
nunzio non c’era. Ci ricevette il suo
segretario, un prete italiano che si sedette
di fronte a Monsignor Romero con faccia
da inquisitore. Sebbene avesse di fronte
l’arcivescovo, non fece nulla per dissimulare
la sua irritazione.
Per
iniziare, gli spiegammo uno per uno gli
argomenti che avevamo trattato nelle riunioni,
i pro e i contro.
-
Va bene! – rispose stizzito – questo della
messa unica ha vari livelli. C’è
il livello pastorale, il livello teologico:
voi avete impostato molto bene questi
due livelli, ma manca il più importante!
Quale
poteva essere? Non me ne rendevo conto.
-
Il livello giuridico! Il livello canonico!
Il livello normativo! Qui manca la legge!
E
quel l’uomo iniziò ad argomentare
che Monsignor Romero non aveva l’autorità,
per le leggi della chiesa, per dispensare
nessuno dall’andare alla messa della domenica,
né poteva privare nessuno del diritto
di assistere alla messa. E da lì,
si mise a sgridarlo, urlando!
Io
insistetti che le circostanze erano molto
speciali, che era un’ora di repressione,
che dovevamo dare speranza al popolo e
che in una situazione tanto critica gli
aspetti legali erano completamente secondari…
-
Il sabato è per l’uomo e non l’uomo
per il sabato, gli ricordai.
Ma
lui sordo, segui con i rimproveri, le
leggi, i diritti, le dispense, i codici
e gli incisi dei codici…
Monsignor
Romero rimase in silenzio. Parlò
solo alla fine:
-
La prego che comunichi al Signor nunzio
che ci sarà una messa unica. Che
questa è la decisione di quasi
tutto il clero e anche la mia, che sono
colui che ha la responsabilità
ultima nell’arcidiocesi.
Nessuno
parlò più. Quando uscimmo
dalla nunziatura, Romero ci disse:
(Jon
Sobrino)
È
inconcepibile che qualcuno si dica cristiano
e non assuma, come Cristo, un'opzione
preferenziale per i poveri. E' uno scandalo
che i cristiani di oggi critichino la
Chiesa perché pensa "in favore"
dei poveri. Questo non è cristianesimo!...
Molti, carissimi fratelli, credono che
quando la Chiesa dice "in favore
dei poveri", stia diventando comunista,
stia facendo politica, sia opportunista.
Non è così, perché
questa è stata la dottrina di sempre.
La lettura di oggi non è stata
scritta nel 1979. San Giacomo scrisse
venti secoli fa. Quel che succede, invece,
è che noi, cristiani di oggi, ci
siamo dimenticati di quali siano le letture
chiamate a sostenere e indirizzare la
vita dei cristiani. Quando diciamo "in
favore dei poveri", non intendiamo
- badate bene - indirizzarci in modo parziale
verso una sola classe sociale: "Quel
che noi diciamo - afferma Puebla - vuole
essere un invito rivolto a tutte le classi
sociali, senza distinzione di ricchi e
di poveri. A tutti diciamo: "Prendiamo
sul serio la causa dei poveri, come se
fosse la nostra stessa causa, o ancor
più - come in effetti poi è
- la causa stessa di Gesù Cristo"".
Uno
dei pochi preti che si salvò dagli
artigli di quell’uomo che fu mio fratello
fu il Padre Tilo Sánchez. Io conobbi
Monsignor Romero proprio un giorno che
Tilo aveva dei problemi.
Le
guardie che lo stavano tallonando da tempo
gli avevano rubato la macchina. Convocarono
allora una riunione e Monsignore chiamò
alcuni preti e laici per vedere cosa fare
e il mio sposo ed io capitammo lì.
L’agenda
la teneva nel cassetto dell’auto. Tilo
aveva una faccia molto afflitta.
Non
parlava, non si decideva.
Per
prima cosa cadde il silenzio, poi un mormorio
e quindi la discussione.
-
Per
favore, Padre Tilo, può spiegarci
per quale motivo girava con un arma?
Gli chiese Urioste.
-
Perché…
sarò buono, ma non codardo!
Avrò molta fede, ma ho anche
molta paura e… qualsiasi cosa meno
che mi prendano vivo!
Di
nuovo, il mormorio. Cosa pensava di fare
con la pistola: suicidarsi o ammazzare?
Urioste
gli diede il suo bel rimprovero:
Tilo
era sul banco degli imputati. Le opinioni
andavano e venivano. L’ultimo a parlare
fu Monsignor Romero. Era il giudizio che
tutti stavamo aspettando.
-
Fratelli,
stiamo vivendo una situazione molto
difficile e anche noi sacerdoti siamo
umani e abbiamo diritto ad avere paura.
Sánchez – guardò fisso
Tilo – sai che non approvo le armi.
Ma di questo non se ne parli più.
Ora ciò che importa è
solidarizziamo con il padre Tilo e
che cerchiamo tra tutti quale spiegazione
dare al governo di questa benedetta
pistola.
(Marisa
D’Aubuisson/Edin de Jesus Martinez)
Da
Roma mandarono a chiamare anche me quando
uccisero il padre Rutilio Grande. Accompagnai
Romero e Urioste nelle loro visite ai
dicasteri romani e prendemmo insieme i
pasti. Avemmo una lunga conversazione
con il cardinale Silvestrini, mentre Romero
entrò da solo a parlare con il
cardinale Casaroli e solo ebbe pure un
incontro con il cardinale Baggio. Dopo
cena, capii che Monsignor Romero era in
vena di sfogarsi, meno timido del solito.
Iniziò a raccontarmi l’incontro
con Baggio.
-
E’
quasi un peccato imperdonabile lo
scontro che lei ha avuto con il nunzio
per questa messa unica! – Lo aveva
ammonito Baggio.
-
Io
volevo, signor cardinale, discutere
ciò più lungamente –
si difese lui.
-
E’
questo che succede con lei, che discute
troppo!
-
Ma
il mio non è un discutere per
discutere, ma per esporre le ragioni…
-
Ragioni!
I vescovi impertinenti non hanno posto
nella chiesa!
Fu
una disputa forte e non conclusero niente.
Camminavamo
lentamente. Improvvisamente Romero si
fermò pensieroso.
-
Padre
Jerez, lei crede che mi toglieranno
da arcivescovo di San Salvador?
-
Guardi
Monsignore, per togliere un vescovo
devono istruire un processo e dimostrare
che è un simoniaco, un donnaiolo,
un volgare, che segue strade sbagliate…
con lei non troverebbero un pelo nella
zuppa!
-
Allora…!
-
Allora,
non credo che possa succedere, però
stia pure sicuro che non diventerà
nemmeno cardinale di Santa Madre Chiesa!
Rise,
poi tornò di nuovo serio.
A
questo punto fui io a restare immobile.
Era una frase molto impegnativa quella
che aveva detto. Perché "i
poteri di questo mondo" di cui mi
stava parlando non erano quelli del governo
salvadoregno, ma quelli del governo della
Chiesa, quelli del cardinale Sebastiano
Baggio. Sembrava deciso a non inchinarsi
di fronte a loro.
(César
Jerez)
I
grandi proprietari delle piantagioni di
caffè di San Miguel gli erano molto
vicini. Gli davano elemosine, lo invitavano
nelle loro proprietà e lui celebrava
messe speciali nelle loro aziende e a
Natale andava lì a distribuire
doni ai poveri. Chi non lo sapeva?
Io
ero una bambina quando un gruppo di ricche
signore, dame di non so quale carità,
del giro delle sue amicizie progettarono
qualcosa e chiamarono noi, ragazze del
collegio, perché l’aiutassero.
Comprarono
un letto nuovo, posero tende eleganti,
e cambiarono tutto. Approfittarono del
fatto che fosse in viaggio, e si motivarono
perché la sua cameretta nella casa
rurale del convento di Santo Domingo era
un niente, molto povera.
Quando
tornò il padre Romero si arrabbiò
tantissimo. Prese le tende e le regalò
al primo che passava, i copriletto nuovi
li distribuì e lo stesso fece con
le coperte. Fuori tutto! E rimise dentro
la sua branda e la sua vecchia sedia e
rimise tutta la stanza come era prima.
Ne
furono molto risentite.
(Nelly
Rodríguez)
La
Hacienda Colima fu un capitolo della mia
fanciullezza. Lì imparai a montare
a cavallo e conobbi quelle feste misteriose
in cui si castrava il toro e nelle quali
gli uomini, solo gli uomini, bevevano
"sopa de toro" per essere più
maschi. Alla Colima imparai i nomi degli
alberi e giocai felice della vita nelle
lunghe vacanze di molte estati.
La
Colima fu proprietà del mio bisnonno
e poi passò in mano agli Orellana,
miei zii. Quando iniziò la costruzione
della diga del Cerron Grande, le terre
di molti coloni che lavoravano lì
per i miei zii si allagarono. E iniziarono
interminabili conflitti. Al tempo si Monsignor
Romero, e dopo molta assenza, tornai un
giorno alla Colima con il mio sposo, precisamente
nella zona del bacino, dove erano peggiori
gli scontri.
L’acqua
continuava a crescere di livello, ma lì
i coloni e le loro famiglie continuavano
a resistere, difendendo quelle terre che
non erano loro, ma che avevano seminato
per anni e mietuto con tanto affanno per
i miei zii. Non gli davano altre terre
e loro non se ne andavano. Non prestavano
attenzione ai loro reclami e loro non
si stancavano di reclamare.
In
ciascuna casa una tragedia e in mezzo
a quella confusione ci ricordo una contadina
che ci invitò persino a pranzo.
Intorno era tutto acqua, i bambini erano
coperti di zanzare e lei si asciugava
le lacrime, ma dalla sua povertà
riuscì ad estrarre una gallina
india che ci offrì sopra una tovaglietta.
-
Queste
acque saranno la nostra tomba, ma
di qui non ce ne andremo!
-
Che
ingrato sei stato Chico Orellana,
hai un cuore di pietra!
Facemmo
una ricognizione. Da tutte le parti, la
stessa ostinazione e la stessa affezione.
Mi straziarono l’anima. Tornati all’arcivescovado
raccontammo tutto a Monsignor Romero:
-
Il
conflitto per l’invaso e ora gli operativi
militari stanno rendendo invivibili
quei luoghi, gli disse il mio sposo.
Colima scoppierà.
-
Monsignore,
Colima non è più quello
che era… gli dissi io con nostalgia.
-
Non
sarà che Colima non fu mai
quello che credevi…? Mi rispose Monsignore.
Chiusi
un attimo gli occhi e tornai a quella
bella achenda della mia infanzia, ai cavalli
lucidi e alle feste… Il paradiso di una
bambina felice. Ma adesso venivo da un
inferno.
Monsignore
mi riportò alla realtà con
un’altra domanda, che era per me e, più
in là di me per la mia famiglia,
per tutti quelli che loro rappresentavano:
-
E
che ti sembra? Questo è comunismo?
Questa lotta dei contadini per vivere,
per restare in quelle terre, per avere
dove lavorare, tutto questo ti sembra
che sia comunismo?
Non
seppi cosa dirgli. Mi ripeté la
domanda.
(Ana
Cristina Zepeda)
Quello
era un mercato, un andare e venire di
gente. Quell’arcivescovado era un maremagnum
di persone e persino di animali. Perché
lì i contadini gli portavano galline,
polli e un giorno persino uno mucca… era
un vero caos.
Siccome
io stavo tentando di mettere in ordine
l’archivio ed anche la corrispondenza
in entrata ed in uscita, un giorno vennero
da me alcune persone dell’arcivescovado.
Ogni
volta erano sempre più progetti,
più domande, più gente a
cui prestare attenzione. Venivano preti,
maestri, operai, contadini, alunni, infermiere
e malati… Preparai alcuni suggerimenti
e andai da lui.
-
E
dimmi, come sarebbe questa programmazione?
Mi chiese Monsignore con sincera curiosità.
-
Bene,
dicono che lei spesso non da seguito
alle riunioni già fissate con
i vescovi, con i sacerdoti o con gruppi
organizzati. E questo succede perché
lei non ha una programmazione giornaliera
e oraria… con pena cercavo di spiegarglielo.
-
Continua,
continua…
-
Dicono
anche che c’è un altro tipo
di visite che se le si presentano
nel bel mezzo di altre, le rompono
un certo ordine e che l’ordine è
molto utile…è chiaro che se
il suo giorno fosse programmato lei
potrebbe fare meglio tutto…
Restò
pensoso e iniziò a giocherellare
con la croce che aveva legata alla catena…
aveva questa abitudine quando ti guardava
fisso.
-
Credo
che questa programmazione non si possa
fare.
-
No…?
-
No,
perché ho le mie priorità.
E con programmazione o no riceverò
sempre per primo qualsiasi contadino
che giunga qui, il giorno o l’ora
che sia, ci sia o no una riunione…
-
Allora…!
-
Allora
no, no…guarda, i miei fratelli vescovi
hanno tutti la macchina, i parroci
possono prendere il bus e non hanno
grossi problemi ad aspettare. Ma i
contadini? Vengono camminando per
leghe con tanti pericoli e a volte
senza aver mangiato. Ieri ne è
arrivato uno che veniva da La Union.
Poiché partecipava ad una riunione
cristiana una guardia lo colpi tanto
sulla testa che sta diventando cieco.
E’ venuto solo per raccontarmelo…
Io
cosa potevo dirgli? Tenevo tra le mani
i fogli dove avevo scritte le proposte
di agenda per la programmazione che avevo
preparato.
Uscii
e buttai i miei progetti nella prima spazzatura
che trovai.
(Coralia
Godoy)
Quell’uomo
che fu mio fratello tramava contro Monsignor
Romero. Già dall’inizio del 1980
cominciò a dire, privatamente e
pubblicamente, cose orribili contro di
lui. Quando una volta, alla televisione,
lo chiamò "mentitore"
e altri insulti, mi indignai tanto che
decisi di scrivere una lettera a Monsignore
per incoraggiarlo a proseguire, per dirgli
che la sua parola e tutto ciò che
aveva fatto aveva risvegliato la mia fede,
e che per la prima volta nella mia vita
mi sentivo veramente membro di una chiesa.
Gli raccontai anche che mi doleva molto
ciò che andava dicendo di lui quell’uomo.
Ma non volli dirgli che ero sua sorella,
preferivo che pensasse che fossi solo
una parente. Gli mandai questa lettera
per mezzo di un’amica e seppi che la ricevette.
In marzo, quando le chiese di Svezia gli
conferirono il premio della pace, gli
scrissi nuovamente per congratularmi e
gli mandai la lettera tramite la solita
amica.
-
E
lei, che è di D’Aubuisson?
Le chiese incuriosito Monsignore.
-
E’
sua sorella, ma non la pensa in niente
come lui.
Mi
raccontò che rimase sorpreso.
Pochi
giorni dopo mi rispose personalmente.
"Testimonianze come la sua, mi stimolano
ad andare avanti", mi scrisse.
(Marisa
D’Aubuisson)
- Venite,
che inizia l’omelia!
Ero
già clandestino, un capo delle
milizie del Frente Paracentral. Tutte
le domeniche, in tutti i collettivi delle
FPL nei quali sono stato, ascoltavamo
insieme le omelie di Monsignor Romero.
Era parte del nostro compito di educazione
politica. Non era obbligatorio ascoltarla,
ma nessuno se le perdeva.
Ricordo
che tutti pendevamo da quello che "il
vecchietto" diceva. E a volte persino
lo applaudivamo. Nascosti tra le quattro
pareti di una casa di sicurezza, attenti
a non fare troppo rumore. Quando terminava,
commentavamo l’omelia tra di noi. Ah,
i compagni contadini avevano una tremenda
venerazione per Monsignore.
Nel
1979, come FTL, stabilimmo un contatto
permanente con Monsignor Romero e c’erano
compagni che lo visitavano per discutere
con lui alcuni temi. Quelle erano riunioni
molto ristrette e vi partecipavano non
più di quindici massimi dirigenti.
Quando mi elessero per il comitato centrale,
divenni uno di loro. Periodicamente, il
comandante Milton Mendez veniva ad informarci
su ciò di cui si era parlato con
Monsignor Romero. Oggi ricordo poco di
quei resoconti. Tante cose se ne vanno
dalla memoria… solo una non dimenticherò
mai.
Nel
Salvador, lo scontro militare non era
ancora molto forte, c’era invece la lotta
delle masse, ma già allora noi
avevamo la concezione strategica di stare
in un processo di guerra, non ancora incipiente,
ma già in marcia. In quel tempo,
nessuno sapeva su quanta forza militare
potessimo contare, né su quante
unità avessimo… Queste informazioni
erano super riservate.
-
Stavamo
spiegando a Monsignore che stiamo
organizzando l’esercito del popolo,
perché più prima che
poi, sfoceremo in uno scontro armato,
non per nostra volontà, ma
perché non ci lasciano altra
via d’uscita…
Contavamo
anche che, come parte della guerra che
stava all’orizzonte, ci sarebbe stata
un’insurrezione popolare. Milton discusse
anche di questo con Monsignor Romero ed
egli ascoltò tutte queste analisi
con la massima attenzione e trasse le
sue conclusioni.
-
Guardi,
disse Monsignore a Milton, quando
verrà questa insurrezione,
io non vorrò né stare
da parte, né lontano dal popolo
e nemmeno vorrò stare da un’altra
parte… Quando verrà quest’ora
io vorrò stare a fianco del
popolo. Chiaro, non impugnerò
mai un fucile perché non servo
per questo, ma se posso curare feriti,
attendere moribondi… Posso raccogliere
cadaveri. In tutto questo potrei aiutare,
vero?
Restammo
muti.
E
noi: accidenti che uomo!
(Antonio
Cardenal)
Era
guerra. A partire dalla messa unica era
iniziata la guerra dell’oligarchia. Gli
facevano dei "campi pagati"
sui giornali, con calunnie, scherni e
offese. Fu in una di queste occasioni
che decidemmo di fargli una visita ufficiale.
Lo
sorprese che degli evangelici andassero
a visitarlo. Forse era la prima volta.
Eravamo un buon gruppo: il pastore ed
il corpo dei diaconi con le rispettive
spose, in rappresentanza di una piccola
chiesa Battista, la chiesa Emmanuel.
Gli
spiegammo l’apprezzamento che provavamo
nei confronti del suo lavoro e gli raccontammo
di avere dei buoni amici tra i preti cattolici.
Quando ci congedammo, il più vecchio
di noi, il pastore fondatore della nostra
chiesa, Heriberto Perez, con una formazione
di quelle anticattoliche, volle che ci
lasciassimo con una orazione in comune.
Era
molto impressionato di Monsignor Romero
ed esprimeva il sentimento di tutti.
C’era
sta inculcato questo sentimento anticattolico,
tanto radicato nel sangue protestante.
Ma noi eravamo tranquilli.
Alcuni
giorni dopo Monsignor Romero raccontò
quell’incontro alla radio e parlò
di noi chiamandoci "fratelli separati".
Era il linguaggio rituale della chiesa
cattolica in quel tempo.
Incontri
così divennero abituali e una volta
che tornammo a visitarlo, Heriberto protestò:
Monsignore
restò pensoso alcuni istanti.
Da
quel momento ci chiamò "i
fratelli della Emmanuel" e noi lo
chiamammo "il fratello Romero".
(Miguel
Tomas)
Camminavamo
per via della Conciliazione. In fondo,
la cupola del Vaticano. Era notte. Io
sentivo che quel freddo, l’oscurità
il silenzio favorivano le confidenze.
Osai farlo parlare.
Mi
avventai come un tacchino sul grano.
-
Perché
cambiò Monsignore?
-
Vede,
padre Jerez, anch’io mi faccio la
stessa domanda nella preghiera… -
si fermò e rimase in silenzio.
-
E
ottiene qualche risposta Monsignore?
-
Qualcuna
si… è che ognuno ha le sue
radici… io nacqui in una famiglia
molto povera. Ho provato la fame,
so cosa significa lavorare da bambini…
Da quando entrai in seminario e iniziai
gli studi - mi mandarono qui a Roma
per terminarli - passai anni tra i
libri e dimenticai le mie origini.
Mi feci un altro mondo. Poi, tornato
in Salvador mi diedero la responsabilità
di segretario del vescovo di San Miguel.
Passai là ventitré anni
sommerso tra le carte. E quando mi
chiamarono a San Salvador come vescovo
ausiliare caddi nelle mani dell’Opus
Dei, e lì rimasi…
Camminavamo
lentamente, mi sembrava che Romero avesse
voglia di continuare a parlare.
-
Mi
mandarono poi a Santiago de Maria
e lì si che tornai a scontrarmi
con la miseria. Con quei bambini che
morivano per l’acqua che bevevano,
con quei contadini maltrattati durante
i raccolti… E sa, padre, il carbone
diventato brace si riprende al primo
soffio. Non fu poco quello che successe
appena diventato arcivescovo; il fatto
del padre Grande. Lei sa che io lo
apprezzavo molto. Quando vidi Rutilio
morto, pensai: se l’hanno ucciso per
quello che faceva mi tocca andare
per la sua stessa strada… cambiai,
ma fu anche un ritorno…
Continuammo
in silenzio. La luna nuova poneva un accento
di luce nel cielo romano.
(César
Jerez)
- Mi
comprenda, ho bisogno di ottenere
un udienza con il Santo Padre…
- Comprenda
lei che dovrà aspettare il
suo turno, come tutti.
Un’altra
porta vaticana gli si chiudeva in faccia.
Da
San Salvador e con il tempo necessario
per superare gli ostacoli della burocrazia
ecclesiastica, Monsignor Romero aveva
sollecitato un’udienza personale con il
Papa Giovanni Paolo II. Parti per Roma
con la tranquillità che per quando
fosse arrivato tutto sarebbe stato pronto.
Ora
tutte le sue precauzioni sembravano svanite
come fumo. I curiali gli dicevano di non
saper nulla di quella sollecitudine. E
lui andava supplicando per quest’udienza
di ufficio in ufficio.
-
Non
può essere, disse ad un altro,
io scrissi molto tempo fa e qui deve
esserci la mia lettera...
-
La
posta italiana è un disastro!
-
Ma
la mia lettera la mandai a mano con
…
Un’altra
porta chiusa. E il giorno seguente un’altra
ancora. I curiali non volevano che incontrasse
il Papa. E il tempo a Roma, dove era stato
invitato da alcune suore che celebravano
la beatificazione del loro fondatore,
stava finendo.
Non
poteva tornare a San Salvador senza aver
visto il Papa e senza avergli raccontato
tutto quello che stava succedendo la.
La
domenica, dopo la messa, il Papa scese
nel grande salone di enorme capienza,
dove lo aspetta una moltitudine per la
tradizionale udienza generale. Monsignor
Romero si era alzato molto presto per
riuscire a mettersi in prima fila. E quando
il Papa passò salutando, gli afferrò
la mano e lo trattenne.
Il
Papa acconsenti. Alla fine c’era riuscito:
sarebbe stato per il giorno dopo.
E’
la prima volta che l’arcivescovo di San
Salvador incontra il Papa Karol Wojtyla,
che da soltanto sei mesi è Sommo
Pontefice. Gli porta, accuratamente selezionato
un dossier su tutto ciò che sta
succedendo nel Salvador perché
il Papa s’informi. E poiché succedono
tante cose il dossier è voluminoso.
Monsignor
Romero lo porta conservato in una scatola
e lo mostra ansioso al Papa appena iniziato
l’incontro.
Il
Papa non tocca nemmeno un foglio. Né
apre il fascicolo. Nemmeno chiede nulla.
Solo si lamenta.
Monsignor
Romero rabbrividisce, ma cerca d’incassare
il colpo. E lo incassa: deve esserci un
fraintendimento. In un'altra busta ha
portato ha portato al Papa anche una foto
di Octavio Ortiz, il sacerdote che la
guardia uccise alcuni mesi prima insieme
a quattro giovani. La foto è un’inquadratura
in primo piano del volto di Octavio morto.
Nel volto schiacciato dal blindato si
delineavano i tratti indigeni e il sangue
li delineava ancora di più. Si
notava molto bene un taglio fatto col
machete sul collo.
-
Io
conoscevo molto bene Octavio, Santo
Padre, ed era un bravo sacerdote.
L’avevo ordinato io e sapevo tutti
i lavori in cui era impegnato. Quel
giorno stava dando un corso sul Vangelo
ai ragazzi del quartiere…
Gli
raccontò ogni dettaglio. La sua
versione di arcivescovo e la versione
diffusa dal governo.
Il
Papa guardò fissamente la foto
e non chiese altro. Guardò poi
gli occhi umidi dell’arcivescovo Romero
e mosse la mano indietro, come chiedendogli
di togliere drammaticità al sangue
raccontato.
-
Ce
lo uccisero tanto crudelmente, dicendo
anche che fosse un guerrigliero… Disse
l’arcivescovo.
-
E
per caso non lo era? Rispose freddamente
il pontefice.
Monsignor
Romero guardò la foto dalla quale
sperava tanta compassione. Qualcosa gli
fece tremare la mano: deve esserci un
malinteso.
Continuò
l’udienza. Seduti uno di fronte all’altro,
il Papa insegue una sola idea.
Monsignor
Romero lo ascoltava e la sua mente volava
per ricordare ciò che il governo
del suo paese faceva al popolo del suo
paese. La voce del Papa lo riportò
alla realtà…
Monsignor
Romero continuava ad ascoltarlo. Erano
argomenti con i quali, in altre occasioni
era già stato pressato da altre
autorità.
Tanto
insistette il Papa che l’arcivescovo decise
di smettere di ascoltare e chiese di essere
ascoltato. Parlò timidamente, ma
deciso:
Il
Papa fissò Romero negli occhi:
Terminarono
gli argomenti e anche l’udienza.
Tutto
ciò me lo raccontò Monsignor
Romero, quasi piangendo, l’11 maggio 1979,
in Madrid quando stava tornando affrettatamente
nel suo paese, costernato dalle notizie
di un massacro nella cattedrale di San
Salvador.
(Maria
López Vigil)
Ogni
volta veniva più gente alla messa
delle otto in cattedrale. E bisognava
persino mettere fuori gli autoparlanti
perché si riempiva anche il parco.
E c’erano altri ascoltatori, perché
il Salvador intero stava ascoltando l’omelia
per radio!
Aveva
infatti preso l’abitudine di uscire dalla
porta della cattedrale per salutare tutti.
Ed erano tanti. Tutti volevano toccarlo,
abbracciarlo, offrirgli i fiori o soldi
o qualsiasi altro regalino, dargli la
mano, offrirgli bambini perché
li accarezzasse un attimo, baciargli l’anello.
Arrivava mezzogiorno. Il gran caldo e
continuava la folla di gente.
A
volte anche noi sacerdoti che celebravamo
la messa uscivamo dalla porta e stavamo
lì a ricevere le cose che gli portavano.
Quella domenica restai io. Dopo un po’
vidi venire facendosi spazio in quella
confusione una anziana di più di
ottant’anni. Si avvicinò a me.
Mi
ricordai del Vangelo, di quelli che non
riuscivano a vedere Gesù, persi
in una moltitudine come quella.
-
E
cosa desidera, signora?
-
Gli
porto un regalo.
-
Se
vuole, posso consegnarlo io a Monsignore.
-
Va
bene allora.
E
la vecchietta tolse da una borsetta di
carta che portava dentro il grembiule…
un uovo.
Tolse
dalla borsa… un altro uovo. Dio mi assista
che non continui a togliere uova la signora,
pensai.
Mise
un’altra volta la mano e questa volta
dalla borsetta tolse un biglietto tutto
accartocciato… un colon. Quaranta centesimi
di dollaro.
-
Anche
questo è per Monsignore.
-
Molte
grazie, signora, non si preoccupi
che questo arriverà nelle sue
mani.
-
Se
Dio vuole!
Iniziai
ad osservarla e la vidi tanto povera,
tanto anziana, che la scostai per poterle
parlare. Era una forma di gratitudine,
giacché era impossibile avvicinarla
a Monsignore, vista la quantità
di gente…
Da
là! Vergine santa, da là,
al confine con l’Honduras, da dove doveva
scendere a Ciudad Barrios per prendere
la strada di San Miguel e poi fino a San
Salvador… calcolai più di cento
chilometri.
-
Ma,
signora Remedios, solo il passaggio
in autobus le è costato più
di ciò che ha portato a Monsignor
Romero in regalo…
-
No,
no, perché sono arrivata a
San Salvador con i miei sandali.
-
A
piedi…?
-
A
piedi, si.
Parlammo
un poco e fu contenta. Sicuramente tornò
anche a piedi. Con ottant’anni in spalla.
Quella
domenica, in mezzo a quella moltitudine,
non diedi a Monsignor Romero né
il colon né le due uova. Alla fine,
non glieli diedi mai, né so cosa
ne feci, tanto erano pochi. Però
un giorno gli raccontai della vecchietta.
E nella messa seguente che egli celebrò
ringraziò per nome la signora.
In Nuevo Eden de San Juan, aldilà
del Rio Torola, sicuramente la signora
Remedios lo ascoltò e sicuramente
i suoi piedi e il suo cuore si rallegrarono.
Forse come quelli dell’anziano Simeone
del Vangelo, quando desiderò riposare
perché aveva visto realizzati i
suoi sogni.
(Antonio
Fernandez Ibañez)
Sempre
quando si predica la verità contro
le ingiustizie, contro gli abusi, contro
i soprusi, la verità fa male. Già
le dissi un giorno l’esempio semplice
del contadino. Mi disse: "Monsignore
quando uno mette la mano in una pentola
di acqua con sale, se la mano è
sana non succede niente, ma se ha una
ferita, ahi, duole. La chiesa è
il sale del mondo e naturalmente dove
ci sono ferite questo sale deve bruciare…"
(Maria
Otilia Núñez)
Aguilares
restò militarizzata. Già
eravamo abituati ai massacri e alle operazioni
di repressione nelle zone contadine, ma
che militarizzassero una città
per un intero mese fu la prima volta.
Nessuno poté muoversi da Aguilares
per trenta giorni.
Un
mese d’incertezza. Cosa starà succedendo.
Si sentiva di tutto su quello che l’esercito
stava facendo lì.
Il
19 di giugno smilitarizzarono e permisero
di entrarvi. Le comunità di San
Salvador invitarono tutti a recarsi ad
Aguilares, per accompagnare Monsignor
Romero che stava andando a celebrare una
messa.
La
chiesa si riempi completamente, però
non c’erano molti abitanti di quella città.
Segno del terrore di tutto quel mese.
I dati esatti non li conoscemmo mai, ma
si parlò persino di 200 assassinati,
di torture, di violazioni, di gente che
mai riappari…
-
"A
me tocca di andare a raccogliere cadaveri
e tutto ciò che va lasciandosi
dietro la persecuzione alla chiesa.
Oggi mi tocca venire a raccogliere
questa chiesa e questo convento profanati,
un tabernacolo distrutto e soprattutto
un popolo umiliato, sacrificato indegnamente…".
Così
Monsignor Romero iniziò la sua
omelia. Se uno chiedesse ad un vescovo
quale sia la sua missione direbbe qualsiasi
altra cosa. Lui, quel giorno, definì
la sua missione: raccogliere cadaveri.
Giustamente. Nel Salvador di quel tempo
questa era la cosa più realista,
la più storica: i morti uccisi
quotidianamente. Il vescovo doveva accoglierli,
raccoglierli.
Al
termine della messa, Romero ci invitò
a fare una processione con il Santissimo
per le strade, come riparazione alla profanazione
che avevano compiuto le guardie.
Uscimmo
dalla chiesa cantando. Era un giorno di
gran caldo e Monsignor Romero era bagnato
di sudore sotto il piviale rosso. Teneva
alto l’ostensorio. Davanti a lui centinaia
di persone. Girammo la piazza, cantando
e pregando. Il municipio, di fronte alla
chiesa era pieno di guardie che osservavano.
Quando ci avvicinammo, diverse di loro
si misero in mezzo alla strada puntandoci
con i fucili. Ne arrivarono altre. Aprirono
le gambe in segno di sfida, con i loro
grandi stivali e formarono un muro per
non farci passare. Quelli che erano in
testa alla processione si fermarono, così
gli altri. La processione si arrestò.
Fronte a fronte noi e i loro fucili. Quando
ormai nessuno si muoveva ci voltammo a
guardare Monsignor Romero che veniva per
ultimo. Egli alzò un poco l’ostensorio
e a voce alta, perché tutti sentissero,
disse:
Allora
avanzammo verso i soldati, poco a poco,
e loro iniziarono a retrocedere, poco
a poco. Noi verso di loro e loro indietro.
Così fino alla caserma. Finirono
per abbassare i fucili e lasciarci passare.
Da
quel giorno, e come quel giorno, in qualsiasi
avvenimento importante che ci fu nel Salvador
per seguirlo o per perseguirlo, sempre
si dovette rivolgere lo sguardo verso
Monsignor Romero.
(Jon
Sobrino)
Ero
in visita ad un cantone di Aguilares con
quattro contadini, uno dei quali era il
famoso Polín.
-
Ci
riuniamo un momento per studiare la
Bibbia, disse uno.
-
Perché
non viene signor prete con noi, disse
Polín.
-
Va
bene, ho il pomeriggio libero. Andiamo
pure! Gli dissi io.
E
iniziammo a camminare fino ad arrivare
sotto l’ombra di una pianta. Erano già
lontane le case. Aperta campagna.
Tenevano
nascosta la Bibbia, interrata in un involucro
di plastica. In quei tempi la Bibbia era
uno dei libri più sovversivi che
uno potesse avere ed era frequente che
l’esercito uccidesse chi portava una Bibbia.
La
prelevarono. Si riunivano per leggere
e riflettere il Vangelo di Giovanni.
Leggevano,
facevano i loro commenti, restavano in
silenzio come pregando, discutevano. Io
ero tutto orecchi. Passò più
di un’ora quando l’estremo all’orizzonte
vedemmo un puntino che si muoveva e si
avvicinava.
Continuarono
a leggere, ma osservando con la coda dell’occhio.
Si
allarmarono e nascosero la Bibbia.
E
più da vicino…
Veniva
camminando da solo per quei sentieri.
-
Monsignore,
cosa fa da queste parti?
-
Lo
chiedo a voi: cosa state facendo?
-
Noi
stiamo leggendo la Bibbia, il Vangelo
di Giovanni.
-
E
permettete al pastore di sedersi con
voi? - Chiese lui.
-
Qui
è tutto un sedile, Monsignore!
– Gli disse Polín.
Si
sedette su un cumulo. E loro continuarono
per un’altra ora con la loro riflessione.
Leggendo piano e parlando con calma. Come
fanno i contadini, pesando bene il tutto
perché la parola non diventi una
chiacchiera.
Monsignor
Romero non apri bocca. Quando finirono
mi voltai e mi accorsi che aveva gli occhi
umidi, stava piangendo.
Quel
bandito di Polín rideva.
(Antonio
Fernandez Ibáñez)
- Devi
mettermi ordine nella Caritas, Sánchez.
Andavo
tutte le settimane ad informare Monsignor
Romero su come andavano le cose. Per meglio
dire andavo a scontrarmi con lui.
Scontro
soprattutto quando si trattava dell’occupazione
della terra in qualche zona. E ce n’erano
sempre. Da sempre il problema della terra
fu il centro del conflitto salvadoregno.
Io accantonavo denaro e cibo della Caritas
e li mandavo alle comunità che
erano nell’occupazione. E Monsignor Romero
lo disapprovava.
-
Sánchez,
rendimi conto.
-
E
di cosa dovrei darle conto?
-
Dell’invio
di queste donazioni della Caritas
a quelli dell’occupazione di Chalatenango.
-
Vedo
che è ben informato.
-
Però
sai che non lo approvo, perché
significa essere parziali. Appoggi
una sola organizzazione, la FECCAS-UTC,
e sai bene che è un gruppo
illegale e che può procurarci
problemi…
-
E’
vero, ma siccome ne hanno bisogno
continuo a mandargliene. Finché
avrò del cibo, non gliene mancherà.
-
Però
a noi non avanza. Dovresti inviarne
di più, per esempio, all’asilo
Sara.
-
Già
ne mando.
-
Mandane
di più!
-
No,
perché l’asilo possono aiutarlo
tutte queste persone che danno elemosine
per carità. Ma a quelli dell’occupazione,
chi ne manderà? Se non ci pensiamo
noi, li fregano. Lei come vescovo
ha il dovere di appoggiarli.
-
Sánchez!!
-
Monsignore.
questa gente non ha terre dove seminare,
ha fame e io non gli sto mandando
armi.
-
Sánchez,
sei tutta passione e non ragione.
-
Però
mi manca per dirle la ragione maggiore:
dare a loro è più educativo
anche per noi. Perché a questi
poveri a cui diamo un bicchiere di
latte e un sacchetto di farina, in
fondo li stiamo diseducando. Ma a
questi contadini organizzati, al contrario…
la loro lotta ci educa. Compreso lei
stesso!
-
Questo
pensiero radicale, è quello
che mi preoccupa di te, Sánchez.
-
Va
bene, non si fidi di me. Verifichi
lei stesso com’è questa gente,
la scorza che ha. Venga, andiamo a
visitare l’occupazione!
-
Non
è una cattiva idea, ma…
-
Perché!
Non abbia paura dei contadini, si
risparmi la paura per le guardie.
-
Te
m’incastri sempre.
Perciò
andammo all’occupazione. E lì i
contadini lo educarono con le loro discussioni,
con le loro ragioni e con le loro passioni.
(Rutilio
Sánchez)
Con
un simile nome, Apolinario, chiunque si
aspetterebbe d’incontrare un titano, un
omone. Anche Monsignor Romero se lo aspettava
così. E invece gli apparve quel
Polin, tutto storto, malaticcio, tanto
poca cosa.
I
due, Monsignore e Polin, s’incontrarono
per la prima volta, ma in seguito lo avrebbero
fatto spesso.
-
Guarda,
Apolinario, dicono che tu vai sollevando
i contadini e che persino gli parli
contro la chiesa e contro di me. E
dicono anche che tu sia un uomo di
fede… come spieghi questo?
-
Monsignore,
io spiego meglio i problemi facendo
delle domande.
-
Domanda
allora.
-
Mi
risponda anzitutto su questo: il signor
arcivescovo sa quanto pagano al proletariato
contadino per il lavoro di tutto un
giorno?
-
Veramente
non so…
-
Tre
pesos, Monsignore! "Sbaviamo"
come dite voi, perché ci paghino
due pesos in più. Mi dica Monsignore
cosa farebbe lei con appena tre pesos
nella borsa per tutto un santo giorno?
Nemmeno con cinque, se forse persino
la lavatura della sua sottana costa
di più! E noi non guadagniamo
nemmeno questo sfinendoci nella raccolta
della canna sotto il sole!
Monsignore
lo guardò dall’alto in basso, tanto
magro com’era.
-
Ma
continuiamo l’intervista, che altrimenti
ci si raffredda l’atol! Mi permette
un’altra domandina? Continuò
Polin gesticolando con le mani.
-
Fammi
altre domande, rispose Monsignore,
già ridendo.
-
Vediamo,
Monsignore. Lei crede in Dio?
-
Si,
chiaro, io credo in Dio.
-
E
crede nel Vangelo?
-
Anche,
si. Credo nel Vangelo.
-
Siamo
pari dunque! Perché anch’io
credo in Dio e nel Vangelo. Entrambi
diciamo la stessa cosa, ma è
differente! Indovina indovinello perché
mi fa male la pancia! Indovina sua
eccellenza dove sta la differenza!
Polin
si eccitava e canterellava quella cantilena.
-
Non
lo so, Polin, dimmelo tu. Monsignore
rideva.
-
Lei
crede nel Vangelo perché è
il suo lavoro lo ha studiato, lo legge
e lo predica. Fortuna da vescovo!
E io… io quasi non ho potuto leggere
né studiare il Vangelo, tutta
la sua "indiologia", ma
credo nel Vangelo. Lei credo per ufficio
io credo per necessità. Perché
lì mi viene detto che Dio non
vuole che ci siano ricchi e poveri,
e io sono povero! Capisce la differenza?
Sta lì! L’ha afferrata? Abbiamo
la stessa fede, ma la teniamo in gabbie
diverse.
Monsignore
lo guardò dal basso in alto, tutta
quella scintilla che era Polin. E da lì
fino alla fine divennero grandi amici.
(Rutilio
Sánchez)
La
comunità di San Rocco era tanto
lontana, che nessuno poteva arrivare lì
in macchina. Era su un sentiero. Non proprio
un sentiero era un su un dirupo. E diciamo
la verità non era una comunità,
ma un tugurio, dove tutt’oggi non si avvicinano
nemmeno i bus.
Solo
Monsignor Romero voleva andare lì.
Quando ci confermarono la notizia non
potevamo crederci. Ma era certa. Per celebrare
alcune prime comunioni, lui ci andò.
Lasciò
la sua macchina alla fine della strada
e camminò, camminò, camminò
e camminò. E la cosa più
singolare fu che tutta la gente che salutava
per la strada si univa a lui. Si formò
così una fila di persone, come
fosse una processione, ma non piangendo
afflizioni, ma cantando di gioia.
In
questo cammino verso la chiesetta lo incontrai
e anch’io mi unii e fu così che,
salendo e scendendo dai burroni, parlai
con lui per la prima volta.
-
Monsignore,
gli dissi, lei proprio non si arrende.
-
E’
che mi piace stare con la gente e
lei sa che per ogni capriccio c’è
una frustata!
Gli
piaceva. Alcune persone lo chiamavano
da dentro le loro case.
E
lui sdegnava nessuno, non disprezzava
nessun invito e restava un po’ di tempo
nella casa, per salutare la famiglia.
Prese
una bambina e se la mise in braccio e
tutti i bambini, volendo lo stesso gli
corsero dietro attaccandosi alla sottana.
Quando
alla fine giunse alla cappella di San
Rocco per celebrare la messa, era circondato
da un mare di gente. Sembrava uno sciame.
Di
ritorno dalla messa e da tutta la festa
che lì si fece, visitò un
altro lato del tugurio imboccando un’altra
strada.
Nessuno
restò così senza il suo
saluto.
-
… solo lui! Nessuno è capace di
sacrificarsi tanto per andare a celebrare
una messa in un luogo tanto lontano.
Così
sentenziò Don Tito, il calzolaio,
quando fini quel grande giorno.
(Hilda
Orantes)
A
volte mi vestivo "nike" e andavo
a giocare con i gringos della American
Socety o, con quelli legati all’ambasciata
americana. Giocavamo a bowling. Facevamo
anche alcune "casino nights"
e tutti i fondi che raccoglievamo, che
erano migliaia di colones, li davamo per
opere di carità.
Un
giorno io gli indicai la grande opera
che era l’Hospitalito, con malati di cancro
che vivevano di elemosina, di divina provvidenza
e gli feci la proposta:
Accettarono
a meta. Con le suore organizzammo che
i gringos venissero un giorno a vedere
l’Hospitalito e a visitare gli infermi.
Arrivai
un mezzogiorno con tre nord americani.
Fummo fortunati perché Monsignor
Romero era presente. Aveva già
iniziato a mangiare e stava ascoltando,
assorto, il notiziario della YSAX. Salutò
con un gesto e continuò.
Visitammo
velocemente le sale dell’ospedale e poi
le suore ci offrirono il pranzo accanto
a Monsignor Romero, su quei tavoli grandi
che ci sono nel refettorio. I gringos,
che erano ansiosi di conoscere personalmente
Monsignor Romero, iniziarono la conversazione.
Al
principio con tematiche generali: il tempo,
i malati…
Monsignore
non si scompose, quasi non entrava nella
discussione, continuava a mangiare e ad
ascoltare le notizie. Quando diedero la
notizia di un furto, uno di loro affrontò
il tema.
E
la gringa:
-
Molti
ladri e poco rispetto della proprietà
privata. Ieri hanno rubato in casa
di una mia amica e lei rimasta traumatizzata
perché…
-
La
gente ha tutto il diritto di rubare
se non ha di che mangiare, la interruppe
inaspettatamente Monsignor Romero,
guardando i tre in volto. Il primo
diritto di un essere umano è
mangiare. E se non possono mangiare,
che rubino!
Fu
tanto repentino, tanto brutale e tanto
diretto che i tre americani lo guardarono
stupiti. Nessuno ribatté, solo
impallidirono e diventarono più
bianchi di quello che erano. Dopo un silenzio
totale e senza finire il pranzo si alzarono
da tavola, si congedarono da Monsignore
abbastanza freddamente e uscirono. Io
lì accompagnai.
Non
eravamo giunti in giardino che il gringo
se ne usci così:
Arrivando
alla loro "società" annullarono
l’assegno che avevano già pronto.
Diecimila dollari!
Monsignor
Romero aveva capito bene che essi venivano
a portare la loro elemosina e che doveva
essere molto copiosa. Credo che i gringo
non compresero nulla.
(Margarita
Herrera)
Credo
d’interpretare il pensiero di voi tutti
se il nostro primo saluto di questa mattina
è per la nostra sorella repubblica
del Nicaragua. Che gioia ci da l’inizio
della sua liberazione!
Costò
più di 25 mila vite umane. Un popolo
che non era mai stato ascoltato e per
ascoltarlo fu necessario giungere persino
a questo bagno di sangue. ciò succede
quando si assolutizza il potere, quando
si divinizza il potere!…
Ci
ha riempito di soddisfazione la piena
garanzia che è stata offerta al
rispetto dei diritti umani… "Si promulgherà
la legislazione e si adotteranno le azioni
necessarie per garantire e promuovere
la libera organizzazione sindacale, corporativa
e popolare, tanto in città come
in campagna". Benedetto sia Dio perché
nella nostra America Centrale esisterà
forse un luogo dove si rispetti il diritto
dell’uomo ad organizzarsi sebbene questo
uomo sia un umile contadino!
(Omelia,
22 luglio 1979)
Il
giorno in cui uccisero il fratello del
presidente Romero, il vice ministro della
difesa giunse a cercarlo all’arcivescovado
con tutta la scorta.
-
Siamo
molto preoccupati, gli disse il colonnello,
che possa succedere qualcosa a Monsignor
Romero e vogliamo dargli protezione.
Voglio parlare con lui, subito!
-
Ma
Monsignore non sta qui…
-
E’
urgente che gli parliamo subito!
-
Allora
dovrò andare a cercarlo all’Hospitalito.
-
Immediatamente!
Mi
fecero salire su un grande camion militare
dotato di grandi mitragliatori. Monsignor
Romero gli andò incontro mal volentieri.
Il militare gli fece un discorso.
-
La
situazione è grave. Peggio,
è gravissima! Temiamo per la
sua vita e vogliamo iniziare a proteggerla.
Immediatamente!
-
Io
la ringrazio, ma credo che non sia
necessario che voi predisponiate per
me alcun sistema di protezione. Sinceramente
non credo che sia necessario, avendo
tanta altra gente da proteggere…
-
Va
bene, allora potremmo mandarle delle
istruzioni perché lei sappia
come comportarsi e prenda le sue precauzioni.
-
Bene,
se vi fa piacere mandatemele…
-
Si,
gliele invieremo immediatamente!
Si
congedò col saluto militare, sollevando
il petto ma né allora né
mai giunsero le istruzioni menzionate.
Puro teatro, dunque, che volessero proteggerlo.
(Ricardo
Urioste)
"Viva
la rivoluzione", "con blindati
e mitragliatrici il popolo non si azzittisce",
"vinceremo". E quell’altra che
apparve un giorno: "vieni Signore
che il socialismo non basta".
Ogni
giorno vedevamo scritte dipinte sui muri
di San Salvador e le strade coperte di
letame. A Monsignor Romero non piacevano
quelle scritte e le censurava.
Fu
Polin che gli fece cambiare idea:
-
Spiegami
dunque Apolinario, gli chiese Monsignore,
come intendete voi questo disordine
per vedere se riesci a farlo capire
anche a me…
-
Vede
Monsignore noi non abbiamo un giornale…
in quale edificio o da quale parte
abbiamo una chance perché ci
lascino pubblicare una scritta? Alla
radio, quanto crede che facciano pagare
per un annuncio? E anche se avessimo
il denaro, trasmetterebbero il nostro
annuncio? Allora come risolviamo la
questione? Un paio di compagni prendono
alcuni manganelli e un pugnale e si
mettono di guardia nella via, mentre
un altro va a scrivere il messaggio
sul muro. Solo se qualcuno ci vede,
dobbiamo scappare di corsa. Le scritte
sono comunicazione, ci servono per
comunicare con il nostro popolo! I
muri sono il giornale dei poveri!
Ha capito adesso?
Aveva
capito. E così altre cose. Arrivò
ad intendersi tanto con Polin che a volte
gli diceva:
E
passava la sua ora di orazione parlando
con Polin. L’ora intera.
(Rutilio
Sánchez)
Decise
di fare un viaggio in Messico, ma mezzo
clandestino. Andava per fare una visita.
Monsignor
Romero andava con il timore d’aver perso
il giudizio, con l’apprensione perdere
il timone del governo dell’arcidiocesi
e con lo scrupolo di essere manipolato
a volte dagli uni e a volte dagli altri.
Andò.
Il dottore messicano ricevette quel giorno
un Oscar Romero camuffato.
-
Il
mio nome è Alvaro Herrera,
vengo ora dal Salvador… disse Romero
allo psichiatra.
-
Avanti,
signor Herrera, si accomodi e mi racconti.
Gli
raccontò di essere stanco, con
figli già adulti e un mucchio di
nipoti. Ma sebbene in famiglia avesse
i problemi di tutti, ciò che lo
angosciava maggiormente era la responsabilità
che da circa un paio d’anni gli aveva
affidato una grande impresa salvadoregna.
-
E’
un’impresa enorme e mai ha attraversato
momenti tanto difficili. Ed essendo
io il garante, tanto in alto, conosco
tutte le difficoltà e mi sento
pressato dagli interessi dell’impresa
e dalle domande dei lavoratori e…
"Alvaro
Herrera" parlò e parlò.
Confidò a quello specialista le
angosce e le tensioni.
-
Il
mio timore è di non saper rispondere
alle aspettative di tutti.
-
Mi
preoccupa anche di essere condizionato.
Sono preoccupato, dottore, dal non
sapere se sto prendendo da me stesso
liberamente le decisioni… ho bisogno
di sapere se sto agendo con libertà.
-
Bene,
questo è il mio lavoro. Aiutarla
a vedere se stesso dal di dentro…
E
fu così che il "garante"
di quella "impresa" che altro
non era che la chiesa di San Salvador,
fu sottoposto ad un intera batteria di
test. Tre giorni a rispondere a domande,
a riempire questionari e in lunghe chiacchierate
tra paziente e dottore.
Alla
fine della fatica, arrivò il giorno
della diagnosi finale.
-
Bene,
Herrera, gli disse lo psichiatra,
dopo tutta questa esplorazione ho
tratto le mie conclusioni…
-
E
ha concluso che sono pazzo? Ho perso
il giudizio…?
-
No!
Ha perso il tempo a venire, ma non
è nemmeno così, perché
siamo diventati amici in questi giorni.
Lei è integro signor Herrera,
non ha nulla, se non una grande stanchezza,
che si cura con alcuni giorni in Acapulco!
Sicuramente la sua impresa glielo
concederà. Lei è integro,
signore!
-
Vero?
-
Verissimo.
Discussero
con battute, parlarono anche seriamente
e al momento di congedarsi venne l’ora
di pagare l’onorario.
Alvaro
Herrera firmò l’assegno di quei
tre giorni di analisi intensiva e dopo
averglielo consegnato, lo presero gli
scrupoli e decise di non andarsene senza
essersi tolto la maschera.
-
Dottore,
forse lei avrà sentito parlare
dell’arcivescovo di San Salvador,
di Oscar Romero…
-
E
chi non ha sentito parlare di lui?
E’ un uomo famoso. E lei Herrera conosce
Romero la nel suo paese?
-
Chiaro
che lo conosco. Pensavo… pensavo che
lui, che questo vescovo Romero fosse
pazzo, ma ora lei gli sta dicendo
di stare tranquillo, perché
è assennato…
-
Come
dice…?
-
Che
io non sono chi gli ho detto che ero.
Sono Oscar Romero, l’arcivescovo di
…
-
Lei
è Monsignor Romero?!
-
Io
stesso.
-
Il
vero Romero?
-
Il
vero vero!
Tornarono
a sedersi e a parlare di nuovo, seriamente
e per battuta. Monsignore gli spiegò
il perché di quel travestimento.
Alla fine, il dottore non voleva accettare
nessun compenso e gli restituì
l’assegno.
-
Con
tutte le necessità che avete
lì non accetto neanche un pesos!
-
Ma
il lavoro deve essere pagato, e io
le ho dato molto lavoro!
Discussero.
Alla fine raggiunsero un compromesso.
Monsignor Romero tornò a dargli
l’assegno e il dottore gli ne diede un
altro, con molto più denaro, come
dono per la chiesa di San Salvador.
Romero
mi raccontò questa "avventura",
tra il divertito e il dubbioso, forse
perché ero stato il suo confessore
alcuni anni prima.
(Francisco
Oscoz)
Quando
Maria canta, nel suo magnificat, che Dio
libera g li umili, i poveri, risuona la
dimensione politica quando dice: Dio rimanda
a mani vuote i ricchi e colma di beni
i poveri. Anche Maria arriva a dire una
parola che oggi diremmo "insurrezionale".
Rovescia dal trono i potenti quando questi
sono un ostacolo per la tranquillità
del popolo! Questa è la dimensione
politica della nostra fede: la visse Maria,
la visse Gesù, che era un autentico
patriota di un popolo che stava sotto
una dominazione straniera ed egli, senza
dubbio lo sognava libero.
(Omelia
17 febbraio 1980)
- Vieni!
Mi hanno chiesto una missione molto
delicata.
Erano
le otto di sera quando Monsignore mi chiamo
al seminario. Poco dopo giungemmo alla
chiesa de Il Rosario. Lì era pieno
di guardie. Avevano già deciso
di assaltare chiesa e se avessero dovuto
uccidere tutti lo avrebbero fatto così
come se avessero dovuto abbattere la chiesa
l'avrebbero abbattuta.
Monsignor
Romero si avvicinò a Morán,
che dirigeva le operazioni.
Mai
avevo visto qualcuno tanto aggressivo.
La
sua unica colpa era quella di volere recuperare
la guardia che loro stessi avevano infiltrato
dentro la chiesa. Io ero schiacciato a
Monsignore, quando quattro uomini lo affrontarono
direttamente.
-
Se
questi sovversivi fanno qualcosa al
nostro compagno, qui uccidiamo anche
il vescovo!
-
Evitate
le insolenze e cercate d’essere ragionevoli!
Monsignore
li contestava e io lo tiravo per un braccio,
come quando il figlio cerca di frenare
il padre perché non vada a picchiarsi
con altri. Questo sarebbe capace di dare
uno schiaffo alla guardia, pensavo, e
questa situazione ci sfugge di mano.
-
Ma
se vuole spiegarvi, intervenni io,
perché non lo lasciate parlare?
-
E
tu chi sei, figlio di puttana? Continua
così e sei già morto.
-
Lui
non potete toccarlo, è un seminarista!
Intervenne per me Monsignore.
-
Seminarista!
Comunista e gran merda.
Monsignor
Romero insisteva per poter entrare nella
chiesa a cercare la guardia per condurla
a Morán. Ma avevano mandato a prendere
i blindati e già stavano arrivando
quei bestioni. Gli animi delle guardie
erano ben incendiati. C’era un famoso
torturatore, Cara de Niño gli dicevano,
che apparve al fianco di Monsignore, con
un mezzo sorriso.
Mentre
le guardie iniziavano a prendere posizione
e lanciavano alcuni moniti, decidemmo
di ripiegare per un momento a pensare
con più calma. Monsignore camminava
per un corridoio che c’è all’entrata
del convento contiguo alla chiesa e io
lo seguì. Pensai che avremmo discusso
per decidere la tattica, ma no, egli estrasse
il rosario e iniziò a camminare
su e giù, pregando e non mi disse
niente. Io restai a guardarlo… Primo mistero…
Quando giunse al secondo, mi disse:
-
Ascoltami,
cosa deve fare uno se questa gente
inizia a sparare?
-
Credo
che non ci resterebbe altro che buttarci
al suolo, se ci resta il tempo!
Secondo
mistero, terzo mistero… Quando già
era alle ultime Ave Maria, torna e mi
chiede:
-
Ma,
perché dici che dobbiamo buttarci
al suolo?
-
Perché
non ci colpiscano. Questi non tirano
ai piedi, questi sparano per uccidere!
-
Chiaro,
chiaro… guarda, questa è un’ora
dura e sono preoccupato soprattutto
per te, perché non sapevi nemmeno
per cosa venivi. E chissà se
usciamo da qui… Io non so cosa direbbero
se domani fossimo entrambi morti…
Era
spaventato. Era la situazione peggiore
in cui l’avevo mai visto. Continuò
a pregare. Quarto mistero… Quando terminò
il rosario, mi disse:
-
Guarda,
credo che se ci buttassimo dietro
a questo muretto, forse ci salveremmo
dalle pallottole… non credi?
-
A
saperlo…
-
Guarda
quell’altro muretto… non sarà
più sicuro?
-
Ma
Monsignore, lei sta pregando o progettando
la ritirata?
-
Entrambe
le cose figliolo, entrambe le cose…
Aveva
molta paura e si notava, pregava, tremava
e sudava… Ma quando uscimmo di nuovo sulla
strada, lo vidi più tranquillo.
Allora iniziò la sua mediazione.
Ottenne che le guardie si mettessero contro
il cancello e che lo lasciassero entrare
in chiesa a cercare l’ostaggio. Quando
quelli dentro ci aprirono le porte, l’odore
dei cadaveri era insopportabile.
-
Monsignore,
implorò Pichinte lei è
la nostra unica garanzia! Le consegniamo
l’ostaggio, ma non abbandoni questa
situazione, altrimenti domattina non
ci sveglieremo vivi…
Uscimmo
di nuovo in strada. L’accerchiamento militare
proseguiva. Finalmente si formò
una delegazione con tre guardie e Monsignore
per entrare nuovamente nella chiesa.
Quelli
volevano controllare uno per uno i cadaveri
per vedere se ci fosse qualche altra guardia
tra di loro. Dicevano che i compagni ne
avevano torturati e uccisi due. Che razza
di quadro era quello: spostando tutti
i corpi si constatava che erano già
in decomposizione… li controllarono tutti,
uno per uno, non c’era nessuna guardia,
erano delle Leghe. All’alba usci libero
l’ostaggio e ritirarono l’accerchiamento.
Non si poté fare altro che seppellire
i 21 morti nella chiesa stessa. Era ancora
pericoloso uscire con loro nelle strade.
(Juan
Bosco Palacios)
Vengo
dal più piccolo paese della lontana
America Latina. Vengo portando nel mio
cuore di cristiano salvadoregno e di pastore,
il saluto, il ringraziamento e la gioia
di condividere esperienze vitali…
Il
nostro mondo salvadoregno non è
un’astrazione, non è un caso in
più di ciò che s’intende
per "mondo" nei paesi sviluppati
come il vostro. E’ un mondo che nella
sua immensa maggioranza è formato
da uomini e donne, poveri e oppressi…
Ora
sappiamo meglio cos’è il peccato.
Sappiamo che l’offesa a Dio è la
morte dell’uomo. Sappiamo che il peccato
è veramente mortale, non solo per
la morte interna di chi lo commette, ma
per la morte reale e oggettiva che produce.
Ricordiamo che peccato è quello
che diede la morte al Figlio di Dio e
peccato è quello che continua a
dare la morte ai figli di Dio…
Gli
antichi cristiani dicevano: "la gloria
di Dio è che l’uomo viva".
Noi potremmo concretizzare dicendo: "la
gloria di Dio è che il povero viva".
(Discorso
all’Università di Lovagno, Belgio
alla consegna del Dottorato Honoris Causa
in Scienze Umane il 2 febbraio 1980)
Dopo
aver lavorato per alcuni mesi in Nicaragua
decisi di ritornare, mezzo clandestino
in Salvador per vedere se potevo restare.
In seguito presi contatto con Monsignor
Romero.
Accettai.
Alcuni mesi prima mi avevano catturato
al aeroporto di San Salvador, di ritorno
dalla Colombia, e come tanti altri sacerdoti
salvadoregni fui espulso dal paese. Monsignor
Romero mi mandò in Nicaragua perché
lavorassi a Estelí. Era già
in corso la rivoluzione sandinista ed
egli era molto interessato a capire come
si sviluppava. Stavo ricordando tutto
questo, quando suonò il telefono.
Era di nuovo Monsignore.
Il
lunedì 17 marzo andai da lui.
-
Guarda
padre Astor, mi disse con grande preoccupazione,
e meglio che tu esca dal paese. Vattene,
torna in Nicaragua, qui non puoi fare
niente, non puoi lavorare, non ti
puoi muovere. Questa oligarchia è
fanatica e tu non dureresti nemmeno
24 ore. Ti ucciderebbero. Anche a
me, presto mi spazzeranno via…
Si
portò la mano alla croce, la prese,
slegò, se la riannodò…
-
Però
vedrai, verranno altri tempi e saranno
migliori. Con tutti voi, i sacerdoti
che stanno fuori dal paese, dobbiamo
creare una riserva per quando il Salvador
cambierà e potrete ritornare.
La tua esperienza la in Nicaragua
è molto importante per tutti.
Anche per me. Guarda dobbiamo rivalorizzare
questa parola tanta paura mi aveva
dato prima, la parola "rivoluzione".
Questa parola si porta dentro molto
Vangelo.
(Astor
Ruiz)
In
questo momento che la terra di EI Salvador
è oggetto di conflitti non dimentichiamo
che la terra è strettamente legata
alle benedizioni e alle promesse di Dio.
Infatti
Israele possiede una terra propria (Gs
5,8-12). "Io vi darò una grande
terra", aveva detto Dio ai patriarchi;
e dopo la schiavitù egiziana, guidati
da Mosè e da Giosuè, eccoli
davanti a questa terra. Per questo Israele
celebra una solenne liturgia di rendimento
di grazie, quella della prima Pasqua;
pasqua che chiama anche noi a celebrare,
con eguale gratitudine, adorazione e riconoscenza,
il Dio che ci salva e che ha liberato
anche noi dalle schiavitù. Il Dio
nel quale riponiamo la nostra speranza
per le nostre liberazioni è il
Dio di Israele, a cui Si riferisce in
questo giorno la celebrazione della prima
Pasqua.
Esiste
un significato teologico, vi dicevo, tra
la riconciliazione e la terra. Intendo
sottolineare questo concetto, fratelli,
perché mi sembra sia molto opportuno.
Non possedere una terra è conseguenza
del peccato. Se Adamo esce dal paradiso
e diventa un uomo senza terra a causa
del peccato, Israele, perdonato da Dio,
torna a possedere una terra, mangia le
spighe della sua terra e i frutti della
sua terra, è benedetto da Dio nel
segno della terra.
La
terra è dunque legata strettamente
a Dio, e per questo geme quando gli ingiusti
la accaparrano e non lasciano terre per
gli altri. Le riforme agrarie sono una
necessità teologica: la terra di
un paese non può restare nelle
mani di poche persone ma dev'essere data
a tutti, e tutti devono partecipare delle
benedizioni di Dio su questa terra. Ogni
paese possiede la sua terra promessa nel
territorio che la geografia gli ha assegnato.
Dobbiamo
avere sempre presente e mai dimenticare
questa realtà teologica; la terra
è segno della giustizia, della
riconciliazione. Non ci sarà nessuna
vera riconciliazione del nostro popolo
con Dio finché non si avrà
una giusta ripartizione, finché
i beni della terra di El Salvador non
arriveranno a beneficiare e a rendere
felici tutti i salvadoregni.
16
marzo 1980
-
Monsignore
la uccideranno, gli dicevamo. Va bene,
non accetti la sicurezza che il governo
le offre, ma almeno si curi un poco
e prenda le misure di sicurezza che
prendiamo noi tutti dirigenti popolari.
-
E
quali sarebbero queste misure? Ci
chiese incuriosito.
-
Per
esempio, non faccia mai niente nelle
stesse ore, vari i suoi orari, celebri
le messe in ore diverse da quelle
abituali, entri solo nelle grandi
chiese, pubblicamente, e mai qui nella
cappella dell’Hospitalito, che è
un luogo molto aperto e molto isolato,
non guidi mai la sua macchina…
Lo
avvertivamo. Ma poi venivano altri preti
a dirgli altre cose.
-
Monsignore,
non prenda precauzioni, non la uccideranno
mai, perché quelli non hanno
il coraggio di fare una cosa del genere.
Gli
parlavano in nome di "quelli".
Realmente, Monsignor Romero non prese
mai nessuna misura di sicurezza, nemmeno
le più elementari.
(Rafael
Moreno / Rutilio Sáncez)
Yo
quisiera hacer un llamamiento de manera
especial a los hombres del ejercito, y
en concreto a las bases de la guardia
nacional, de la policia, de los cuarteles.
Hermanos,
son de nuestro mismo pueblo, matan a sus
mismos hermanos campesinos y ante una
orden de matar que dé un hombre,
debe de prevalecer la Ley de Dios que
dice: NO MATAR... Ningún soldado
está obligado a obedecer una orden
contra la Ley de Dios... Una ley inmoral,
nadie tiene que cumplirla... Ya es tiempo
de que recuperen su conciencia y que obedezcan
antes a su conciencia que a la orden del
pecado... La Iglesia, defensora de los
derechos de Dios, de la Ley de Dios, de
la dignidad humana, de la persona, no
puede quedarse calIada ante tanta abominación.
Queremos que el Gobierno tome en serio
que de nada sirven las reformas si van
teñidas con tanta sangre... En
nombre de Dios, pues, y en nombre de este
sufrido pueblo cuyos lamentos suben hasta
el cielo cada dia mas tumultuosos, les
suplico, les ruego, les ordeno en nombre
de Dios: jCese la represión…!
Vorrei
rivolgere un appello, in modo speciale,
agli uomini dell’Esercito e più
concretamente alle basi della Guardia
nazionale, della Polizia, delle caserme.
Fratelli,
appartenete al nostro stesso popolo; uccidete
i vostri fratelli contadini e di fronte
ad un ordine di uccidere che da un uomo,
deve prevalere la legge di Dio che dice:
NON UCCIDERE… Nessun soldato è
obbligato ad obbedire ad un ordine contro
la Legge di Dio… Una legge immorale, nessuno
deve compierla… Già è tempo
che recuperiate la vostra coscienza e
obbediate alla vostra coscienza piuttosto
che all’ordine del peccato… La Chiesa,
difensora dei diritti di Dio, della Legge
di Dio, della dignità umana, della
persona, non può restare in silenzio
di fronte a tanta abominazione. Vogliamo
che il Governo consideri seriamente che
a niente servono le riforme se vengono
realizzate con tanto sangue… In nome di
Dio, quindi, e in nome di questo popolo
sofferente, i cui lamenti salgono fino
al cielo ogni giorno più tumultuosi,
vi supplico, vi prego, vi ordino in nome
di Dio: cessi la repressione!
Tutto
portava a Roberto in quel crimine. Io
volevo scomparire, sfumare quel giorno.
E’ stato per me un trauma permanente portare
questo cognome ed essere dello stesso
sangue di qualcuno che fece un danno tanto
spaventoso al popolo salvadoregno. Dal
primo momento e fino ad oggi sono convinta
che quell’uomo che fu mio fratello sia
il responsabile dell’assassinio di Monsignore.
(Marisa
D’Aubuisson)
Chi
uccise mio fratello? Non poteva che essere
D’Aubuisson! Fu lui, da quando mi diedero
la notizia seppi che fu lui. Non fu D’Aubuisson
che lo minacciò in televisione,
con una sua foto che teneva nelle mani,
dicendo che era pericoloso, che doveva
stare attento perché era il segretario
generale delle Organizzazioni? Che altro
si vuole?! Un giorno lo sapremo tutti,
questa è solo l’ultima pagina che
ci manca.
(Tiberio
Arnaldo Romero)
Quel
lunedì 24 marzo si discuteva in
un comitato della Camera dei Rappresentanti
degli Stati Uniti il rinnovamento dell’aiuto
militare del governo nord americano al
governo del Salvador. Io ero a Washington
quel giorno per comparire davanti al comitato
quando mi giunse la notizia della sua
morte. Ricordando la grande volontà
di vivere che aveva Monsignor Romero,
parlai a suo nome. Per nulla. Pochi giorni
dopo, gli aiuti militari furono approvati
a larga maggioranza.
(Jorge
Lara Braud)
La
Mila chiamò tutte le sue amicizie
e i suoi conoscenti più vicini.
Ne sono certa perché chiamò
anche me.
Si
riunirono nella colonia San Benito per
una festa, con champagne, con fuochi d’artificio,
con balli e D’Aubuisson fu l’invitato
d’onore.
Io
non potevo smettere di piangere.
(Flor
Fierro)
250.000
persone schiacciate nelle vie vicine,
dalla Plaza Libertad, seguivano la messa
del funerale di Monsignor Romero. Molte
tenevano in mano foto sue, di tutte le
dimensioni, adornate con fiori o con le
palme della domenica delle palme. Sulla
scalinata della cattedrale dove stavo,
c’erano un altare improvvisato e la bara
dell’Arcivescovo. Celebravano trenta vescovi
e trecento sacerdoti.
Quindici
minuti dopo che era iniziata la messa,
una colonna ordinata di 500 persone, si
uni alla moltitudine erano i rappresentanti
delle organizzazioni popolari unite nella
Coordinadora Revolucionaria de Masas.
Davanti a tutti veniva Juan Chacón.
Marciavano dietro alle loro bandiere e
quando presentarono una corona di fiori
davanti al feretro, la folla li applaudì.
Continuò
la messa. Quando nell’omelia, il rappresentante
del Papa, Cardinal Corripio Ahumada, arcivescovo
di Città del Messico, stava parafrasando
un famoso insegnamento di Monsignor Romero
– "la violenza non può uccidere
la verità, né la giustizia"
– restò senza parole di fronte
all’assordante esplosione di una bomba.
Questa
bomba veniva dal lato più lontano
del Palazzo Nazionale, che fa angolo con
la facciata della cattedrale. Lo vidi.
Restai a guardare fissamente verso il
palazzo, con la bocca aperta. Seguirono
altre esplosioni assordanti. Dal palazzo
vidi uscire fuoco e un fumo denso, come
se il pavimento si fosse incendiato. La
moltitudine iniziò a scappare spaventata,
allontanandosi dal palazzo. Immediatamente
iniziarono a risuonare spari da tutti
i lati. Migliaia di persone si dirigevano
verso di noi, come un’onda massiva. Dietro
a noi, c’era solo una cattedrale vuota.
(Jorge
Lara Braud)
La
cattedrale di San Salvador non può
ospitare adeguatamente più di tremila
persone in piedi. Dopo mezz’ora di battaglia
nella piazza, più del doppio erano
già schiacciate all’interno e molte
altre premevano per entrare.
C’erano
persone persino negli ultimi spazi disponibili,
incluso sopra l’altare maggiore. Non c’era
modo di muoverci e arrivò presto
il momento in cui si riusciva appena a
respirare. L’edificio tremava ai rimbombi
delle esplosioni. Un terribile eco ingrandiva
il rumore degli spari e il tutto si udiva
sopra uno sfondo di orazioni e pianti
che sorgevano da tutti gli angoli.
Io
tentai di controllare il panico, preoccupandomi
dei miei vicini, pregando con loro e raccomandando
la calma con parole confortanti, alcune
imparate da Monsignor Romero.
Ero
situato in una seconda fila di persone
a partire dalla parete, tra loro il Cardinal
Corripio alla mia destra. Alla mia sinistra,
nella fila davanti a me, una donna implorava
Dio e iniziava a morire. Potei appena
voltare la testa verso di lei, e nulla
più. Come laico presbiteriano,
improvvisai un rito della chiesa cattolica
per i moribondi "i tuoi peccati ti
sono perdonati, vai nella pace di Dio",
recitai. Sebbene la donna mori restò
in piedi, perché non c’era spazio
per poter cadere al suolo. In alcuni casi
la gente poteva appena alzare un corpo
svenuto o un morto per porlo al di sopra
delle loro teste, non sapendo dove metterlo.
Ad
un certo punto, mentre lottavamo per sopravvivere,
si iniziò a sentire un grido al
di sopra del rumore delle bombe, degli
spari e delle orazioni. Portavano qualche
cosa sulle mani al di sopra delle teste.
Faticai a vedere cos’era che avanzava.
Presto tutti nella cattedrale si unirono
in un canto che annunciava il suo arrivo:
El pueblo unido jamás será
vencido, el pueblo unido…
Finalmente,
potei vedere ciò che annunciava
quel canto: era la bara di Monsignor Romero
che entrava nella sua cattedrale trasportato
sulle punte delle dita di tutti, aprendosi
il cammino verso il luogo del suo riposo
finale.
(Jorge
Lara Braud)
Dopo
alcune ore, quando già la cattedrale
era piena di morti, ma un po’ più
sfollata dalla gente, il Cardinal Corripio
con altri vescovi e sacerdoti si avvicinarono
alla bara di Monsignore, per cercare di
terminare quella liturgia. Erano impregnati
di sudore. Molti, con la febbre.
-
Datemi
delle ostie per continuare la messa,
disse Corripio.
-
Non
ci sono ostie, eccellenza.
-
Datemi
il vino.
-
Non
c’è vino.
-
Datemi
un libro per recitare almeno i responsori…
-
Non
c’è nemmeno un libro, eccellenza.
Allora,
il vescovo del Chiapas, Samuel Ruiz, estrasse
dalla borsa un libretto di preghiere e
servi per recitare almeno qualcosa prima
di seppellirlo. Fu fatto tutto in fretta.
C’era già la tomba aperta. Di corsa
misero lì la bara. E più
veloci, i muratori iniziarono a mettere
cemento e mattoni, mattoni e cemento…
fino a coprirlo tutto.
(Maria
Julia Hernández)
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