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LE ASSEMBLEE DEL POPOLO DI DIO
Intervista al vescovo brasiliano dom Pedro Casaldaliga Intervista apparsa su SIAL, mensile sula realta' sociale, politica ed ecclesiale dell'America Latina, Verona. Corrispondenza SIAL da Bogotà.Come valuta la APD che si é celebrata a Bogotà? Che sintesi si potrebbe fare di queste tre giornate? Questo secondo incontro dell’Assemblea ha approfondito soprattutto il tema “macroecumenismo”. La prima assemblea di Quito fu abbastanza congiunturale, con l’occasione dei 500 anni. fu una risposta indigena e liberatrice allo stesso tempo, dei nostri popoli indigeni, neri, meticci. Una celebrazione, potremmo dire, alternativa di fronte alle celebrazioni trionfalistiche e colonizzatrici. In questa si è approfondito il tema “macroecumenismo” nella prospettiva concreta della vita. Lo slogan predominante é stato “crediamo nel Dio della vita e difendiamo la vita dei nostri popoli”. La parola vita é stata ossessionante, anche per il fatto di celebrare l’Assemblea in Columbia. Quando sono arrivato qui ho percepito come la vita sia un riferimento costante, forse perché é un riferimento costante la morte. Questo concetto di vita, durante l’Assemblea, l’abbiamo inteso nella sua pienezza e nella sua minuzia, perché frequentemente noi credenti rimandiamo facilmente la vita all’altra vita. Dimentichiamo che lo stesso Figlio di Dio ci disse di essere venuto al mondo affinché tutti abbiamo vita, già in questo mondo, nella misura del possibile e pienamente dopo. E’ stato importante inoltre in questa seconda Assemblea, la rilevanza che si è data ai differenti settori della nostra società, a partire dalla base. C’é stata una presenza significativa di giovani. Molto forte la presenza delle donne. E’ interessante constatare come ormai non si può parlare solo al maschile, neppure parlando di Dio. Il processo dell’APD ha tre caratteristiche fondamentali: in primo luogo é la confessione di una fede macroecumenica, al di sopra di barriere confessionali, nell’unico Dio della vita. In secondo luogo é un’opzione aperta per i poveri e per le loro cause. In terzo luogo é la passione per la Patria Grande che é il Continente e i Caraibi. Anche nel manifesto finale sono state descritte abbastanza lucidamente mi sembra, le caratteristiche della spiritualità macroecumenica, insistendo sul fatto che si tratta di una spiritualità, di un atteggiamento, di una nuova visione, di una logica alternativa, che parta da una visione più ampia, più illuminata di Dio, dell’unico Dio, confessato e vissuto da tante religioni, tutte quante valide se i loro credenti sono onesti. Inoltre possiamo dire che la rivelazione continua. Come cristiani siamo molto abituati a pensare che Dio ha chiuso la bottega con l’Apocalisse e ormai non comunica più con l’umanità. Viste le cose in maniera macroecumenica, ciò risulta come un vero assurdo. Dio continua a comunicare con noi. Dio continua a farlo dopo Gesù. Per noi, chiaramente, la rivelazione fondamentale in carne, in storia, in morte e in resurrezione, é Gesù di Nazareth. Però Dio é più grande del Gesù concreto, storico, necessariamente solo in una cultura, in un’ora del tempo e in una regione. Lo stesso Paolo ci ricorda che alla fine Dio sarà tutto in tutti. Si tratta di un’affermazione molto macroecumenica. Che dovrebbe apprendere la Chiesa dall’APD? Io penso che prima di tutto e soprattutto, la Chiesa cattolica dovrebbe scendere umilmente dal piedistallo della verità assoluta, da questa consapevolezza di avere l’esclusiva di Dio. Ormai abbiamo superato, dopo secoli, l’eresia di definire come dogma che “fuori dalla Chiesa non c’é salvezza”. A me piace ripetere che “ fuori dalla salvezza non c’é Chiesa”, perché la Chiesa esiste per essere sacramento di salvezza. In secondo luogo, essere capaci di dialogare, ma senza aspettarsi che gli altri vengano da noi, che si uniscano alle nostre fila. C’é dialogo solamente quando il dialogo é da persona a persona. Nell’APD abbiamo insistito che la prima caratteristica della spiritualità macroecumenica é la maturità e la libertà della propria identità. Solo con un’identità matura e libera, potremo andare incontro ad altre differenti identità. In terzo luogo credo che alla Chiesa cattolica, si presenta una meravigliosa opportunità in occasione dell’anno 2000. Ho paura che sia un anno eccessivamente “cattolicista”, o persino “cristianista”, se si può usare questa parola. Sarebbe ora che tutti noi, i cristiani e le cristiane, in modo particolare la Chiesa cattolica, chiedessimo perdono per l’infedeltà con la quale abbiamo mal seguito Gesù lungo questi duemila anni. Sarebbe ora che la Chiesa si aprisse a un dialogo con tutte le confessioni, soprattutto nella prospettiva mondiale della giustizia, della pace, del diritto dei popoli, del rispetto dell’alterità. Davanti alla mondializzazione dell’idolo della morte noi difendiamo, proclamiamo e cantiamo la mondializzazione del Dio della Vita. Fortunatamente il documento di Santo Domingo ci ha lasciato la grande consegna dell’inculturazione. Inculturare è dialogare tra culture. L’anima di ogni cultura è la rispettiva religione. Non c’è inculturazione, ma dialogo inter-religioso. Ciò suppone un’autentica kènosis, una spoliazione. Nel manifesto finale dell’APD non abbiamo citato Gesù. E’ rinuncia a esplicitare un amore che appassiona, per il quale si è disposti a dare la vita. Per amore del dialogo, rinunciamo, però non rinunciamo a Gesù, piuttosto rinunciamo ad una proclamazione, che in un momento di macroecumenismo potrebbe offendere o sconcertare. Io penso che questo è possibile con un atteggiamento molto umile, con una grande fiducia nel Dio sempre più grande. Da alcuni anni vivo ossessionato dal pensiero che devo cambiare la mia idea di Dio, che devo lasciargli più spazio. Ho scritto anche una piccola poesia che dice: “Mio Dio lasciami vedere Dio” e credo che il grande problema dell’umanità e soprattutto delle religioni è Dio e la grande soluzione delle religioni e dell’umanità sia Dio. Un Dio più grande, però, sempre altro, unico, di tutti gli uomini e di nessuno. Non c’è religione che esaurisca Dio. Per i cristiani è una sfida molto seria. Ci aspetta un cammino di fede, in ultima istanza, ma anche un cammino di studio del dialogo, della comunicazione. Si è visto con quale profondità alcuni indigeni hanno celebrato durante l’Assemblea. Spesso abbiamo tacciato le religioni indigene o nere di animismo o di superstizione. Dimentichiamo di aver riempito le teste dei nostri popoli di anime, di spiriti, buoni e anche cattivi e di santi. Abbiamo fatto né più né meno quello che fanno queste religioni che tanto facilmente disprezziamo. Penso che mai come in quest’epoca, caratterizzata dal rischio e dalla difesa dell’ecologia, l’umanità debba cercare di essere una sola famiglia umana, in popoli differenti, ma vivendo in una pace famigliare. Che tensioni o difficoltà ci sono state? In questo secondo incontro non si è avuta una particolare tensione. C’è stata una maturazione da parte di tutti, una maggior libertà. Credo che siamo già entrati in una dimensione macroecumenica. A Quito lo spirito era un altro. Stavamo imboccando una strada sconosciuta, era questa la realtà. Nelle celebrazioni e nella discussioni il rispetto è stato totale. Mi ricordo che ad un certo punto si è parlato di “de-evangelizzazione”, “dimenticare l’appreso”. Io suggerii, e venne approvato, “dimenticare il male appreso”. Ciò lo devono fare non solo gli indigeni, ma anche noi cattolici. Se le guerre peggiori sono state guerre di religione, non possiamo pensare che dall’oggi al domani, il mondo smetta di azzuffarsi per la religione. Ma la stessa mondializzazione, la possibilità di comunicare fra noi, credo faciliti un maggior rispetto. C’è una testimonianza bellissima, il testamento dell’abate dei cistercensi assassinati in Algeria. Egli, presentando la morte, chiede che non venga attribuita all’Islam: i responsabili sono solo dei fanatici, dal momento che l’Islam è ben maggiore e ben migliore. Perdona chi vuole assassinarlo e confessa la propria fede in un incontro definitivo in cui islamici, cattolici e credenti in tutte le religioni ci incontreremo. Che bilancio fare dell’APD? Non si trattava chiaramente di un incontro di teologi. E’ stato fondamentalmente un incontro del popolo, ossia un incontro di credenti, che optano per la vita dei loro popoli. E’ stato importante, inoltre, che abbiamo dedicato l’attenzione alla vita di questi popoli, ai diversi settori sociali e ai vari problemi nel campo della salute, dell’educazione, dei diritti umani e della terra, che affliggono questi popoli. Onestamente, credo che il contributo teologico pastorale, soprattutto sia stato ricchissimo. Credo sia stato un incontro solido, realista ed efficace, perché il macroecumenismo, succeda quello che succeda, ormai è più di una semplice parola. La sfida è lì. Io stesso ho dovuto difendere il macroecumenismo in un ritiro spirituale che ho diretto durante l’Assemblea dei vescovi del Brasile. Noi credevamo, con l’ecumenismo, di aver già concluso il dialogo. Le altre religioni povere, sarebbero religioni di pagani. Mi infastidisce sentir parlare di religioni “grandi”, di dialogo con le “grandi religioni”, poiché con esse l’unico rimedio è dialogare. Il fatto è che non esistono religioni grandi e piccole. Non è molto evangelico catalogare una religione come valida in quanto “grande”. Il Vangelo ha sempre optato per il piccolo. (SIAL 21)
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