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"Sento
che il popolo è il mio profeta"
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Sentire
cum Ecclesia,
il ministero episcopale
di O. A. Romero
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di
Abramo Levi
Sono
trascorsi ormai vent'anni dall'assassinio
brutale e clamoroso del vescovo di San
Salvador O.A. Romero. La distanza temporale
ed emoti-va dell'evento permette una riflessione
più pacata sul senso del suo ministero
episcopale, condotto con coraggio e forza
fino a quella morte, le cui circostanze
- sull'altare, al momento dell'Offertorio
- sono simbo-licamente tanto dense.
Assassinio
sull'altare
A
fermare l'occhio della nostra memoria
sugli avvenimenti che culmi-narono la
sera del 24 marzo 1980 con l'assassinio
del vescovo Oscar Arnulfo Romero, nella
Cappella dell'Ospedale Divina Provvidenza
in San Salvador, c'è quella messa
non finita, e il sangue vivo del celebrante
versato sull'altare.
Non c'è solo da ricordare un 'assassinio
nella cattedrale', dopo circa novecento
anni da quello famoso. C'è altresì
da superare uno scarto di anni, esilissimo
a confronto - venti appena - ma già
molti e forse troppi per la labilità
della nostra memoria. L'assassinio del
vescovo Romero non si presta all'enfasi
(storica o letteraria) dell'assas-sinio
nella Cattedrale del vescovo Becket, ma
in compenso ha qualche cosa di molto più
puntuale e preciso nello spazio e nel
tempo: sull'altare e al momento dell'offertorio
della Messa.
Ne
rilevò l'aspetto inedito e costrittivo
p. Turoldo:
"Amico, qui ti devi fermare. E medita,
e rileggi... E' Dio che vuoi farsi capire.
Non lo ha colto (il vescovo Romero) per
una strada; si potrebbe dire: non fosse
passato per quella strada! Non lo ha colto
in un salotto: uno potrebbe dire: non
fosse andato in quel salotto!... Invece
l'ha colto mentre celebrava. E stava con
il calice in mano. E aveva appena detto
che in quel calice c'era del vino in attesa
di farsi sangue"1.
Fermiamoci
dunque. La pregnanza del modulo evangelico
ci obbliga ad adottare, per intenderlo,
il modello tradizionale di riflessione
con i suoi due tempi: Factum audivimus
mysterium requiramus. Ecco il fatto.
Dopo l'omelia del 23 marzo nella quale
mons. Romero pregò e ordinò
ai soldati di non uccidere, il colonnello
Marco Aurelio Gonza-les disse: "L'Arcivescovo
ha commesso un delitto, gettando il disprez-zo
sul nostro glorioso esercito". La
sera del 24 marzo alle 18.30 nella cappella
della Divina Provvidenza Monsignore terminò
la sua breve omelia. Prese il corporale
per stenderlo sull'altare. In quell'attimo
si udì uno sparo e Romero cadde
di schianto. Il colpo venne dal lato occidentale
della Cappella dell'Ospedale, dove l'Arcivescovo
risiede-va con i più poveri e abbandonati.
Il proiettile penetrò all'altezza
del cuore, senza però toccarlo.
Era un proiettile esplosivo. Provocò
una emorragia diffusa. Il colpo fu preceduto
da tre flash del fotografo che si era
installato sul pulpito. Al terzo flash
il colpo, che a molti parve lo scoppio
di una lampadina. Passato il primo momento
di stupore, alcune religiose ed altre
persone cercarono di aiutarlo. Madre Juanita
prese in grembo la testa di Monsignore
e gli levò la stola dal collo.
La città fu tutta confusione. Scemarono
i trasporti pubblici, si chiusero ristoranti
e negozi.
L'Arcivescovo fu deposto in un feretro
metallico di color grigio a un paio di
metri dal pulpito della Cattedrale, luogo
che diventò famoso in tutto il
mondo per le vigorose denunce che mons.
Romero lanciò negli ultimi anni
con inusitato rigore contro coloro che
violano i diritti umani in questa piccola
nazione centro-americana. All'interno
della Cattedrale, dietro l'altare, un
gruppo di 22 tra sacerdoti, religio-se
e seminaristi fanno un digiuno completo
fino al momento della sepoltura dell'Arcivescovo.
Il digiuno e la preghiera sono la maniera
con cui il popolo di Dio mostra il suo
desiderio di cambiamento in momenti estremi.
Questo dunque il fatto. A cui si può
aggiungere la testimonianza di un altro
fedele: un'ora prima della Messa l'Arcive-scovo
si recò a S. Tecla per confessarsi,
come era solito fare ogni settimana.
Il
mysterium della morte di Romero
Prima
di passare al secondo momento, mysterium
requiramus, c'è da rispondere a
un'obiezione, che si può sbrigativamente
formulare così:
"Qui di mistero non ce n'è.
Qui c'è soltanto il fatto di un
vescovo che si è sbilanciato un
po' troppo a sinistra, con tutte le buone
intenzioni - ovviamente - e con una buona
dose di ingenuità, così
da provocare per una sorta di reazione
uguale e contraria la sua eliminazione
fisica". Io penso che questa sarà
stata e sarà, nei dovuti modi e
forme, l'obiezione che l'avvocato del
diavolo solleverà nel processo
di beati-ficazione. E penso anche che
il postulatore della causa farà
notare a sua volta che la reazione fu
per ogni verso eccessiva e non certamente
uguale. E tuttavia c'è ragione
di parlare di mistero. E i primi ad avvertirne
l'aura furono i più alti rappresentanti
della gerarchia du-rante le esequie dell'Arcivescovo.
Il card. Corripio, rappresentante del
Papa, disse: La Chiesa universale celebra
oggi l'ingresso di Gesù a Gerusalemme.
E mentre alcuni stendevano sul suo cammino
i mantelli e agitavano rami di palma,
altri sconcertati, si domandavano: - Chi
è costui? Oggi la città
di San Salvador fa la stessa domanda per
mons. Romero: - Chi è costui? E
noi che lo conosciamo, rispondiamo: -
E' un Pastore che ubbidì fino all'ultimo
ai dettami della sua coscienza.
A
sua volta il Vicario capitolare, mons.
Urioste diceva: Siamo come cristiani il
giorno della Pentecoste, parliamo varie
lingue, riceviamo telegrammi che ci riesce
difficile tradurre. Il fatto è
che gli uomini di buona volontà
di tutto il mondo sono riuniti in questa
Catte-drale di San Salvador, perché
crediamo che mons. Romero è vivo
e crediamo pure che il suo spirito, che
è lo spirito di Gesù, rinasce
in ciascuno di noi.
Accanto
a queste voci alte c'è il sottovoce
di testimonianze umilissime, ma ancor
meglio intonate al modulo evangelico,
fin quasi a coincidere. Una di queste
venne segnalata dal Vescovo ausiliare
di Madrid, mons. Iniesta.
Una
mattina andai a baciare quelle suppellettili
sacre e consacrate da quella morte. Nel
chinarmi vidi sotto l'altare una corona
di spine. Ne chiesi conto alla religiosa
dell'Ospedale che mi accompagnava. Mi
rac-contò un grazioso episodio
praticamente sconosciuto in San Salvador.
Una vecchietta salvadoregna veniva di
quando in quando, da molto lontano, ad
ascoltare la messa mattutina dell'Arcivescovo,
poi si intratte-neva qualche po' con lui
e gli offriva frutti, portati da lei stessa.
Un giorno, l'ultima volta che venne a
vederlo, già parecchi mesi fa,
gli portò come sempre della frutta
che gli consegnò al finire della
Messa. Questa volta però gli portò
un crocifisso che gli pose al collo e
una corona di spine presa da una pianta
chiamata izcanal con spine di due o tre
centime-tri e chiese di mettergliela sulla
testa. Monsignor Romero accettò,
e mentre l'Arcivescovo teneva la corona
di spine in testa e il crocifisso al petto,
lo benedisse.
Questo
episodio fa pensare all'unzione di Maria
di Betania, con quel tanto di diverso
che ne assicura l'autenticità eliminando
qualsiasi forma di attrazione analogica.
C'è la medesima grazia nella risposta
che il vescovo Romero diede alle Suore
che lo guardavano con una certa invidia,
quella mattina del 24 marzo, recarsi al
mare per riposare e bagnare i piedi nel
mare: "Dove vado io, voi non potete
venire!". Cosa avranno detto le Suore
quella sera?
La
conversione
Noi
non possiamo far nostra la certezza della
presenza di un mistero reale quale vi
fu nella vecchietta della corona di spine
o nelle religiose che udirono quella citazione
evangelica, così verde di speranza
alla mattina e così rossa di sangue
la sera. Per il mistero del vescovo Romero
noi abbiamo un'altra possibilità:
quella di declinarlo sul para-digma della
'conversione'. Questa declinazione è
alla nostra portata. Tramite essa noi
possiamo avvicinarci in maniera convincente
alla reale vita, passione e morte di mons.
Romero. Ma la conversione del vescovo
Romero deve essere a sua volta analizzata
per non rischiare di cadere in belle approssimazioni
drammatiche.
Non c'è paragone tra questa conversione
e quella, per citare episo-di famosi,
di un Saulo o di un Agostino.
Iniziamo con una doppia domanda: Come
fu vista da fuori la conversione di Romero?
Come fu vissuta da lui stesso? Per la
prima domanda abbiamo una testimonianza
preziosa: quella di Jon Sobrino, il gesuita
che, solo per essere in quel torno di
tempo assente (si trovava in Thailandia),
sfuggì al massacro dei gesuiti
dell'Università Centro Americana
(UCA) perpetrato dagli squadroni della
morte nel novem-bre 1989. Ebbene, cosa
pensava J. Sobrino di mons. Romero al
tempo dell'ingresso in San Salvador come
Arcivescovo? Ascoltiamolo:
"È
evidente che non vedevamo di buon occhio
che mons. Romero fosse il successore dell'arcivescovo
Luis Chavez, vescovo pastorale molto vicino
al popolo e con cui avevamo buonissimi
rapporti... Mi chiedevo se mons. Romero
aveva il coraggio di denunciare la repressione
o se, al contrario, la voleva facilitare.
Pochi giorni dopo ricevetti una cartolina
postale da un gesuita messicano la quale
per poco non mi faceva le condoglianze.
Noi tutti vedevamo un orizzonte molto
scuro. Per fortuna, ci sbagliammo".
Ecco
invece la testimonianza dello stesso Sobrino
dopo l'assassinio dei gesuiti, a dieci
anni dalla morte di Romero:
Voglio
dire invece qualche cosa su ciò
di cui, con frequenza, parlavamo di Monsignor
Romero. Quello era linguaggio di fede.
Voler bene e ammirare Monsignor Romero
non è una cosa difficile in assoluto;
lo è magari per quelli che negano
la luce e hanno un cuore di pietra, ma
cercar di seguire e accettare tutto Monsignor
Romero è cosa di fede. Io credo
che per loro, (i gesuiti uccisi, n.d.r.),
per me e per tanti altri, Monsignor Romero
fu un Cristo attualizzato e, come Cristo,
sacramento di Dio... Non credo che né
il Signore Gesù né il Padre
siano gelosi che io parli così
di Monsignor Romero. Dopo tutto, lui è
stato per noi tutti il loro dono più
prezioso in questi giorni.
La
conversione di mons. Romero è dunque
da collocare nella cornice di queste due
testimonianze, almeno per quel che riguarda
la conver-sione vista da fuori. Ma è
ormai tempo che cerchiamo quel che è
più difficile trovare, cioè
come la conversione fu vista e vissuta
dallo stesso Vescovo. Non pretendiamo
di sapere come Romero vide la propria
conversione. Possiamo invece conoscere
come la proiettava fuori di sé.
Cosa che fece in un'intervista del 9 novembre
1979 a Giorgio Callegari che chiedeva:
"Ma Lei si è convertito davvero?".
Mons. Romero rispose con molta vivacità:
"Magari
mi fossi convertito! La conversione è
sempre verso Dio, e il povero è
precisamente un testimone di questa necessità
dell'intervento di Dio. Trattando con
il povero si capisce che egli è
un uomo che deve porre tutta la sua fiducia
in un altro. Se quest'altro è Dio,
si ha la vera conver-sione, perché
si può altresì porre la
fiducia nell'idolo del potere, della ricchezza.
Convertirsi significa volgersi al Dio
vivo e vero e in questo senso lo sento
che il mio contatto con i poveri conduce
a sentire sempre meglio la necessità
di Dio. L'esempio del povero che scopre
al di là di un certo complesso
di inferiorità di essere prediletto
da Dio e che quanto più è
privo di idoli terrestri tanto più
conta sulla protezione di Dio e pone in
Dio la speranza della sua liberazione
insegna a tutti, anche a noi che lo predichiamo,
che senza Dio non possiamo far nulla".
Il
testo di questa intervista ci servirà
per indovinare come fu vissuta la conversione
da parte del vescovo Romero. Dico indovinare,
perché potrà accadere che
nel vissuto quotidiano del Vescovo non
si riesca a trovare qualche cosa di simile
a una conversione quale noi immaginia-mo,
con esorcismo sulla vita passata, con
propositi di completo rinno-vamento, con
preghiere e astinenze, con una scelta
di povertà volonta-ria. Niente
di tutto questo nella conversione del
vescovo Romero. Porto un solo esempio
a riprova.
Nell'occasione dell'ingresso dell'Arcivescovo
a San Salvador (se ne è già
trattato) alcune signore della aristocrazia
salvadoregna avevano avanzato la proposta
della costruzione di una nuova sede episcopale
degna dell'alto ministero: "Volentieri
accetterò questa casa - rispose
l'Arcivescovo - quando tutti i poveri
che abitano nei barrios della miseria
avranno una casa". Non c'è
nulla in questa risposta che risenta di
quel pauperismo (sempre un po' ambiguo)
che spesso connota delle scelte radicali.
L'Arcivescovo non è contrario a
una bella resi-denza, ma che non stoni
con la miseria degli altri, come stona
l'illumi-nazione notturna di certe chiese
e monumenti che schiacciano ancor più
nel buio le altre abitazioni.
Sentire
con la Chiesa
Difficile
dunque isolare questa conversione, che
si realizza, si direbbe, nell'identico.
Infatti i termini reali della conversione,
il suo statuto e le sue esigenze sono
già inscritte come in una sorta
di codice genetico nel motto che il Vescovo
scelse per il suo stemma e che poi adottò
anche come sigla per la sua radio Isax:
"Sentire cum Ecclesia". Se andiamo
a rileggere l'intervista non facciamo
certo fatica a rintracciarvi termini come
'sentire', 'senso', 'sento'. Si può
ben dire che la storia della conversione
di Romero è la storia di questo
'sentire' che determina poi il modo di
guardare alla Chiesa, di vederla, di ascoltarla.
In un primo tempo il "Sentire cum
Ecclesia" fu inteso da Monsignor
Romero nel senso più ovvio ed elementare,
scolastico. È il senso di tutto
ciò che nella vita è propedeutico,
preparatorio. Il sapere quel che si deve
fare e l'eseguirlo secondo l'ordine ricevuto
fa parte della propedeutica della vita.
A questo proposito il vescovo Romero rac-contava
un particolare della sua fanciullezza.
La famiglia Romero si poteva classificare
come una famiglia agiata (anche se non
appartene-va alle famose 14 famiglie detentrici
della maggior parte delle proprie-tà
in Salvador). Piccolo emblema di questa
agiatezza era un cavallino di legno regalato
in qualche occasione al piccolo Oscar.
Quando la mamma mandava il figlioletto
per qualche servizio e voleva una obbe-dienza
pronta e gioiosa, gli diceva: "Monta
sul tuo cavallino e va'!". E Oscar,
docile, saliva sul suo 'ippogrifo' e si
metteva al galoppo, andata e ritorno.
Questo episodio mi sembra illuminante
per capire quale senso abbia avuto in
quel primo tempo il motto "Sentire
cum Ecclesia". Esso significò
per il Vescovo un'adesione intelligente,
incondizionata, gio-iosa alla dottrina
della Chiesa, al suo magistero, alle sue
direttive. Un passaggio limpido e senza
riserve dall'obbedienza alla madre all'obbe-dienza
alla madre Chiesa. Perfino il cavallino
ha qui il suo simbolismo. Mons. Romero
fin dall'inizio del suo ministero tenne
molto all'uso di tutti i mezzi di comunicazione
forniti dal progresso tecnico: la stazio-ne
radio diocesana, l'altoparlante montato
sulla camionetta che lo tra-sportava nella
visita alle parrocchie. Romero non era
certo un laudator temporis acti. Fin da
giovane prete aveva preso ad amare la
sua fotocopiatrice e il suo computer,
magari in un'edizione rudimentale.
Il motto "Sentire cum Ecclesia"
aveva dunque un suo significato chiaro.
Tra consenso e dissenso egli si collocava
senza il minimo di esitazione dalla parte
del consenso; e non risparmiava dure strigliate
ai 'medellinisti', tra i quali in prima
fila i teologi dell'UCA. In questo modo
però il motto "Sentire cum
Ecclesia" veniva onorato solo nella
sua accezione più ovvia: consentire,
non dissentire! Ma quel motto portava
da sé molto più avanti:
non a una sterile dialettica tra consen-so
e dissenso, bensì alla ricerca
del 'senso'. Il passaggio, o, se proprio
si vuole, la conversione del vescovo Romero
avvenne per il tramite di un approfondimento
del 'sentire' con la Chiesa. Così
il Vescovo andava a raggiungere quella
radice autentica alla quale si era afferrata
Teresa di Lisieux (dottore della Chiesa!)
quando diceva: "sento che non mi
sbaglio".
Approfondimento definitivo e veramente
'radicale' quello di Tere-sa di Lisieux:
"Nel cuore della Chiesa mia madre
io sarò l'amore". Approfondimento
graduale, ma lineare e inflessibile nella
sua direzio-ne, nel vescovo Romero. Anche
in lui c'è il passaggio dagli ingranaggi
della Chiesa al suo cuore pulsante, dalla
gerarchia della Chiesa alla genesi della
Chiesa. Scriveva in un suo 'Piano pastorale':
"Non
si deve intendere la fondazione della
Chiesa in maniera legale, giuridica, come
se Cristo avesse dato una carta fondamentale
ad alcuni uomini tenendosi poi separato
dagli uomini. L'origine della Chiesa è
assai più profonda. Cristo fondò
la Chiesa per restare egli stesso presente
nella storia degli uomini tramite il gruppo
dei cristiani che formano la Chiesa. La
Chiesa è la carne nella quale Cristo
concreta lungo i secoli la propria vita
e missione personale".
Credo che con questo testo Romero tocchi
il punto dottrinalmente più profondo
del suo 'sentire con la Chiesa'. Da quella
profondità vengono le affermazioni,
che sono ovvie quando vengono prese in
astratto, in generale, ma che diventano
scandalose quando sono de-dotte in pratica
pastorale. Eccone una:
"Questo
è il pensiero fondamentale della
mia predicazione. Niente mi interessa
come la vita umana... Il sangue e la morte
vanno molto più in là di
ogni politica e toccano il cuore stesso
di Dio... Niente ha tanta impor-tanza
per la Chiesa come la vita umana, come
la persona umana. Soprat-tutto la persona
dei poveri e oppressi, per i quali Gesù
disse che tutto ciò che viene fatto
a essi viene fatto a lui".
È
chiaro che qui i poveri non sono considerati
alla stregua di una platea di bocche da
sfamare, ma di bocche dalle quali imparare
la verità del Vangelo. Queste parole
Romero le pronunziò alte e chiare
nel discorso in occasione del conferimento
della Laurea Honoris causa a Lovanio:
"Il
mondo dei poveri con caratteristiche sociali
e politiche assai concrete, ci insegna
dove deve incarnarsi la Chiesa per evitare
la falsa universalizza-zione che termina
sempre con la connivenza coi potenti.
Il mondo dei poveri ci insegna come deve
essere l'amore cristiano, che intende
certa-mente la pace, ma che smaschera
il falso pacifismo, la rassegnazione e
l'inattività. Crediamo che questa
sia la maniera di conservare l'identità
e la trascendenza stessa della Chiesa,
perché in questa maniera conservia-mo
la fede in Dio.
Identità
e trascendenza: l'ultima omelia
Identità
e trascendenza. Queste due parole sono
la bussola sulla quale il Vescovo si orienta
nella ricerca del 'senso' del "Sentire
cum Ecclesia". Cerchiamo di seguirlo
in questa ricerca tenendo sott'occhio
in parti-colare le omelie della Quaresima
del 1980 (che culminò con la sua
morte). Quelle omelie suscitarono vaste
e opposte reazioni per qual-che cosa di
inedito, di inusuale. Chi mai fa attenzione
allo schema delle omelie che il prete
fa in Chiesa? È già molto
se la gente si porta via qualche buon
pensiero dall'insieme della predica. Qui
invece è proprio lo schema della
predica a entusiasmare o a scandalizzare,
a suscitare ovazioni e proteste altissime.
Lo schema delle omelie quare-simali di
Monsignor Romero era così stilato:
la prima parte era un commento alle letture
bibliche, la seconda era costituita da
un elenco puntuale, dettagliato, anagrafico
degli assassinati della settimana e, quando
era possibile, dei loro assassini o mandanti.
Questa scaletta di argomenti era per se
stessa un segno di contraddizione. C'era
chi apprezzava la prima parte dell'omelia
(nella quale il Vescovo si dimo-strava
un buon conoscitore della Bibbia e dei
biblisti) e magari si fosse fermato lì!
C'era invece chi era tutt'orecchi per
la seconda parte e avrebbe magari tagliato
corto sulla prima.
Per il Vescovo invece il "Sentire
cum Ecclesia" si traduceva in quella
concatenazione di argomenti solo apparentemente
disparati. Le due parti dell'omelia erano
i due dadi di una sola giocata. Nella
prima parte dell'omelia c'era tutta la
forza propulsiva che poi andava a sfociare
nella seconda parte. Vediamo più
da vicino.
Nella prima parte Romero metteva in luce
la paziente opera di Mosé nell'educare
il popolo eletto, così che arrivasse
a essere tanto più popolo quanto
più popolo di Dio e tanto più
popolo di Dio quanto più popolo.
Applicata al popolo salvadoregno (Monsignor
Romero insiste-va volentieri nel parallelismo
tra il popolo d'Israele e il popolo del
Salvador) la lezione di Mosè girava
attorno a quelle due parole-chiave:
identità e trascendenza. Quale
storia meschina e a corto respiro può
fare il popolo del Salvador, se non è
popolo di Dio! Cogliamo qua e là
dalle omelie:
"Quando
si perde di vista la trascendenza della
lotta, tutto si fa consistere in cose
che invece sono addirittura sbagliate.
Attenzione! Quelli che lavorano oggi per
la liberazione del popolo sappiano che
senza Dio non si può fare nulla
e che con Dio anche la cosa più
insignificante è un apporto quando
la si fa con buona volontà".
(Omelia della quinta domeni-ca di Quaresima)
E
nell'omelia del 13 gennaio 1980:
"Io
vorrei qui supplicare i leaders politici
che parlano al microfono di non gridare
per il semplice fatto di avere davanti
a sé un microfono. La gente dice:
Che cosa gli serve il microfono a questo
uomo?! C'è un proverbio che dice:
"Non alzare la voce, rafforza invece
le tue ragioni".
Nell'omelia
del 27 gennaio 1980 affiora prepotente
il suo "Sentire cum Ecclesia".
"In
queste ore nelle quali tutto sembra relativo,
nelle quali tutto è confu-sione
e niente è vero, come rimane solida
la parola del Vangelo. Il Vangelo dà
una consistenza eterna alla Chiesa. Perciò
ripetiamo: la Chie-sa non vive di congiunture,
la Chiesa vive dell'eterna verità
che si è realizzata nel tempo".
Nella
stessa omelia.
"Io
non ho il minimo dubbio che tanto dolore
e tanto sangue non abbiano a dare un giorno
un buon raccolto. Sono tempi duri, Dio
vuole che li comprendiamo tuttavia, che
riusciamo a interpretare attraverso essi
i segni dei tempi".
Nell'omelia
della quinta domenica di Quaresima troviamo
questa suggestiva definizione della Chiesa:
"La Chiesa è l'eterna pellegrina
della storia". Questo mistero di
immanenza e di trascendenza diventa particolarmente
luminoso nella figura di Maria:
"Maria,
la Vergine, la serva di Jahweh, nel suo
Magnificat canta il Dio che libera gli
uomini, i poveri; ma la dimensione politica
di questa liberazione esplode quando ella
dice testualmente: 'Dio rimanda a mani
vuote i ricchi e ricolma di beni i poveri'.
Maria continua poi con una parola che
noi potremmo dire insurrezionale: 'ha
rovesciato i potenti dal trono'. Questa
è la dimensione politica della
nostra fede: la visse Maria, la visse
Gesù". (Omelia del 17 febbraio
1980)
Tutto
questo è molto bello e importante.
Ma se il vescovo Romero si fosse fermato
qui nessun tiratore scelto avrebbe mirato
al suo cuore quella sera del 24 marzo
1980 nella Cappella della Divina Provviden-za.
C'era da realizzare la seconda parte del
progetto di educazione di Mosè
al popolo eletto: il popolo sarà
tanto più popolo di Dio quanto
sarà popolo. Questo fu l'aspetto
ultimo e definitivo "Sentire cum
Ecclesia" da parte di Monsignor Romero.
Qui infatti il 'sentire' ha relazione
immediata con la 'sensibilità'.
In questo l'insegnamento del vescovo Romero
coincide con l'insegnamento del Papa.
Parlando nel Yankee Stadium nell'ottobre
del 1979 Giovanni Paolo Il diceva:
"Il
pensiero sociale e la pratica sociale
ispirata al Vangelo dovranno sem-pre essere
caratterizzati da una sensibilità
per quelli che più soffrono, per
quelli che sono in estrema miseria, per
gli oppressi da mali fisici, mentali e
morali che affliggono l'umanità.
Bisogna cercare le cause strutturali che
provocano i diversi tipi di povertà
nel mondo".
E
il vescovo Romero:
"Se
insisto che c'è una repressione
sempre crescente e che sempre meno si
reagisce di fronte a questo fatto, comprendetemi
bene: non voglio incitar-vi alla violenza.
Coloro che mi hanno capito così
mi calunniano. Al contrario, quello che
a me interessa è domandare ai responsabili
della escalation della repressione di
smettere dall'usare violenza per mantenere
il popolo nell'oppressione. E voglio pure
convincere il popolo a non perdere la
sua sensibilità morale e la sua
coscienza critica". (Omelia della
seconda domenica di Quaresima, 1980)
L'insensibilità
agisce come un corrosivo nel tessuto sociale
ed eccle-siale. Ed è esattamente
a questo che tende il clima di terrore:
che sia nell'aria, ma non nominabile,
non identificabile, anonimo, senza i nomi
degli assassini e delle vittime. Si arriva
al punto di cospargere i volti degli uccisi
con liquidi corrosivi per impedirne il
riconoscimento e la denuncia al mondo
di fuori. 'Cambiare i connotati' ai singoli,
farne una pedina nell'ingranaggio: questa
è la strategia di uno Stato che
diventa signore e fa dell'uomo uno schiavo.
Era appunto al fine di tener viva la sensibilità,
di non fare il callo attorno al cuore
che il vescovo Romero si estendeva, nella
seconda parte dell'omelia, in un elenco
dettagliato di nomi, contro l'inqualifi-cabile
strategia dei desaparecidos. In questo
compito di dare a ogni volto di ucciso
il suo documento di identità il
Vescovo fu aiutato da donne come Marianela
Garcia.
C'è
una domanda da fare, a conclusione. È
mai possibile che queste due realtà
'popolo di Dio' e 'popolo' si fondano
in una realtà unica?
Monsignor Romero lo crede e lo dimostra
con alla mano l'esempio di Maria.
"L'attitudine
di Maria - dice nell'omelia del 1980 sulle
nozze di Cana - deve esser la nostra attitudine
di Chiesa, fiduciosa ma attiva [...].
Non si può ottenere un miracolo
solo sperandolo da Dio, senza porre da
parte nostra tutto quello che è
alla nostra portata. Maria è la
coniugazione meravigliosa della fede e
della attività".
Da
questa coniugazione nasce la gioia. Gioia
più esplosiva delle bom-be nei
canti della Cattedrale. Gioia che risplende
di maggior luce sul corpo opaco che è
la fede di molti cristiani "così
incolore, così smorta, così
spenta" (Omelia della Santa Famiglia
1980)
È
una gioia feconda, perché riempie
i seminari di giovani: "Abbon-dano
le vocazioni fino al punto che non è
possibile riceverle nei nostri seminari".
Ed erano cinque. Il Vescovo apre le porte.
"Dico a quelli che non hanno potuto
entrare in seminario: potete prepararvi
anche nelle vostre case, e un giorno presentarvi
già pronti a ricevere l'ordina-zione".
Dipende molto da noi cristiani europei
non essere un corpo opaco sul quale per
un attimo fiammeggia l'esempio del vescovo
Romero, ma rifletterne invece, nella fede
e nella vita, il fermo e lontano fulgore.
(La
Rivista del clero italiano, 5 maggio 2000)
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1.
Dalla prefazione di David M. Turoldo al
libro di Levi A., Oscar Arnulfo Romero,
un vescovo fatto popolo, Brescia 1981.
2 Radius, Monsignor Romero, Milano 1993,
p. 53.
3 "Il Regno. Attualità",
1990.
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