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"Sento
che il popolo è il mio profeta"
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di
Abramo Levi
Un
osservatore commosso ma attento della
scena che seguì all'assassinio
del vescovo Romero, notò il rapido
ritorno alla normalità del volto
e del corpo dell'ucciso, una volta che
la faccia fu lavata dai grumi di sangue
e la salma rivestita degli abiti pontificali.
Lo notò con un certo disappunto,
perché gli sembrava che quella
pur pietosa opera di misericordia riducesse
la figura del vescovo al solito cliché
del pontefice morto, lavati via i segni
della passione. Il pericolo del cliché
tocca, sia pure oggi diversamente, chiunque
voglia parlare di mons. Romero. Per sfuggirvi
non trovo via migliore che quella di mettergli
a fronte e a confronto la testimonianza
di un vescovo, fortunatamente ancora vivo,
che corre consapevolmente il rischio di
essere ucciso a causa del Vangelo da annunziare
ai poveri. E' la testimonianza del vescovo
Aldo Gerna, italiano di origine ma cittadino
del Brasile, vescovo della Diocesi di
S. Mateus nello Stato di Espiritu Santo.
"Durante alcuni mesi la stessa sorte
(di essere ucciso) sembrava toccare anche
me. Un gruppo di anonimi aveva deciso:
il vescovo di S. Mateus deve essere eliminato
perché perturba la pace dello Stato.
Per un buon periodo ho vissuto questa
straordinaria esperienza di sentirmi sull'orlo
della morte violenta. E' immensamente
salutare. Non è l'ipotesi della
fine con i colori del martirio il pensiero
più insistente. E' la somma stoltezza
della violenza inutile e ingiusta, sentita
imminente sulla pelle, che da la misura
della pochezza e della fragilità
della vita. Bastano pochi soldi nelle
mani di un "contrattato" e questi
ti spedisce al Creatore senza difficoltà.
Morire, sì, ma perché?
Solo per un fatale equivoco? Per uno strano
mito negativo costruito sulla mia persona?
Sullo sfondo di tutto sta il nostro eterno
problema: terra, pane, vita per i poveri.
Solo questo vogliamo
Ma come dire
queste esperienze alla nostra santa Madre
Chiesa? Come scriverle a Roma? Roma non
vede da vicino la sottoumanità
dei poveri composta dal 70-80% della popolazione.
Non riesce a capire la nostra assoluta
necessità di stare con i poveri,
senza escludere gli altri ma senza sotterfugi.
Non mi sento ribelle usando questo linguaggio.
Grido perché si dilatino gli spazi
della carità, a cui Roma deve presiedere".
Dopo questa rapida ma abbastanza precisa
messa a fuoco della figura di mons. Romero
a raffronto con una figura simile, possiamo
osservarla con maggior chiarezza e realismo.
Qualcuno nel fervore del panegirico paragonò
la "conversione" di mons. Romero
a quella di S. Paolo. Per ridurre questo
paragone entro termini accettabili e nel
contempo entrare nel vivo della personalità
dal vescovo Romero osserviamo i cavalli
cavalcati dai due. L'iconografia ha talmente
insistito sul cavallo da cui S. Paolo
fu sbalzato che anch'esso (il cavallo)
entra ormai a pieno titolo nella composizione
della scena di conversione. E' un cavallo
quale lo descrive il libro di Giobbe:
grande, grosso e furioso, come il suo
cavalcatore. Come è invece il cavallo
da cui Romero infine dovette scendere?
Sentiamo egli stesso: "Quando la
mamma mi mandava per qualche commissione,
mi diceva: - se vuoi fare più presto,
monta sul cavallino di legno! - E io correvo
felice sul mio cavallino: perequé,
perequé, perequé
".
La
madre, le madri
Questo
cavalluccio, dal quale l'Arcivescovo di
San Salvador dovette scendere, fu la sua
educazione, o piuttosto sottomissione
familiare: l'obbedienza indiscussa alla
madre (sia essa la mamma o la madre Chiesa)
così da rendere all'una e all'altra
l'onore da esse ricevuto. Mons. Romero
cominciò a lasciare in un angolo
il suo cavalluccio nel momento stesso
in cui gli onori della mamma e quelli
della madre Chiesa confluirono sulla sua
testa mitrata. Quando lo nominarono Arcivescovo
di San Salvador, alcune signore dell'alta
società gli espressero l'intenzione
di costruirgli un nuovo palazzo episcopale.
"Volentieri accetterei, rispose l'Arcivescovo
- il giorno in cui avessero una casa tutti
i poveri che abitano nei barrios".
Com'é vero che una decisione tira
l'altra (come anche una mancata decisione
impedisce una serie di altre decisioni!).
L'altra decisione di mons. Romero fu quella
relativa al prete guerrigliero Neto. Non
aveva certo chiesto all'Arcivescovo il
permesso di entrare nella guerriglia.
Non l'avrebbe sicuramente ottenuto. Ma
quando Neto fu ucciso e si trattò
di partecipare o di non partecipare alle
esequie, mons. Romero (dopo qualche comprensibile
esitazione) ha deciso di partecipare.
Più bella della decisione fu la
ragione della decisione stessa: - la mamma
di Neto sarà certamente là:
allora devo esserci anch'io - . Ecco la
mamma riviene fuori. Ma non è più
la mamma come simbolo di un'educazione
e di una sottomissione, bensì la
madre come puro simbolo di amore e di
dolore. Riviene fuori, nello stesso momento,
anche la madre Chiesa, ma non più
identificata con il suo apparato gerarchico,
tanto legittimo quanto imponente. Vene
fuori la madre Chiesa nella sua identità
genetica. Lo rivela l'omelia per le esequie
di p. Rutilio Grande (il gesuita a cui
si è soliti far risalire la conversione
di mons. Romero): "Poche volte come
questa mattina la cattedrale appare come
segno della Chiesa universale. Qui vi
è la convergenza di tutta la ricca
pastorale di una Chiesa locale che si
intreccia con la pastorale di tutte le
diocesi e di tutto il mondo; e allora
ci rendiamo conto che la presenza non
solo dei vivi, ma anche di questi tre
morti (con p. Rutilio erano stati assassinati
due poveri contadini) conferisce a questa
figura di Chiesa una prospettiva aperta
all'assoluto, all'infinito, all'aldilà:
la Chiesa universale, Chiesa che va al
di là della storia, Chiesa che
va al di là della vita umana".
Andare
a vedere
In
quel momento, in quelle esequie, in quelle
morti Romero nasceva alla sua Chiesa e
la sua Chiesa nasceva a lui. Se si vuol
parlare di conversione di mons. Romero,
una conversione quasi fisica fu proprio
questa: non stare a vedere ma andare a
vedere. Per strano che possa sembrare
- ma infine non lo dovrebbe essere - è
con l'andare a vedere che cambia il punto
di vista. C'è una frase del Vangelo
che Gesù indirizza ad una donna:
che c'è tra me e te, donna?
Non farebbe assolutamente scandalo questa
frase se fosse stata rivolta da Gesù
alla samaritana, o alla peccatrice in
casa di Simone, o alle stesse Maria e
Marta. Invece la frase è indirizzata
alla madre, a Maria. Così non avrebbe
fatto scandalo se mons. Romero avesse
mandato a dire alla mamma di Neto: che
c'è tra me e te, donna? Lo scandalo
invece nasce dal fatto che mons. Romero
rivolge, almeno implicitamente questa
frase alla propria madre e alla madre
Chiesa, per mettersi invece al fianco
della mamma di Neto. Come si vede bene,
non è la maternità in gioco.
Non è in gioco per mons. Romero
il riconoscimento della Chiesa. Egli fu
fedele dall'inizio alla fine al suo motto
episcopale "Sentir cum la Iglesia".
Ciò che si modificò e profondamente,
fu quel "sentir". Gradualmente
e con una maturazione progressiva, mons.
Romero passò dal semplice assenso
alla Chiesa al sentire con la Chiesa.
Passò da un rapporto gerarchico
a un rapporto genetico. E qui la parola
deve per forza passare allo stesso Vescovo
Romero: "Non si deve intendere -
scrive mons. Romero nella seconda Carta
pastorale - la fondazione della Chiesa
in maniera legale, giuridica, come se
Cristo avesse dato una Carta fondamentale
ad alcuni uomini, tenendosi poi separato
dagli uomini. L'origine della Chiesa è
assai più profonda. Cristo fondò
la Chiesa per stare egli stesso presente
nella storia degli uomini, tramite il
gruppo dei cristiani che formano la Chiesa.
La Chiesa è come la carne nella
quale Cristo concentra lungo i secoli
la propria vita e missione personale:
Corpo storico di Cristo. Proprio per fedeltà
a questo sentire con la Chiesa mons. Romero
denuncia il pericolo di responsabilità
per ciò che accade di ingiusto,
crudele e atroce. "Questo è
il pensiero fondamentale della mia predicazione.
Niente mi interessa come la vita umana
Il sangue e la morte vanno molto più
in là di ogni politica e toccano
il cuore stesso di Dio
Niente ha
tanta importanza per la Chiesa come la
vita umana. Soprattutto la persona dei
poveri e degli oppressi, per i quali Gesù
disse che tutto ciò che vien fatto
ad essi, viene fatto a Lui".
La
lotta con la madre
Osservata
con occhio puramente umano, la vicenda
di mons. Romero potrebbe dunque essere
definita simbolicamente come una lotta
contro la madre. Egli superò la
lotta con la mamma, scendendo dal cavalluccio
della sottomissione per mettersi al fianco
della mamma del prete guerrigliero Neto.
Superò la lotta con la madre Chiesa,
preferendo ai simboli del palazzo l'umilissimo
appartamento presso l'ospedale (con tutto
ciò che una simile scelta comportava).
Ma sdrucciolò infine sulla buccia
della madre Patria, quando raccomandò
e comandò ai soldati di non sparare.
Ma possiamo osservare con altri occhi
la passione di mons. Romero, con un piccolo
episodio, incantevole e profetico. Racconta
mons. Iniesta, Ausiliare di Madrid: "Una
vecchietta salvadoregna veniva di quando
in quando, da molto lontano, ad ascoltare
la messa dell'Arcivescovo, poi si intratteneva
qualche po' con lui e gli offriva frutti
coltivati da lei. Un giorno, l'ultima
volta che venne a vederlo, gli portò
come sempre della frutta. Questa volta
però gli portò un crocifisso,
che gli pose al collo, e una corona di
spine presa da una pianta chiamata izcanal,
con spine di due o tre centimetri, e chiese
di potergliela mettere sulla testa. Mons.
Romero accettò, e mentre l'Arcivescovo
teneva la corona di spine in testa e il
crocifisso al petto, la vecchietta lo
benedisse". Chi non riconoscerebbe
in questa vecchietta Maria di Betania,
che unse il capo di Gesù in vista
della sepoltura?
(Mosaico
di Pace, Febbraio 1991)
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